intervista a Gillo Dorfles:"L'arte deve parlar chiaro ed anche la critica"
di Corona Perer
Discutere con lui d'arte può sembrare a volte un duello quasi dannunziano: tra il decadente e l'irriverente, il sincero e il provocatorio. Lo scorso 12 aprile ha compiuto 101 anni. Per i 99 aveva festeggiato con un libro: Gillo Dorfles, "Arte e comunicazione", edito da Electa. Un testo inedito, ovvero la dispensa da lui preparata per i suoi studenti di estetica all'Università Statale di Milano, nell'anno accademico 1969-1970.
Nato nella Trieste mitteleuropea nel 1910, Gillo Dorfles sorvola con lo sguardo la tanta critica d'arte passata per le sue mani: è storia, acqua passata. Come la laurea in Medicina e in Psichiatria rimasta nel cassetto per divenire critico d'arte, pittore, professore di estetica (a Milano, Cagliari e Trieste) e in molte università americane. Definisce la sua arte "clandestina".
Nelle sue tele c'è la freschezza delle forme che fluttuano, persino ottimismo. E' centenario con l'eleganza di un raffinato signore dell'altro secolo un po' a disagio di trovarsi immerso - suo malgrado - nel degrado del terzo millennio. Il critico d'arte che ha attraversato da protagonista un secolo pieno di stimoli artistici come il Novecento, fondò nel dopoguerra il Mac (Movimento Arte Concreta) con Munari, Soldati e Monnet.
Oggi, sembra divertirsi con la sua arte "inconcreta" ma non vuole definirla, lascia fare alla sensibilità del suo pubblico. Mostrare le sue tele firmate con una semplice "d" (scritta in corsivo minuscolo, come la maestra scriverebbe "dado" sulla lavagna) è stato in fondo come denudarsi. Ma se gli chiedi quale ricerca o discorso ci sia dietro, glissa.
"Non ho niente da dire sulla mia pittura, oltretutto non credo che la pittura debba dire qualcosa se non forme colorate". Non resta che puntare gli occhi sulle tele e cercare di farle parlare. E dicono vita: sembrano cellule colte nel loro divenire da un incredibile e potentissimo microscopio che assiste al miracolo della vita, il tempo della vita. Rifiutando qualsiasi etichetta dice: "Non ci sono chiavi di lettura. L'arte deve parlare da sé e se non lo fa vuol dire che è completamente fallita".
Parliamo di Dorfles pittore. Cosa direbbe di lui il Dorfles critico?
Se dovesse parlare ignorerebbe le mie opere. Le parole del critico sono una cosa che non ha a che fare con la mia pittura che è sempre rimasta clandestina.
È giunta al dissolvimento pressoché completo. Non è più figurativa. La pittura oggi non può copiare, semmai realizza figure. Vedo emergere ben pochi nomi di artisti che a cora si valgono dell'antico e pur sempre sublime mezzo espressivo. A parte il ben noto Barcelò o Krzysztof, ricordo di aver visto qualcosa di Daniele Galliano e Nicola Verlato in Italia.
Professor Dorfles, lei ha una laurea in medicina, ha insegnato molti anni, ha fatto il critico d'arte è a sua volta artista. E dipinge ancora...
Certo, ogni giorno. C'è sempre qualcosa da scoprire e molto da esplorare. Anche a 100 anni e passa. È fondamentale per me. Io ho sempre dipinto ma l'attività universitaria mi ha costretto a mantenere la mia pittura clandestina. Non avevo il tempo per fare quello che fanno i pittori oggi.
E che cosa fanno?
Passano tre quarti del loro tempo a cercarsi sponsor e galleristi, a promuoversi.
Come vede l'arte contemporanea?
Glielo saprò dire domani. Direi che ci sono tante idee.
Quali artisti si muovono meglio oggi sullo scenario internazionale?
Difficile dirlo. Ce ne sono tanti, ma nessuno è energia.
E cosa ci dice della critica d'arte, così...criptica nei suoi linguaggi?
Guardi, quando un linguaggio è criptico vuole dire che mancano le idee chiare, manca la chiarezza: non si sa cosa dire e quel che si dice, lo si scrive male. In realtà l'arte deve parlare da sé e se non lo fa, vuol dire che è completamente fallita.
Come critico d'arte quale è il primo strumento del mestiere?
La sensibilità: un critico deve essere anzitutto sensibile, porsi di fronte all'opera, mediarla con parole chiare e tre quarti dei critici fanno discorsi inutili. Avranno anche cultura, ma non stanno di fronte all'arte. Non la fanno parlare.
C'è qualcuno che si distingue?
Si contano sulla punta delle dita. Bisogna evitare le esibizioni linguistiche. Ma la prego: non mi faccia dire altro.
Parliamo di musei: come si muovono in Italia?
C'è gran fermento direi. Non si può non sottoli neare la presenza di tre eventi nella sola. Venezia che da soli sono in grado di rendere esaltante l'attua le stagione lagunare con il nuovo spazio museale di Punta della Dogana (del collezionista francese François Pinault), la mostra di Rauschenberg alla Guggenheim e il museo Vedova di Renzo Piano. Punta della Dogana è un esempio eccelso di come un antico invaso possa tra sformarsi per merito d'un architetto tra i più «soavi» in un aereo ambiente moder no. Anche il vostro Mart va benissimo direi. Io lo cito sempre ad esempio ovunque mi capita di parlarne.
Lei ha solcato tra storia e critica un secolo d'arte. Tra i tanti volti d'artista quale le arriva al cuore prima degli altri?
Melotti. Era un genio. La sua grandezza stava nella sua cultura, nella straordinaria inventiva. Era fantasia allo stato puro, quella stessa fantasia che lo porta a fare anche piastrelle, sempre raggiungendo l'eccellenza, collaborando con Giò Ponti.
Eravate amici?
Sì certo. Con lui ho collaborato. Ci vedevamo spesso a Milano. Io frequentavo gli artisti e spesso andavo da lui. Era un uomo delizioso: affabile, gentile e disponibile. Mai presuntuoso, senza atteggiamenti, privo di retorica. Non era il solito artista ignorante, era colto.
Perchè, gli artisti sono spesso ignoranti?
Oh sì! Almeno tre quarti di loro sono degli ignoranti: si occupano di sé e ignorano il resto.
Sta parlando degli artisti di oggi?
No: di quelli oggi e di quelli di ieri. Sono in genere persone concentrate su se stesse. Ignorano letteratura e musica e quanto avviene intorno a loro. Melotti no. Lui coltivava un grande amore per la cultura, la musica colta, era un artista completo.
Ne ha conosciuti altri come lui?
Paragoni è difficile farne. Lui era unico e inimitabile, molto caratteristico dal punto di vista umano. Io, lui e Fontana eravamo molto amici.
Le cose però sono andate meglio per Fontana, no?
Sì, in effetti, Fontana ha avuto subito un ampio riconoscimento. Melotti non subito, e questo resta per me inspiegabile, ma probabilmente era dovuto al suo carattere molto riservato e schivo. Alla sua morte nessun grande gallerista fece una vera campagna a suo favore. Era ancora vivo e sconosciuto che per primo organizzai una grande mostra a Dortmund.
(Milano giugno 2009 - C.Perer)