Mauro-Corona-l'intrattabile-irascibile-'intellectuelle'
di Corona Perer
Marco e Mattio è il titolo di un bel romanzo di Sebastiano Vassalli ambientato nello zoldano. Mauro e Matteo sono invece i Corona che stanno dirimpetto, ovvero sull'altra sponda di Longarone, località da cui si accede da un lato allo Zoldano e dal lato opposto al confine friulano: quello dei Corona's.
Nasce una nuova dinastia in letteratura? Potrebbe essere. Padre e figlio presenteranno il 5 gennaio 2011 a Lavarone le loro ultime-prime fatiche.
Dopo "il mondo storto" e le avventure di Neve, la bambina di ghiaccio, "il" Corona per antonomasia presenta il figlio, al debutto in narrativa con la stessa casa editrice che lanciò Corona senior (Biblioteca dell'Immagine).
"Posso scrivere solo ciò di cui ho conoscenza” ci disse il ruvido scrittore friulano nell'ultima intervista conclusasi con furente scroscio di improperi perchè la sottoscritta stava prendendo appunti con carta e penna e non stava registrando su nastro magnetico il suo "verbo".
Mauro Corona, non è una persona facile lo si sa. La comunicazione venne interrotta sotto una valanga di offese semplicemente perchè all'altro capo il giornalista non aveva un registratore acceso a immortalare virgole e sospensioni, pause, le volute di fumo della cicca e magari anche le bestemmie ovvero proprio quelle cose che costituiscono la sua crosta (o che lo rivelano per quel che è: dipende dai punti di vista).
Soccombere o mandarlo al diavolo? Il giornalista è abituato a molti generi umani: forse Corona non è nemmeno dei peggiori, ma certamente non dei più tolleranti. Personalmente crediamo che il vero intellettuale si manifesta nell'ascolto, nella capacità che ha di dimenticare sè stesso, per far posto anche all'altro. Ma Mauro Corona non è uomo da convenevoli e la pazienza deve essere - per lui - solo uno dei sostantivi alla voce "p" del vocabolario. Alla fine va assolto: è una persona che si rivela senza barare. Un "semplice complesso" si potrebbe dire.
Resta il dubbio se tutto ciò non sia solo e soltanto ciò che concorre ai miti che circondano il personaggio che lo vogliono sfascia-bar e divoratore di canarini vivi. Ma lasciamo correre e raccontiamo "il" Corona per quel che sappiamo di lui e dei suoi boschi gelidi (quelli fisici e quelli metafisici che sono incisi nella sua astiosa anima).
Stare nel bosco e tra le montagne è calcolo di marketing o la volontà di non deludere lo zoccolo duro dei suoi tanti lettori? Fu una delle nostre domande. Ci rispose che era in realtà una vera e propria necessità interiore.
Può aprire rozzo, persino presuntuoso, e forse è l'uno e l'altro. Ma in questa intervista (risalente al maggio 2009), raccolta in una parentesi dalle burrascose tempeste di egocentrismo che ogni tanto lo colgono, rivela di essere un timido, un buono, un generoso. Lo scrittore di Erto in questa intervista si racconta a tutto tondo. Persino nelle sue debolezze. O nelle sue virtù: dipende dai punti di vista. Così - senza volerlo - ne raccontiamo il volto umano, che sembra vero. Un uomo che non conosce una parola: felicità.
"L'ho tolta dal mio vocabolario. Roba che non fa per me" mi disse. E non è difficile credergli.
La montagna è sempre al centro della tua narrativa. Non ti piacerebbe scrivere un romanzo metropolitano?
No, io non posso parlare della città. Ma solo il mio terreno. Però parlo di cose universali che si vivono ovunque: dolore, fatica, miseria, passione morte.
Ma c’è qualcosa della realtà di oggi che entra nei tuoi libri?
Non ci sarà la vita urbana, ma c’è la violenza, il tema dei bambini abbandonati, intolleranza, anche senza parlare di immigrazione. La violenza è nell’uomo. Nel mio racconto una donna nasconde il bambino abortito in una forma di formaggio che regala al prete. Oggi i neonati sono nella spazzatura perché il mondo dannatamente si ripete.
