Memoria: ricordare per essere giusti
di Corona Perer
24 aprile: per gli Armeni è il giorno del Metz Yeghèrn” cioè il “Grande Male”, una piaga dell'anima per il popolo armeno e una pagina rimossa dalla Turchia ufficiale. Una pagina che ancora stenta a divenire memoria collettiva come è accaduto invece per la Shoah.
Metz Yerghèrn è il nome che gli Armeni danno ad uno degli avvenimenti più oscuri del Novecento. Raramente si studia a scuola, raramente se ne parla. E le voci che lo negano sono più forti della memoria di chi per quella strage ci è passato attraverso la storia della propria famiglia.
Ma Antonia Arslan, l’autrice della “Masseria delle Allodole” ha saputo farne una voce ancora più forte: un libro che, dopo aver vinto il Campiello ed essere diventato un film nonché un bestseller tradotto in molte lingue, da tre anni la tiene incessantemente impegnata in un tour che riscuote ovunque grande interesse di pubblico. Un libro che è riuscito ad essere finalista persino al Los Angeles Times Book Prize.
Per Antonia Arslan è stata però solo l'occasione per ricordare ciò che continua a ripetere in questi anni: "ricordate".
Nata a Padova nel 1938, laureata in archeologia e docente per molti anni nell’università patavina di Letteratura italiana moderna e contemporanea, Antonia Arslan è una donna dolcissima e molto alla mano, pronta a spiegare con umiltà la storia del suo popolo.
“Siamo quattro gatti” dice. Ma al fondo delle sue origini c’è una storia aurea che gli armeni hanno intessuto ai piedi del monte Ararat e che è anche fatta - purtroppo - di una delle sofferenze più tragiche del ‘900.
Professoressa Arslan quanto le è costato trovare le parole per questa memoria di famiglia?
La fatica enorme è stata cominciare. Non ero convinta di essere capace di scrivere un romanzo, io venivo dalla scrittura critica creativa, ma una storia romanzata era ‘il nuovo’ per me. Quindi è stata una sofferenza, poi durante il percorso ho vissuto una maturazione lenta
La scrittura fornisce ad ogni autore un'ebbrezza. A lei quale immagine ha fornito?
Mi è sembrato come di essere salita su un carro da cui non potevo smontare, da cui mi sarebbe costato scendere.
Ci sono stati momenti difficili o critici?
Sì, alla fine della prima parte, con la scena della strage alla masseria, mi sono bloccata. Dopo averla scritta mi sono fermata a lungo. Non ero capace di riprendere.
Lei non era presente a quella strage. Mentre la scriveva la vedeva o la ricordava dalle parole del nonno?
Bella domanda. Ora che ci penso la vedevo. Sì: la vedevo. Ho visto l’erba, il sangue che veniva fuori, e l'uomo che tagliava la gola.
Questo libro racconta memorie di famiglia. Quando ha cominciato a sentirle?
Avevo 5 anni, sono vissuta dentro questi ricordi. Ma la maggior parte me l’ha raccontata qualche tempo dopo mio nonno. Mi ero ammalata e lui mi aveva portato in convalescenza, anzi aveva vietato a mio padre di farlo perché diceva che io lo abbindolavo e gli facevo fare quello che volevo. Così fu lui a portarmi. E per premio mi raccontò questa storia.
Per premio: ma lei lo percepì come un ‘premio’?
Oh sì! E che premio..! Mi veniva fatto un grande onore, perché il nonno non ne aveva parlato con nessuno. E così io, piccolina, devo essermi detta: se lo dice a me vuol dire che sono importante quindi è cresciuta in me la stima.
Lei però non ha preso appunti. Come si è sedimentata questa storia fino a diventare un romanzo?
Con racconti successivi. A 8 quando il nonno mi fece il secondo più importante racconto. Nel libro io non lo spiego ma andò proprio così.
E quando ha deciso di raccontare questa storia?
Non l’ho mai deciso: l’ho sempre fatto. Con le amiche, in famiglia, come racconto orale.
Anche con i suoi studenti all’università di Padova?
No quello mai, un conto è fare lezione e portare ‘anche’ gli autori del genocidio e un conto è parlare della propria vita cosa che, una volta uscito il libro ho anche fatto con i miei studenti, ma privatamente, magari dopo una lezione privata o nelle ore di ricevimento.
A libro pubblicato gli studenti le hanno mai chiesto di parlare del genocidio degli Armeni?
