Giorgio Stockel, fotografia come fatto mentale
(marzo 2010) - Lo Studio-Galleria Embrice di Roma dedica un omaggio a Giorgio Stockel fotografo e architetto milanese di nascita ma romano d'adozione, con un mostra curata da Carlo Severati.
Il lavoro di Giorgio Stockel è articolato in un percorso articolato in quattro diversi momenti logici: tre diversi temi espositivi che raccontano brani della carriera ormai quarantennale del fotografo, e un'occasione di riflessione teorica, con la presentazione del volume dello stesso Giorgio Stockel, Fotografia come fatto mentale, con interventi di Humberto Nicoletti Serra, Francesco Galli e Carlo Severati.
L'itinerario si snoda a partire dagli esordi, con immagini inedite, risalenti al 1967, nelle quali Giorgio Stockel ridisegna - più che rilevare - alcune architetture borrominiane. Ed è proprio al tempo - kronos - che è dedicata la seconda e importante tappa dell'itinerario. La scoperta suggerita all'osservatore è che è il tempo a determinare la forma. Poiché, se l'essere di un oggetto è determinato dalla sua identità nel tempo, è anche vero che la sua immersione nel divenire ne determina la trasformazione.
Kronos agisce come un acido dirompente sulla realtà, scava le superfici e ne fa emergere le crudezze della materia: ne troviamo traccia su cipressi millenari poggiati tra le erbe levigate di giardini cinesi; sui ruderi slabbrati di architetture che, stentiamo a immaginare, siano state regolate da precise e ordinate geometrie; sul volto stesso del genere umano. Qui, il lavoro del fotografo è - contraddittoriamente - cogliere l'attimo (il kairos), che mostra il lavoro incessante di kronos. Un cortocircuito semantico operato dalla percezione, per cui si ferma per sempre un processo attraverso la sua rappresentazione, introducendolo nella dimensione circolare del sistema, solo apparentemente, chiuso di un'opera d'arte.
L'ultima e terza sezione di immagini in esposizione è un omaggio all'Aquila. Città fotografata a lungo nel 1982, della quale il terremoto del 2009 ha messo a nudo la fragilità registrata nelle immagini attuali.
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