Che spiegazione dai al crescendo di violenza al quale assistiamo impotenti?
L’ho detto: è parte dell’Uomo. Se fa notizia è perché oggi giornali e telegiornali hanno spazio per farlo e devono riempire il loro spazio. Come diceva il maestro di Borges, non è il secondo artista a macchiarsi di plagio, ma il primo. Quello che vediamo c’è sempre stato e si ripete.
Cosa maggiormente ti dà fastidio della società attuale?
L’ostentazione di chi ha denaro, l’imbecillità suffragata dal denaro, i poveri che imitano i ricchi. Ma mi dà imbarazzo anche mangiare un buon pasto quando ci sono bambini con la pancia gonfia di niente. E chi ha se lo tiene stretto, porco mondo. Accendi la tv e va in scena la scemenza: gente che ha rubato e si siede nei salotti, quasi mostrata a modello.
Questa tv è quella che ci meritiamo o siamo così per colpa della tv?
Innanzi tutto bisogna sapere che la tv è decisa da psicologi e sociologi. Sanno cosa vuole il popolo bue (partite di calcio, reality, le gare della Ferrari) e glielo offrono. E hanno ragione se poi ci sono 16 milioni che guardano quella roba.
Quindi abbiamo ciò che ci meritiamo…
Esatto. I grandi numeri non si fanno con la cultura. Ma non è un problema solo italiano, solo che negli Stati Uniti accendi la tv e trovi sia la tv spazzatura che quella di qualità, invece noi dobbiamo stare su di notte per vedere qualcosa di valido.
Che rapporto hai con il successo?a libertà, per te è sacra. Riesci ancora a difenderla?
È proprio qui il mio segreto. Mi credono strambo: invece non mi lascio pigliare. Se ho voglia di fare un giro nel bosco me ne infischio di ogni impegno.
Come affronti allora i momenti in cui sei costretto in qualche modo a stare con i tuoi fans?
Pensando che il successo pretende (soprattutto chi te lo ha fatto avere…). Esige presenza e un certo comportamento. Se non fai un autografo a un fan lo hai perso. Così quando ho voglia mi faccio vedere, faccio una scorpacciata di fans, sto fin che non mi caccian via. Ma per tornare il Mauro boscaiolo, che scrive e ha vissuto nei boschi, devo sparire: se la gente mi vede in laboratorio son finito.
Ci puoi dire come fai a difenderti?
Scompaio. Ho un nido, una baita dove non mi raggiungono se non fanno il quarto grado di arrampicata. Lì mi nascondo. La gente non ti perdona se non ne hai voglia. La regola perciò è concedersi quando ti va e poi sparire. La mia libertà è che al mattino decido io ciò che voglio fare.
Una casa editrice però deve poter programmare le presentazioni editoriali, deve dare visibilità alle sue firme. Come fai a programmare gli incontri?
Non li programmo. Se mi telefonano e mi dicono “facciamo a gennaio” io dico “No, cari! Io non mi faccio programmare”. Perchè se quel giorno ho voglia di andare nel bosco, io vado. Allora devono prendermi al volo: non mi faccio mettere la sveglia da nessuno.
Il successo, le tante copie vendute, hanno fatto di te anche un uomo ricco. Che rapporto hai con il denaro?
Io in realtà non ho neanche una lira. Sì ho venduto alla Mondadori un milione e mezzo di copie e ho dato tutto ai miei figli. Corona Mauro fu Domenico non ha intestati neanche 5 euro. Ma siccome non sono un bastardo ho dato anche alla moglie. Sicchè potrebbero benissimo cacciarmi come un nullatenente. Ma io me ne andrei senza citarli in Tribunale, con un sorriso. Perché non ho bisogno di nulla: un paio di scarpe, la giacca sono la mia ricchezza. Capisci dove è la forza di una persona?
Tu sei alpinista, scrittore, artista: tre dimensioni diverse o la stessa?
