Iginio Rogger, pezzo da novanta
di Corona Perer
(Trento-Pergine 18 agosto 2009) - Storico coraggioso, ha ridimensionato la figura di san Vigilio il quale non morì da martire ma di morte naturale, come del resto il piccolo Simone non morì per mano degli Ebrei. E' ancora convinto che non gli sia stata perdonata la sopressione del culto del Simonino, riabilitando di fatto gli Ebrei presenti in Trentino ingiustamente accusati di quella tragedia.
Compie 90 anni il mitico professor Iginio Rogger. Nato a Pergine il 20 agosto del 1919 e cresciuto a Levico, ancora adolescente entra in seminario per frequentare ginnasio e liceo. E' l'arcivescovo mons. Celestino Endrici a destinarlo agli studi universitari alla Pontificia Università Gregoriana di Roma dove si diploma in filosofia e teologia. Ma nell'intelligente Iginio era già sbocciato l'amore per la storia insegnata a generazioni di studenti come se raccontasse una favola. E' il tipico docente innamorato della sua materia, che riesce a trasferire negli allievi il suo stesso entusiasmo, senza mai perdere di vista il rigore metodologico che caratterizza lo storico.
"Ma io sono anche un predicatore, un annunciatore del Vangelo. E cerco di farlo meglio che posso" dice.
Eppure, proprio perchè storico, don Iginio Rogger (oggi Canonico Teologo dell'Arcidiocesi), è sacerdote con un'apertura di idee tale da sfiorare la profezia. Lo storico del resto è costretto a tenere sempre socchiusa la porta delle certezze, ad essere pronto a confutare le ipotesi più diverse e se necessario a correggere i dati acquisiti. Il metodo del confronto è il suo strumento di lavoro e - se applicato alle problematiche di una chiesa in cammino - porta ad interrogarsi continuamente sulla difficile situazione attuale nella quale la crescente indifferenza cammina a pari passo con una costante diminuzione delle vocazioni. Problemi ai quali lo storico e sacerdote con oltre 60 anni sulle spalle di vita pastorale, guarda con coraggio e spirito critico. Celebra messa ogni giorno e sale ancora in bicicletta per agevolare i suoi mille appuntamenti i città tra il Duomo, la Fondazione Kessler e il seminario. Fino a qualche tempo fa capitava di incontrarlo con studenti o comitive in visita agli scavi dove non temeva di arrampicarsi per mostrare meglio dove passava il muro, e dov'era il tal confine. Infaticabile e in ottima forma, passa il tempo libero nel suo studio dove legge, studia, sbriga contatti e corrispondenza.
In un angolo proprio davanti alla scrivania c'è un piccolo tappeto steso a terra davanti a un leggio molto basso. E' lì che il professore si inginocchia e prega.
E' tuttora direttore del Museo diocesano, incarico assegnato negli anni '50. "Per me il museo è stata anche una cattedra di storia" dice Don Rogger che quando parla delle campagne di scavi da lui dirette si illumina in viso. "Finchè mi lasciano, sono ben felice di poter continuare a dirigere il museo".
E' notorio che avrebbe potuto essere Vescovo.
"Grazie a Dio ciò non è accaduto! E' una responsabilità tremenda non un successo mondano. Il profeta Ezechiele spiega bene i guai del pastore. Molti forse temerono che io divenissi vescovo, il che fu una fortuna per me".
Il suo crucccio è il problema di comunicazione presente oggi nella Chiesa per secoli maestra di comunicazione. "Con i giovani non ci rendiamo conto che non stiamo parlando nel modo giusto. Il calo di vocazioni deve interrogare la Chiesa innanzitutto. C'è poca fantasia, insufficiente volontà di recepire e tradurre in atto le volontà del Vaticano II. Parlo in generale: tutta la Chiesa sembra difendersi dalle intuizioni profetiche del Vaticano II, sembra quasi averne paura" e afferma che a preoccuparlo maggiormente è una Chiesa che non affonda la questione fondamentale.
"Che ne è della fede nei cristiani di oggi? Perchè questa indifferenza? Cosa possiamo e dobbiamo fare per operare nella direzione giusta?" sono le domande del novantenne Iginio Rogger.
Un'istituzione, come il Duomo di Trento.
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