I miei studenti ne andavano pazzi e me lo dissero, ma io ho preferito portare loro tante storie di scrittrici dimenticate. Di fronte alle loro insistenze ho preferito presentare Varujan che mi ha ispirato, anche perché insegnavo a lettere nel corso di laurea in lingue, e quindi ho spesso fatto tradurre gli studenti.
E la decisione di passare dal racconto orale alla scrittura quando è avvenuta?
È stato un lungo percorso. Vede, eravamo così italianizzati noi armeni che per pudore familiare non era necessario raccontarlo, se ne parlava in famiglia: era quello il luogo della memoria.
Leggendo il libro è la zia Henriette che le fa da guida...
Sì, lei mi amava moltissimo, ma non ne voleva parlare pubblicamente.
E allora quando scatta la molla?
Pian piano, andando dalla zia, ascoltando dischi, leggendo i suoi libri ho sentito che mi interessava sempre di più la storia di questo massacro immane. Io vedevo nel deserto questo popolo e leggevo tutto quello che trovavo ma sempre come attività personale.
Poi ho conosciuto un poeta che aveva insegnato a Venezia ed era morto nel genocidio: Daniel Varujan. È lui che mi ha stimolato. La poesia è vita. Aver letto e tradotto quelle poesie è stata un’avventura topica per me. È poesia di carne e sangue, gioia e colore, con la vita di campagna, gli odori e i profumi della terra
di Anatolia. Mi sembrava di percepirli.
Leggendo il libro sembra che lei sia alla masseria... Cosa avrebbe fatto lei?
Molti dicono che sembra che io sia stata lì. Il fatto è che io nella masseria non ci sono entrata, pur vedendola bene con i miei occhi come le ho detto. Mi spiego: ho la convinzione che non so cosa avrei fatto io, se fossi stata storicamente lì: ne sarei certamente morta prima di essere uccisa. Perciò ho potuto raccontare questa storia perché era il dolore dei protagonisti, ed ho percepito tutto il dolore di queste creature, che vedevo e vedo come flauti di ossa che cantano del deserto.
E il titolo da dove viene?
Mentre scrivevo mi è venuto davanti. Avevo deciso che si sarebbe chiamato la Masseria delle Allodole, come qualcosa che emerge da lontano. L'allodola è un uccello della tradizione armena:
è il simbolo del grano che matura, una creatura che canta stupendamente.
A Rovereto era già venuta?
Oh sì, ero venuta a vedere il museo Depero e mi sono sempre riproposta di venire a vedere il Mart chissà che sia la volta buona. Ma continuano a chiamarmi a presentare la Masseria…
Ma è vero che lei dopo 3 anni dall’uscita del libro è costantemente in tour?
Sì. Pensi che per venire a Rovereto ho dovuto dire no ad altri dieci. E quel che più mi stupisce è che ovunque trovo la curiosità e l’affetto che gli italiani dimostrano per la storia degli armeni a tutte le età. È commovente mi creda. Perché noi armeni siamo quattro gatti. Continuo a girare: ero a Cesenatico giorni fa e anche lì tutti che mi dicono: vogliamo sapere di più, perché non ci dicono nulla? Dappertutto l’italiano medio è deluso, agitato - pieno di paura, direi - e ha bisogno di sapere. Un po’ come è capitato per il vostro Rosmini che è stato così a lungo vietato eppure era una delle menti più brillanti della filosofia. Sa quanti in America ne parlano? Non sono filosofa, ma tante volte mi è capitato di sentirlo citato.
È molto più conosciuto di quanto avrei io stessa pensato.
Cosa non dimentica mai di fare nelle sue conferenze?
Di leggere una poesia di Varujan. Quando morì aveva 31 anni, in tasca aveva una raccolta di poesie che la Polizia gli prese. Era il Canto del Pane. Di solito leggo “Notte sull’aia”. Parla del cielo come dell’antica patria perduta perché vede questo è il dramma degli armeni: loro non hanno avuto una patria, un ritorno.
Come vede la Turchia in Europa e quale è il pericolo?
Vede, si tratta di fare entrare in Europa un paese che diventerà il più importante in poco tempo perché è il più numeroso: 72 milioni di persone, cioè pari alla Germania di oggi. Ma con un trend di natalità superiore e quindi sarà il più forte. Che succede se si allea con la Germania? Controlleranno l’Unione perché la democrazia significa avere i deputati proporzionati alla propria popolazione. Possiamo stare tranquilli come europei? Farla entrare in Europa senza riflettere su questo suona angoscioso.
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