La stessa perché faccio lo stesso mestiere: togliere. Cambiano i materiali e le tecniche. Scrivi 1000 pagine e devi ridurle a 700, fai una scultura e devi togliere materiale, fai una scalata e devi togliere movimenti per non stancarti e cadere. Sottrai. Anche esistere, è come scolpire: si deve togliere.
Sei artisticamente tridimensionale insomma. Come coordini queste tre dimensioni ?
Semplice, quando mi sveglio, faccio quello che mi suggerisce il mio corpo e la mia anima. E quando finiremo la nostra intervista mi metto a scrivere perché io sono uno che scrive. Bada bene: non ho detto uno scrittore, ma uno che scrive.
Quindi tieni sempre aperti i tre canali…
Sì, domani mattina magari guarderò quel crocifisso non finito e sarò lo scultore. Uno è quello che si sveglia alla mattina, ed è libero quando non deve timbrare il cartellino.
Tu però hai iniziato scolpendo. In che misura la scrittura ha influenzato la tua espressione artistica?
Tutto aiuta. La scrittura può avermi forgiato per una maggiore capacità di sintesi in scultura, ma aiuta anche l’arrampicata dove c’è il controllo dei movimenti. Tutto è legato a ciò che sei stato: con chi hai vissuto, chi sono stati i tuoi genitori, la tua contrada, i tuoi amici. Siamo figli della nostra storia, di quel che ci è capitato.
Parliamo di Erto alla quale hai dedicato anche tante pagine ed anche numerosi appelli. Ti pare di aver smosso qualcosa?
No, l’unica cosa è che i turisti vengono a vedere dove è passata la morte. Guarda caso sono venuti dopo che Paolini lo ha detto in tv. Erto vecchia sta crollando. È vero c’è un albergo, ma non abbiamo scuole. È tutto in vallata. Ed è un’ingiustizia.
Cosa intendi dire?
Parlo della dura vita di montagna. I nostri ragazzi sono costretti a trasferte durissime per andare a Feltre o a Belluno a studiare e se vogliono proseguire devono andare là per poi ripartire: verso Trento o verso Padova. Quassù non c’è un tabacchino, frutta e verdura e macellaio, una cartoleria: bisogna andare a Longarone o a Claut, 18 chilometri ogni volta. E la benzina costa come chi ha la macelleria sotto casa. E per scaldarci: il gasolio lo paghiamo come a Venezia, se non di più. Questa è la vita di montagna: fatta di tante ingiustizie e troppa scarsa attenzione.
In un tuo recente scritto hai definito Dio un fabbro. Che rapporto hai con la fede?
Bisogna tener conto che sono cresciuto in una famiglia religiosa. Mio padre era un delinquente ma prima di mangiare faceva sempre il segno della croce. A messa non vado perché ne ho prese fin troppo quando studiavo al collegio don Bosco, ma credo. Ogni tanto mi vengono i dubbi e mi rivolgo a Dio. E dico le parole di quella canzone della Mala: “guarda, butto la paglia a mare e va in fondo e ad altri vedo galleggiare il piombo…”. Ma un caro amico ormai vecchio di Erto mi ha detto che non si devono indagare i progetti di Dio, lascia che faccia lui, mi dice sempre. Così vacillo ma continuo a credere.
Vai anche a messa?
No, in chiesa non entro: non reggo certe facce che si inginocchiano senza sapere cosa è generosità e perdono.
E tu conosci il perdono?
O sì che lo conosco!
Sei un uomo che perdona?
Sono una bastardo pieno di difetti, ma una cosa che so fare è chiedere scusa con umiltà e col cuore. Io insomma non lo faccio per recita.
Anche con i tuoi detrattori?
Certo. Recentemente ho ritirato una denuncia verso uno che sparla di me su un blog. Ho anche voluto conoscerlo per chiedergli cosa gli avevo fatto. L’avvocato diceva che potevo chiedergli i danni,
ma quando ho capito che era l’invidia ad agire in lui, ho ritirato tutto per non mettermi sullo stesso piano. Del resto io conosco la mia onestà e chi mi vuol bene sa. Chi non mi conosce pensi pure che sono un mascalzone non me ne frega un fico secco.
