Eluana Englaro... e la legge?
di Corona Perer
(Milano, gennaio 2010) - Anzitutto sarà bene dirlo subito. E' un libro scomodo, un libro coraggioso. Attenzione però: non è una crociata, ma un libro che con lo strumento dell'inchiesta condotta da due giornalisti di razza, porta alla luce l'altra faccia della medaglia, quella che una sorta di isteria collettiva non ha permesso di vedere.
"Eluana. I fatti" (144 pagine, 12 euro) è il libro appena scritto dai giornalisti Pino Ciociola e Lucia Bellaspiga entrambi di Avvenire. L'editrice è Ancora (in partnership con il giornale "Avvenire"). Il libro vuole svelare gli aspetti più sconosciuti della vicenda, ma determinanti per farsi un'opinione fondata su quanto davvero è successo.
I due autori hanno deciso di devolvere i proventi del libro interamente alle famiglie con figli in stato vegetativo indicate dall'associazione "Gli amici di Luca onlus", che opera nella "Casa dei Risvegli Luca De Nigris" di Bologna. Il loro libro come dice il titolo, si propone di raccontare semplicemente i fatti, senza censure, e che per questo lascia spesso stupefatti, smascherando realtà difficilmente immaginabili. A partire dallo stato di Eluana.
"Se Eluana fosse stata una malata terminale, la sua uccisione appariva «meno grave», una sorta di anticipazione di quanto comunque presto sarebbe avvenuto. Non solo: se fosse stata sofferente, se il suo corpo fosse stato devastato, toglierle la vita poteva sembrare una forma di pietà, la fine di un accanimento terapeutico. In realtà Eluana non soffriva affatto del suo stato - come ammette lo stesso dottor Defanti - ma fior di giornali hanno contribuito a deviare quest'informazione" si afferma nel libro che raccoglie anche i 'fuori onda' dei reportages raccontati giorno dopo giorno dalle colonne del quotidiano della Cei.
Secondo i dati raccolti da Ciociola e Bellaspiga, molto ci sarebbe da dire anche sulla rappresentazione che è stata data di Eluana.
"Englaro raccontava un'Eluana scarnificata e inguardabile, «dalla faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo», che «pesava meno di 40 chili», le cui «braccia e gambe erano rattrappite», con il viso tutto piagato da «quelle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere ma a lei anche in faccia» (Corriere della Sera, 10 febbraio). Offriva così un quadro raccapricciante di sua figlia, un ritratto incredibile per chi solo pochi giorni prima, a Lecco, aveva visto una paziente ben curata, forte, sana e dalla pelle intatta. E soprattutto che sarà presto smentito dall'autopsia" scrivono i due giornalisti.
Lucia Bellaspiga è entrata nella stanza di Eluana. Ed ecco il suo racconto in una delle pagine più toccanti del libro:
"...Un lenzuolo candido copre la ragazza che giace distesa su un fianco, il destro, così la vediamo di spalle. O meglio, di spalle vediamo una testa di capelli lucidi e neri, tagliati corti, non cortissimi. Quella dunque è Eluana, ci siamo. Mezzo giro intorno al letto e siamo faccia a faccia: buongiorno, Eluana. Non è più la ragazza delle foto, ma chi poteva essere così stupido da pensarlo, nessuno di noi è la persona che era vent'anni fa. Però una cosa colpisce subito: Eluana è invecchiata poco, è rimasta ragazza davvero, anche nella realtà, non solo in quella congelata dalle foto... Di lei vedo le braccia e quelle sono tornite, sode, in carne come mai avevo visto nei numerosi «stati vegetativi» che avevo conosciuto, e pure il volto è rilassato, pieno, normale, non abbrutito da quelle tipiche espressioni deformi che avevo incontrato, bocca spalancata, bava che cola, guance scarne, una sorta di urlo muto di Munch. È primo pomeriggio ed Eluana è sveglia: «Apre gli occhi all'alba e li richiude la sera, di giorno non dorme», spiega suor Rosangela, che resta in camera con noi e parla poco"
C'è un aspetto inquietante e Ciociola e Bellaspiga lo spiegano con chiarezza: Eluana viene ricoverata nella casa di cura "La Quiete" grazie a un «Piano di assistenza individuale» finalizzato al «recupero funzionale e alla promozione sociale dell'assistita», oltre che al «contrasto dei processi involutivi in atto». Dunque: per essere curata. Ma una novità la scoprono leggendo ciò che confida il 4 febbraio al Gazzettino Maurizio Mori (presidente dell'associazione Consulta di bioetica onlus, che segue da molto tempo e da vicino Beppino Englaro): al momento d'avviare le procedure per il ricovero a "La Quiete" c'era «una lista d'attesa, ma le gravi condizioni di Eluana hanno richiesto una sorta di procedura d'urgenza».
