Una corsa internazionale che oltre al finanziamento e allo sviluppo di progetti umanitari, vuole far  sensibilizzare il mondo su un conflitto che seppellisce le speranze di 200 mila saharawi nei campi profughi di Tindouf

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Foto di: Alessandro Graziadei
(autore anche del testo)

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Saharawi, popolo in corsa

di Alessandro Graziadei 

(febbraio 2010) - Il Sahara Occidentale, già colonia spagnola, è l'ultima terra africana ancora in attesa della sua indipendenza. Il suo popolo, i Saharawi (letteralmente "gente del deserto"), vivono dal 1975 in parte come cittadini di uno stato illegalmente occupato dal Marocco, in parte come profughi nel deserto algerino. Da 35 anni aspettano un referendum per tornare nelle loro terre e da 10 anni una corsa attraversa le loro tende per cercare di dare voce ad un esilio.

Dieci anni fa nasceva la Sahara Marathon, una corsa internazionale che oltre al finanziamento e allo sviluppo di progetti umanitari, vuole far  sensibilizzare il mondo su un conflitto che seppellisce le speranze di 200 mila saharawi nei campi profughi di Tindouf . L'ultima edizione è stata corsa il 22 febbraio 2010 con più di 800 partecipanti tra i quali ottantotto sono stati i corridori, i cooperatori o semplicemente i solidali camminatori italiani, ospitati per sette giorni nelle tende di questo popolo.

La nota pubblicità delle scarpe spagnole che indosso dice: "nate per camminare, non per correre". Pur amando marca e comodità iberica, ho sempre difeso l'idea che una scarpa debba essere pronta a correre, se le condizioni lo dovessero reclamare. 

Lasciati i 18 gradi di Algeri, il deserto attorno a Tinduf, alle tre di mattina, è buio pesto, nero perso in un mare di stelle. La mattina l'Africa dei corridori è un paesaggio di tende e sabbia che sfida con la sua vasta umanità il probabile ed il buon senso: è Smara, un campo profughi nel deserto algerino.

Sparso nel deserto il campo non conosce ressa, la tenda non ha porta, ma per entrare si faccia attenzione alla testa. Moltitudini di donne colorate e di bambini scalzi ma pettinati, meno di uomini ed anziani, occupano gli spazi lasciati vuoti dall'assenza di infrastrutture colmandoli di una vivace e spontanea umanità.

Qui nessuno ha energia elettrica. Il giorno dura il giorno. La luce del sole è la sola disponibile, conservata in pannelli solari e batterie d'auto illuminerà il necessario in assenza di luna. Qui nessuno ha acqua corrente. L'abito saharawi non declina per questo dignità e si presenta stirato e pulito, lasciando stupito il sudato e stropicciato corridore europeo.

Il campo delinea l'icona della nostra settimana d'Africa: nera la faccia e le mani, variopinti i vestiti, gialle le strade, le tende, le case, azzurro il cielo sempre basso sull'orizzonte, in un paesaggio visivo dove tutto è novità, niente assomiglia a niente, eccetto la bottiglia di Coca Cola.

Deserto incantato per chi lo corre per un giorno, disincantato per chi lo cammina da 35 anni, ed è costretto da un muro di sabbia, mine e filo spinato lungo 2.700 km lontano dalla propria terra. Tra i muri del modo forse il meno conosciuto. Odioso ed odiato come gli altri.

C'è stato un tempo in cui il popolo Saharawi viveva sotto l'ingombrante colone spagnolo in un territorio di 284 kmq stretto tra un Atlantico di pesce ed un Sahara di fosfati.

L'indipendenza dalla Spagna del 1975 ha coinciso con la dipendenza dal re del Marocco e la pretesa di considerare il Sahara Occidentale una provincia del regno. Da allora questi 200 mila saharawi vivono nel
deserto algerino chiedendo alla comunità internazionale di arrivare all'autodeterminazione tramite un referendum che il Marocco continua a negare. 

Correndo con questo popolo diamo voce alla causa della Repubblica Araba Saharawi Democratica (R.A.S.D.), uno dei membri dell'Unione Africana, uno stato apolide per gran parte del "primo" mondo. Mentre gli aiuti umanitari, qui in mezzo al deserto, garantiscono la sopravvivenza, ospiti nelle tende e nelle case di questa "gente del deserto" scopriamo la generosità di chi ha poco e trasforma in dono, con un prodigio riservato alle latitudini meridionali, ciò che riceviamo e non ciò che lasciamo. 

Nel  volo di ritorno, ripenso alla corsa di questo popolo paziente. Una corsa di civiltà, al momento in vantaggio sull'esasperazione e sull'uso strumentale e fanatico della religione. Mi chiedo se le nuove generazioni conserveranno la speranza di questo popolo che come Aminatu Haidar e altri attivisti saharawi considera ancora i diritti umani, di tutti, l'unica vera lenta corsa verso l'autodeterminazione.


LE FOTO di questa pagina sono tutte di: Alessandro GRAZIADEI
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