Immigrazione in fotografia

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Enrico Fuochi la diversità in bianco nero

di Luca Chisté

Dopo la prima fugace visione di questo libro, riosservando lentamente ciascuna immagine, e mano a mano che le pagine scorrevano fra le mie dita, ho pensato a mio padre. Anch'egli, come molte delle persone che compongono le storie raccontate da Enrico Fuochi è stato un "immigrato". Visto da qui, per la precisione, era un "emigrato". Per necessità ed a partire dalla metà degli anni '50, per oltre 30 anni, mio padre ha vissuto questa "condizione", sentendosela addosso, come un marchio di fabbrica scaduto.

Ricordo di averlo visto poche volte nella mia vita, ma quelle deputate erano sempre tre: Natale, Pasqua e le ferie estive. Poche, ma in quelle rare circostanze in cui i ricordi della Svizzera, carichi di grandi silenzi, si confondevano con la speranza di costruire un improbabile dialogo, un insegnamento l'ho avuto: ho compreso ciò che può significare vivere in un paese diverso dal proprio e nel quale gli atteggiamenti xenofobi ed ostili sono stati socialmente riassorbiti da un ‘idea, spesso contraddittoria e vaga, di "integrazione".

Nel leggere la bellezza di questo libro, ed a spingermi con entusiasmo verso le immagini di Enrico Fuochi, oltre alla condivisione "empatica" verso il tema per fatto privato e all'amore (o la malattia..) per la fotografia, in realtà, c'è anche altro. Forse un'ingenua consapevolezza, chissà mai, profetica: con un lavoro silente e metodico, costruito con tenacia e passione, Enrico Fuochi restituisce alla condizione degli immigrati in Trentino una testimonianza che, sono certo, rimarrà scolpita nel tempo. Oltre le mode, e assai oltre le attuali contingenze politiche e sociali, anche storicizzandolo, fra molti anni "FotoStorie" costituirà un punto di riferimento nella storia della fotografia trentina e dei fenomeni sociali ad essa congeniti.

Questa convinzione, apparentemente azzardata, si basa sull'osservazione di ciò che, come il più smaliziato degli etno/antropologi, da una condizione umana i cui contorni possono essere solo percepiti ai più, Enrico Fuochi è stato in grado di trarre. Materiale fecondo, ma al tempo stesso mirabilmente essenziale, prodotto con intensa precisione narrativa e capacità tecnica.

Le "foto-storie" di Enrico Fuochi si avvalgono di una competenza fotografica che giunge da lontano. E per comprenderle pienamente è sufficiente dare un'occhiata alla biografia dell'autore. Quella di Fuochi è una fotografia "lenta", costruita, ancor prima che eseguita, entro uno spazio mentale che non lascia nulla all'improvvisazione o al caso. Enrico, elabora la struttura delle sue "invenzioni" fotografiche secondo precisi script concettuali e metodologici. In un certo senso, superando il rischio di una connotazione "fredda" o troppo "razionale" derivante dal termine, mi sentirei di dire che Enrico Fuochi è "un'analista". Per precisione, al fine di comprendere la corretta prospettiva con cui intendere questo termine, aggiungerei: un "analista situazionale".

Infatti, per rendere conto dell'interdipendenza esistente far l'opera fotografica ed il tessuto narrativo delle "storie" scritte da Enrico, occorre pensare proprio alla peculiare "tekné" da egli impiegata. Il suo lavoro infatti, vale sia come capacità artistica di utilizzare la fotografia, sia come modalità operativa che gli consente di disvelare l'oggetto indagato e, attraverso di esso, renderci partecipi di una precisa condizione sociale.

Lavoro prezioso e fertile, quindi. Incapace, fortunatamente per noi, di esaurirsi nel prevedibile spazio del reportage, il lavoro di Fuochi ricorre spesso ad un approccio di campo in cui i soggetti delle "foto-storie" sono indagati nel loro spazio esistenziale o rappresentati, con rara maestria scenica, mediante il ricorso a soluzioni surreali e simboliche. Mirabile, fra tutte, l'immagine di un ritratto (solo parzialmente visibile) ricompreso dentro una scatola per sardine ed avente per quinta i fogli di giornale sparpagliati su un tavolo. Quando l'impronta segnica di un'immagine è così efficace e sorretta da una puntuale competenza nell'impiego del mezzo fotografico, (Enrico Fuochi opera le riprese avvalendosi prevalentemente di camere in medio formato, sviluppa e stampa da sé, in camera oscura, i suoi negativi in bianco/nero ), si comprende che la fotografia è ancora capace di stupirci, nonostante gli abusi a cui viene sottoposta, su temi molto impegnativi.

Ed ancora, continuando a riflettere, si scopre che il vasto lavoro dell'autore ha un'altra (e forse inedita) prospettiva attraverso la quale può essere considerato: le immagini di Fuochi rivelano ai soggetti ritratti (gli immigrati), la potenziale percezione del mondo "altro" (in questo caso, il "nostro") secondo una possibilità di lettura mirabilmente descritta, quasi fosse una camera di infiniti specchi, da Roland Barthes in merito alla fotografia del ritratto ed al tema degli immaginari che vi si contrappongono. Questa ipotesi di analisi alle "FotoStorie" di Fuochi, è resa ancora più credibile dal fatto che i racconti od i documenti prodotti sono per buona parte interrelati su percorsi biografici. Ecco quindi che questo libro diviene doppiamente, e in modo simmetrico, importante.

Ci sono coloro che "osservano" la particolare condizione sociale di questi nostri concittadini e ci sono gli "osservati" che, fatto ancor più imprevedibile, attraverso la disponibilità ad offrirsi per le riprese e grazie ad un processo di "soggettivizzazione dellosguardo" (l'autoriconoscersi nella propria l'immagine), ritrovano una propria identità sociale e psicologica.

Una modalità di analisi che supera, in un certo senso, come sostiene Francesco Faeta, quella funzione fondamentale del vedere che, nella prospettiva antropologica, è quella dell'oggettivazione, del trasferimento.

Ho l'illusione che le sinistre ombre che sempre più spesso rendono  inquieto questo nostro tempo, possano essere rischiarate dal bagliore degli occhi del senegalese Demba che, straordinariamente "bello", tanto quanto il celebre "Ken Moody" di Robert Mapplethorpe, sembra volerci indicare, nella triste intensità dello sguardo, la fierezza e la dignità di una condizione umana.

Sono certo che mio padre, se ne avesse avuto la possibilità, avrebbe osservato le "fotostorie" del libro di Enrico in questo modo... come il risultato di un percorso denso di speranza, capace di portare una riconosciuta ed autentica cittadinanza a ciascuno dei protagonisti, ed a quelli, ancora molti, che verranno dopo di loro carichi di illusioni e di sogni.


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