Intervista al Direttore del Castello del Buonconsiglio di Trento, che annuncia le prossime novità tra 2010 e 2011

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Franco Marzatico (Foto C.Perer)

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Statuetta in legno raffigurante Ureo,XXV Epoca Tarda
Trento, Castello  del Buonconsiglio "EGITTO MAI VISTO"

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Franco Marzatico (Foto C.Perer)

Franco Marzatico, il piacere della storia

di Corona Perer 

Franco Marzatico, direttore del Castello del Buonconsiglio è un archeologo dal curriculum impressionante. Lo dicono i numeri: 79 campagne di scavo sulle spalle, 31 delle quali sotto sua direzione.

Ha curato almeno una trentina di mostre a tema archeologico, non si contano saggi, articoli scientifici, conferenze. Laureato in lettere e specializzato in archeologia a Bologna, con master alla Bocconi in management culturale, ha infilato negli ultimi anni un successo dietro l'altro. Dagli ori delle steppe all'antico Egitto, passando per Rembrandt, il patrimonio del Castello è stato rivalutato e al tempo stesso è cresciuto il pubblico. Ora sta già lavorando sugli eventi del 2011, il che gli impone di accantonare ancora per un po' la sua grande passione: le immersioni e la ricerca archeologica subacquea. In possesso di un brevetto internazionale di sommozzatore, ha infatti partecipato, come libero professionista, a campagne finalizzate a scandagliare i laghi di Ginevra e Neuchatel, chiamato dall'Università di Ginevra.

Al Castello è direttore dal 1995, ma la sua attività scientifica non si è mai fermata: per la Treccani ha compilato la voce relativa ai "Reti" e lo ha poi fatto anche per la Zanichelli. La sua specialità è la preistoria ed è proprio su questo segmento che è attualmente impegnato.

Direttore, le manca la professione di archeologo?
Mi manca il rapporto con la terra e l'emozione della sorpresa che ti regala quando trovi qualcosa. Individuare un reperto, ricollocarlo nel tempo e metterlo in relazione con il contesto è una grande emozione. Se dovessi prendere una pausa mi ritufferei nell'archeologia subacquea, ma non posso proprio, per il momento.

Cosa vedremo nel prossimo futuro al Castello?
Posso anticipare che nel 2011 faremo una mostra molto interessante sugli scambi, le relazioni e le influenze che diverse civiltà produssero tra loro nel bacino del Mediterraneo. L'arco di tempo della mostra va dalla preistoria al periodo romano, con oggetti che portano con sé un'idea di mondo. E anche una iconografia: dalla Dea Madre all'Albero della Vita.

La scoperta più curiosa?
Vedere che in modi diversi facciamo le stesse cose. La globalizzazione ad esempio: a tentarla per primi furono i Romani con relazioni che avevano il duplice interesse di veicolare non solo commerci ma anche una ideologia.

Vengono ricostruite le strutture delle società preistoriche?
Anche. Interessante il ruolo della donna nella civiltà Etrusca e dei Celti. È veicolo di relazione e strumento di diplomazia. Un matrimonio serviva a gettare ponti e alleanze e le sepolture dicono poi cosa la donna avesse portato in dote alla civiltà che l'aveva accolta come sposa. Ne emerge l'identità di un popolo e le contaminazioni subìte o esercitate.

Prima del 2011 c'è però il 2010...
Il prossimo anno staremo ancora attorno a Tonelli, perchè nelle 33 casse donate al comune di Trento, che ci hanno permesso di allestire questa raccolta di reperti dell'antico Egitto, ci sono anche vetri di rara bellezza. Quindi nel 2010 allestiremo un mostra sull'uso del vetro con molti aspetti curiosi.

Non solo stoviglie e gioielli?
Non solo. Verrà esposta una singolarissima pistola di vetro, particolarissimi lumi da fede in un arco di tempo compreso tra basso Medioevo e Novecento.

A proposito di Tonelli, che identikit si può fare di questo strano collezionista trentino?
Gli dobbiamo moltissimo: un migliaio di reperti di cui ne esponiamo la metà nella mostra "Egitto mai visto". Stiamo inventariando tutto in un catalogo che uscirà il prossimo anno. La sua passione archeologica è quella portatile quasi...‘da rapina'. Troviamo anche mani e piedi tagliati tra i pezzi.

Passione o mercato di reperti?
Passione. Lui in qualche modo testimonia quella bramosia collezionistica al limite del predatorio di fine ‘800 che però consentì di mettere insieme collezioni uniche come la sua: pezzi molto piccoli, facilmente trasferibili in viaggio, ma di grande importanza perché legati al culto dei rituali funerari.

Da archeologo quale è il pezzo forte di questa mostra?
Al di là delle mummie sempre molto appaganti per il pubblico, direi gli arredi funerari di conforto al defunto. Trovo stupefacenti i sandali in materiale vegetale intrecciato che tra l'altro erano citati anche nelle lamentazioni del popolo come segno di ricchezza.

Che disagio viveva quella civiltà?
Siamo nel periodo intermedio (2100 e 1900 a.C.) in cui c'è una forte crisi del potere faraonico con l'avanzare di centri periferici di potere locale. Gli oggetti di ricchezza erano individuati anche nei sandali. Lo si vede dai sarcofagi di esponenti della società di grado più elevato: le decorazioni riportano oltre gli occhi del defunto, utili a vedere anche nell'aldilà, anche i calzari, utili a proseguire il cammino.

Che conoscenze abbiamo oggi degli Egizi?
Ancora poco corrette. Tendiamo a vederli come un popolo chiuso entro i suoi confini e pensiamo che le uniche relazioni siano quelle che Cleopatra ebbe con alcuni romani illustri. In realtà era un popolo che si rapportò con i micenei, i ciprioti e anche i sardi. Certamente con un'organizzazione sociale centralizzata con risorse e manodopera funzionali a celebrare la dinastia.

In questi giorni si torna a parlare della maledizione delle mummie, Otzi compreso. Lei che ne dice?
Che dovrei essere deceduto da tempo e con me la collega che dirige il museo di Bolzano con la quale tra l'altro ci siamo messi in rete, con un biglietto convenzionato e sconti reciproci per i visitatori tra Trento e Bolzano. Ma tornando alle presunte maledizioni delle mummie, chi studiò Tutankamon morì molto tempo dopo e a livello statistico siamo nella norma. Del resto... dobbiamo tutti morire, prima o poi. Non è così?
(Trento, 26 giugno 2009) 

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