Il dottor Carlo Alberto Defanti, nella certificazione sanitaria che precede la ragazza alla casa di cura, aveva scritto come anamnesi: «la paziente non ha avuto in passato patologie rilevanti» e nella diagnosi aveva parlato di «stato vegetativo permanente post-traumatico», giudicandola in «buone condizioni di salute». Aveva certificato che il suo ciclo sonno-veglia è «normale» e che «non ha piaghe da decubito». Quali sarebbero le «gravi condizioni» che hanno legittimato «una sorta di procedura d'urgenza »?
I due giornalisti scoprono che l'Unità di valutazione distrettuale della Asl di Udine autorizza l'accettazione affermando che Eluana ha una «rete familiare in difficoltà nella gestione assistenziale», quindi le serve «assistenza per le attività della vita quotidiana nelle 24 ore». La ragazza entra il 3 febbraio e immediatamente viene ceduta all'équipe capeggiata da Amato De Monte, l'associazione Per Eluana, il cui operato - previsto in un Protocollo firmato il giorno precedente - mira all'opposto del recupero e della cura di Eluana!
L'11 febbraio è anche il giorno in cui iniziano a circolare altre verità: «Secondo i periti era in buone condizioni di nutrizione», scrive l'Ansa. «Al momento del decesso pesava 53 chili», rivela il Corriere della Sera: altro che «meno di 40 chili», dunque. Eluana pesava 56 o 57 chili prima di partire per Udine. Infine la notizia più grave: «È stato calcolato anche il peso del cervello, sarebbe uguale a quello di una persona normale». Per la pubblica opinione è un fulmine a ciel sereno: il gruppetto di medici aveva infatti assicurato cose ben diverse. Che lei morendo non avrebbe sofferto perché «il suo cervello, come quello di Terri Schiavo, è ridotto almeno alla metà del suo peso».
Allineando i fatti viene fuori un disegno che parte da lontano alla fine del 1995 riferendo di una telefonata tra i medici che 'cureranno' Eluana nei quali si indica in Beppino Englaro la persona giusta (con la figlia giusta) per una battaglia a favore della eutanasia. Ecco il profilo psicologico degli Englaro: «Sono persone di grande caratura e, mi pare, molto decise: forse sono in grado di portare avanti un caso come quello di Nancy Cruzan. Vedremo! Per ora ho assicurato loro il mio interessamento: studierò meglio il caso dal punto di vista clinico e poi valuteremo se ci sono le condizioni per procedere e come si svilupperà la situazione. Ma sono persone serie, vanno seguite!».
"Quasi tutte le testate si ostinavano a parlare di «spina» e di «staccare»" ricordano i due giornalisti che ora stanno portando in tour il libro. "Nessun giornale diceva che quello di Eluana era un letto normalissimo, così come la sua stanza. Nessun macchinario, nessun monitor. Soprattutto niente che si possa staccare". E questo deve far pensare. Soprattutto fa pensare chi da tanti anni cura con amore un familiare in come e di casi come questi ce ne sono tanti. Un uomo di Roma, Claudio Taliento, che da sei anni accudisce la moglie in stato vegetativo, ha detto: «Ora anche lei è potenzialmente sopprimibile: basta trovare un testimone che dica: "Non avrebbe voluto vivere così" e posso sopprimerla».
A Englaro è stata attribuita la cittadinanza onoraria dal Comune di Firenze, mentre l'Unci (Unione nazionale cronisti italiani) lo premia come "fonte intelligente che ogni cronista vorrebbe avere, capace di capire il diritto-dovere di una società avanzata di essere informata in modo completo sui temi più importanti che la riguardano". Englaro ringrazia e ricambia, dicendo una grande verità: "Se non fosse a un certo punto scattato il meccanismo dei media non ce l'avrei fatta".
Non entriamo nel merito del premio dato a Englaro, ma sarebbe un bel gesto che l'Unci desse la stessa onorificenza anche a uno di questi padri. Uno soltanto, per tutti i 2.700. Di loro, lasciati soli, i giornali non parlano e le istituzioni si dimenticano.
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