Carlo Casonato, il dovere di dire
di Giulia Pedrotti
(Trento, 31 ottobre 2007) - "Lei ha un tumore". Frase che deve essere pesante come un macigno. Lo sa bene chi ci è passato e, grazie alle cure, ha potuto oltre-passare il baratro che sembra aprirsi
con la malattia. Quali sono i confini del dovere di informare il cittadino-paziente e come si può conciliare il dovere di comunicazione degli operatori sanitari con il diritto all'informazione dei pazienti? Il curante può trovarsi di fronte ad una richiesta di "non-sapere", che può provenire sia dal paziente stesso,
sia da soggetti terzi? E quindi doversi astenere a garanzia e tutela della richiesta avanzata dall'assistito o i suoi familiari?
È giusto o sbagliato? Se ne è discusso a Trento in un incontro moderato dal professor Carlo Casonato, docente di Diritto costituzionale comparato dell'Università di Trento, responsabile scientifico del progetto "BioDiritto". Le circostanze che riguardano comunicazione e silenzio in ambito medico sono delicatissime:
in campo c'è una persona, il suo mondo e la sua famiglia, aspettative, paure. In circostanze come queste, diverse dimensioni - deontologica, terapeutica, etica e giuridica - possono entrare in conflitto, poiché per ognuna di esse sussistono diritti e doveri che risultano talvolta inconciliabili tra di loro, è stato detto al convegno da più voci.
Professore straordinario di Diritto costituzionale comparato e responsabile scientifico del progetto BioDiritto alla Facoltà di Giurisprudenza a Trento, Casonato spiega come queste tematiche possono essere affrontate alla luce del diritto.
Professor Casonato, quali sono i confini del dovere di informare il cittadino-paziente?
Più che ragionare sul dovere del medico, c'è un confine sul diritto. L'ordinamento giuridico e il codice deontologico forniscono questa indicazione: il diritto del paziente si incontra con il dovere
del medico. Il diritto corrisponde cioè al dovere, perchè ci sono sempre due soggetti in dialogo. La medicina è sempre una storia di relazione tra medico e paziente che nei casi più gravi richiede una alleanza terapeutica.
E in caso di soggetti terzi, i famigliari, ad esempio?
Il nostro diritto dice che un soggetto terzo può essere informato solo se il paziente autorizza il medico a questo. Ad esempio nel rapporto col mio medico, autorizzo che lui informi mia moglie.
Esiste anche il diritto a non essere informati?
Certo, il diritto di sapere cammina accanto al diritto di rifiutare di non essere informato e in questi casi il codice di deontologia medica del 2006, si adegua e fa sì che la volontà del paziente
sia rispettata.
Ma cosa avviene oggi e quale sarebbe la soluzione migliore a tutela del paziente?
Spesso si nota, nei casi più gravi soprattutto, la tendenza a by-passare il paziente, a non dirgli nulla per evitargli sofferenza. Perciò c'è una certa istanza tra prassi e teoria, ovvero tra ciò che dice il codice e ciò che avviene negli ospedali. Le tematiche dell'informazione e del consenso informato sono ancora distanti dagli obiettivi della deontologia medica. Ma è sempre il paziente il vero ‘centro' del diritto anche perché solo lui può scegliere che tipo di cure affrontare e, questo è possibile, solo se è informato. Proprio questa distanza tra teoria e prassi è ciò che ci ha spinto a progettare i dialoghi tra bioetica e biodiritto perché la legge può anche essere perfetta, ma serve il retroterra culturale pronto ad accoglierla ed attuarla.
E che risposta hanno avuto queste iniziative?
Buona direi, in aula abbiamo avuto per ognuno dei nostri "Dialoghi" dalle 160 alle 200 persone ogni volta, tra medici, infermieri e studenti. Il che significa che l'attenzione e la volontà di riflettere su prassi rispettose dei diritti del paziente, è alta.