Farid Adly e il clan dei Gheddafi
di Corona Perer
Il giornalista libico Farid Adly vive da quarant'anni in Italia. Ci arrivò come studente e decise di restare senza però mai chiedere la cittadinanza come atto di protesta con le leggi del nostro stato che non riconoscono un diritto ma solo la possibilità di poterla chiedere. A Rovereto è venuto di recente in occasione delle celebrazioni per il decennale di Osservatorio dei Balcani e Caucaso.
Per Farid Adly la rivoluzione libica è effettivamente partita dal contagio interno del Mediterraneo e quando sono caduti Tunisia ed Egitto il segnale è stato che poteva cadere anche Gheddafi che in quarant'anni di dittatura ha annientato la popolazione. "Nessuno poteva emergere se non apparteneva alla famiglia: persino nelle telecronache di calcio si doveva solo citare il numero della maglia e non il giocatore perchè nessuno prevalesse".
Un piccolo aneddoto, apparentemente banale ma molto significativo che Farid Adly ha citato per dire lo stato di un paese che per 8 anni negò l'eccidio di 1271 carcerati oppositori del regime, una scintilla che ha continuato a covare (alcune famiglie furono poi indennizzate, altre si rifiutarono continuando a chiedere un processo al regime).
Quanto ai flussi migratori che l'esplosione nel Magreb ha provocato (ora che sono state provate le complicità di Gheddafi grazie al suo ex-ambasciatore a Roma), le parole sono state chiare. "E' stato un atto criminale anche tenere a Lampedusa 5000 profughi, sbraitando con l'Europa, quando la Tunisia che è uscita dallo sconguasso istituzionale della rivoluzione del gelsomino ne ha accolti almeno 500.000 con una rotazione di 250 mila profughi".
Sulle primavere civili nel mondo (e nella storia), Adly però vede sostanziali differenze. "I paesi arabi di oggi sono amici in qualche modo dell'Occidente e la stessa Francia e Italia hanno forti interessi in Tunisia ed Egitto, mentre i paesi dell'est vivevano sotto la cappa della dominazione dell'unione sovietica. Nel caso dei paesi dell'est ci fu una forte lotta operaia al fondo della protesta, nel caso dei paesi arabi le lotte operaie sono invece state marginali. Dunque differenze di contesto, ma anche una differente sensibilità dell'occidente verso di loro" ha affermato a Rovereto discutendo del contagio democratico nel nord Africa nel corso di un dibattito teso a individuare eventuali analogie tra l'89 europeo ed il 2011 arabo promosso dall'Osservatorio sui Balcani e Caucaso ("La primavera araba e l'anno della caduta del Muro di Berlino: analogie e differenze").
Mentre nel mondo slavo c'erano Centro studi che monitoravano l'est perchè era in atto lo scontro tra due blocchi, quello americano e quello sovietico, il mondo arabo non ha mai avuto pari attenzione nello scacchiere internazionale. Dall'occidente semmai si sono importate alcune modalità di lotta: ad esempio l'uso di Internet e del flash-mob via cellulare. Dunque fermenti diversi, ma un unico minimo comun denominatore: i giovani, gli studenti attori di proteste e rivoluzioni che altrimenti non si potrebbero fare.
(giugno 2011)