Psichiatria da costruire:insieme
di Elena Tapparelli
(Trento, 26 aprile 2012 ) - "Fareassieme" è il nome con cui il Centro di Salute Mentale di Trento riunisce l'insieme di persone, attività e pratiche impegnate a vari livelli nella riabilitazione psichiatrica. "Quando abbiamo iniziato" - spiega il primario Renzo De Stefani - "questa sperimentazione era letta all'insegna del vogliamoci bene... con il passare del tempo, si è cominciato a coglierne il valore culturale e scientifico".
L'innovatività e l'efficacia del coinvolgimento diretto dei pazienti, dei loro famigliari e del resto della comunità, pilastro del fareassieme nella cura al disagio psichico, sono lo specchio reale delle definizioni teoriche attuali attorno alla riabilitazione psichiatrica.
Lo psichiatra Angelo Barbato - consulente presso l'istituto di ricerca Mario Negri - intervenuto recentemente durante un workshop tenutosi presso la Casa del sole a Trento, chiarisce il significato di riabilitazione psichiatrica. "L'organizzazione mondiale della sanità la definisce come una strategia: non una tecnica, non solo un insieme di interventi sul malato, volta a favorire l'inclusione sociale, il benessere soggettivo, la qualità della vita delle persone" afferma.
Dunque, un cambiamento di prospettiva rivoluzionario rispetto all'approccio prevalente nella cura della salute mentale. Ripensare la riabilitazione significa rivedere il concetto stesso di malattia e salute.
"Se per esempio chiedete a dieci psichiatri se si guarisca dalla schizofrenia, pochi risponderanno di si". Barbato porta i risultati di una ricerca di Harrow (2005). Lo studio, che ha interessato 76 pazienti per ben diciotto anni, consisteva nella rilevazione (effettuata ogni cinque anni) di periodi di almeno tre anni in cui i soggetti hanno affermato di sentirsi guariti.
"La malattia è la somma di diversi sintomi, viceversa la salute è l'assenza di questi sintomi" aggiunge. A partire da questo assunto i dati raccolti hanno dimostrato che, complessivamente, il 43% dei soggetti è guarita. "Complessivamente nel senso che la guarigione ha interessato persone diverse in periodi diversi: la malattia va considerata come qualcosa in cui le persone entrano ed escono, è una categoria che non è stabile ma dipende da una serie di fattori".
Di qui, il mutamento degli obiettivi nella cura: il benessere psicologico dei pazienti (attraverso interventi congiunti di medici e psicologi); la riduzione degli effetti avversi dei trattamenti (le terapie farmacologiche); la ricerca di un miglioramento dell'autoefficacia per i malati (le competenze sociali), la riduzione della discriminazione e dello stigma da parte della comunità, il supporto alla famiglia e al contesto interpersonale ed infine, ma certamente non meno importante, l'aumento di ‘potere' dei pazienti.
"Il servizio di salute mentale di Trento è impegnato da diversi anni in tutti questi ambiti" afferma Barbato, "innovatività che ben pochi altri servizi, nel mondo, hanno avviato".
A Trento infatti, questo elenco di obiettivi è ben chiaro, ha un nome semplice, si chiama "Fareassieme".
Si basa sul protagonismo degli utenti, coinvolti personalmente nel percorso di cura; sull'azione di tavoli di concertazione attraverso cui famigliari e utenti hanno apportato modifiche sostanziali e miglioramenti nell'erogazione dei servizi; sull'abbattimento del pregiudizio mediante le dirette esperienze degli utenti all'interno delle scuole e in diverse iniziative di sensibilizzazione per il pubblico; sull'impegno di ‘cittadini attivi' che partecipano alle attività del servizio (ad esempio con il mensile Liberalamente).
Ci sono strumenti potenti come la ‘mappa dell'abitare' e la casa dell'auto aiuto, che attraverso la responsabilizzazione del malato nella scelta abitativa ci fanno pensare alla contenzione e la realtà manicomiale un passato lontano, irriconoscibile.
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