Cosa non ti perdoni, invece?
L’impulsività. Quella mi ha fregato tante volte! Una mossa sbagliata però può danneggiare una vita, una amicizia, tanti rapporti. E la mia impulsività è mostruosa: sono capace di dire cose gravissime. Ne sono capacissimo e poi quando l’hai fatta, l’hai combinata grossa. Bisogna ragionarci e poi questo è un mondo che non perdona nulla, drastico, draconiano. Magari perdona chi ammazza e lo fa uscire di galera. Ma questa è la legge, non il perdono.
Di te si possono avere di te anche delle idee sbagliate…
Non me ne frega niente! Non mi interessa. Il male di questo pianeta è il pregiudizio. Rigoni Stern mi ha detto che prima di dire una parola su un uomo devi aver mangiato con lui almeno 10 chili di sale, che equivalgono a 3000 minestre.
Mi spiego meglio: tra le tante idee sbagliate, cosa non è stato detto di te che invece vorresti fosse detto perché corrisponde al giusto Corona?
Si dovrebbe parlare della mia onestà, della mia sincerità, mai capita e mai cercata. Mi vedono fare lo spaccone o bere un bicchiere di vino, oppure mi presento in modo provocatorio, e mi catalogano. Io non posso dire alla gente: cercate chi sono, cercate più in là. Io sono una persona buona! Io sono autentico e generosissimo:
sto dilapidando un capitale per aiutare i miei amici in difficoltà, se lo sa mia moglie mi denuncia….
Allora questo non lo potrò scrivere…
No, no! Questi lo scrivi questo eccome. Fammi un piacere:scrivilo proprio che è l’unica cosa bella che ho detto. Sì, sto dilapidando un capitale per aiutare amici in difficoltà economiche. Come vedi te l’ho ripetuto, perciò scrivilo: hai capito bene.
Mauro Corona è capace di commuoversi oppure soltanto scorza dura?
Altrochè se mi commuovo! Può capitarmi anche in pubblico
L’ultima volta che hai pianto…
Qualche notte fa pensando a Silvio, un amico che vive da solo e senza nulla. Siccome si è ammalato di cancro, lo Stato gli dava 400 euro. Poi però è migliorato e allora glieli hanno tolti. Ora vive senza soldi. Vado da lui, vedo la sua faccia buona che non se la prende con nessuno e di notte piango. Fa tenerezza, non pietà. Come può lo Stato fare questo? Io a quella gente spaccherei le gambe a bastonate.
Quale parola detesti di più tra quelle che sei costretto
a usare quando scrivi?
La parola felicità
Perchè?
Perché questa è una parola che per Corona Mauro non esiste. L’ho tagliata con una lametta dal vocabolario.
Roba da diciassettenni innamorati.
Quindi non la cerchi, oppure non la trovi?
Semmai trovo tranquillità e pace in alcune cose. Felicità è parola che impegna e angoscia. Serenità per me è camminare in un bosco mentre piove o nevica, scrivere una buona giornata o vedermi pubblicato un libro, il saluto di un vecchio boscaiolo che non sa che ho scritto libri e mi tratta da collega offrendomi un bicchiere.
Questa è la tranquillità che mi porterà nella tomba, fatta di nostalgia. No, la felicità non fa per me.
Tra le tante cose scritte, le vette scalate, le opere scolpite, di cosa vai più orgoglioso?
Dei miei figli. Ci accompagnamo per mano. Mi aiutano, cercano la mia presenza.
Dei tuoi libri sei soddisfatto o tornando indietro ci rimetteresti mano?
Solo gli sciocchi sono soddisfatti. No: io non lo sono mai.
Per affetto sono legato a “Fantasmi di Pietra” che parla proprio di Erto vecchia che muore dove ogni casa mi racconta la sua storia.
E tu che rapporto hai con la morte?
Ho il terrore. È per quello che vivo.