DAVID GROSSMAN, la Grammatica della Pace
di Corona Perer
Palestinesi e Israeliani. Troppo diversi o troppo uguali? David Grossman scrittore di grande successo risponde che in realtà si tratta di due popoli molto simili. "Molto più di quanto si pensi: abbiamo lo stesso temperamento, lo stesso umorismo, la stessa ambizione. Penso che possiamo essere dei buoni vicini. Io conosco un'altra Palestina e anche un altro Israele" dice l'intellettuale che fa capire una legge ormai comune ad ogni angolo del pianeta: il popolo sarebbe sempre meglio di chi lo governa. E aggiunge che questo è ancora più vero in Israele dove due popoli si cercano, si sforzano di convivere ma sono i governi a non fare... l'unica cosa da fare. "Guardarsi negli occhi e dialogare, ecco cosa bisogna fare. Anche con Hamas" dice il grande scrittore che ha preferito evitare Torino e la Fiera del Libro, la fiera delle polemiche si potrebbe dire. L'invito ufficiale a Israele a celebrazione dei suoi 60 anni è ancora duramente contestato. La proclamazione dello Stato d'Israele coincide infatti con quella che i Palestinesi hanno segnato come una data da dimenticare: quella della perdita di una patria abitata da sempre. La questione è delicatissima e Grossman lo sa bene.
Visto da vicino appare per quel che è: un uomo semplice, alla mano, cordiale.
Pantaloni beige, camicia a quadretti e tanta voglia di ascoltare prima ancora che di parlare.
È un uomo che soffre, Grossman. Nessuno guarirà la ferita per la perdita del figlio Uri (ucciso da un missile Hezbollah), tuttavia spera, senza piegarsi alla retorica del "vogliamoci bene". I suoi ragionamenti sulla pace sono complessi tanto quanto la situazione mediorientale.
"La pace è un obiettivo infinito cioè non è mai compiuta del tutto" dice lo scrittore, ex-attore radiofonico, romanziere di successo, saggista, creativo, firma prestigiosa dei più importanti quotidiani
al mondo. Ha scritto narrativa per ragazzi (la sua specialità), romanzi d'amore, saggi, reportages. Stile piano, ritmo avvincente, una prosa che spesso ingloba il discorso diretto e non concede tregua. Grossman conquista i suoi lettori per la semplicità e la bellezza dei sentimenti che narra, le ‘nuances' della vita
come lui ama dire. Empatia è una delle sue parole-chiave.
"Se scrivo di una donna divento donna, posso persino calarmi nei panni di un generale nazista in un campo di concentramento, la cosa più orribile che io possa concepire.
Per me ciò serve a entrare nell'altro, percepirne la visuale".
La scrittura per lui è capire, comprendere il mondo.
In "La guerra che non si può vincere" cronache di dieci anni di conflitto (dal settembre 1993 a quello del 2002), lo scrittore spiega cosa sia la scrittura: l'unico modo per chiudere il mondo fuori senza chiudersi dentro.
Non una fuga, ma la capacità di dar voce all'identità dell'altro.
"Gli intellettuali hanno il compito di ricordare che esiste una alternativa: il dialogo". Il quesito fu già di Elie Wiesel: cosa può fare uno scrittore per aiutare il proprio paese? "Scrivere, creare storie che costringano il lettore ad entrare nella pelle di un altro. Anche quando l'altro è un nemico". Mettere cioè i propri occhi nell'altro, dialogare. Non si stanca di ripeterlo. "Solo conoscendo l'altro non possiamo più rinnegarlo o fare come se non esistesse lui, la sua storia, la sua sofferenza.
E saremo anche più indulgenti verso i suoi errori" dice.
Lui lo ha fatto, non solo scrivendo ma incontrando i palestinesi raccontati in molti saggi. E ha chiesto anche ad Olmert di farlo con un appello rilanciato dai mass-media di tutto il mondo. Questo incontro purtroppo non è ancora avvenuto. Ma Grossman non smette di ricordare al suo paese e al mondo che questa, solo questa, è l'unica via.
Grossman, cosa significa essere cittadino di un paese che una parte di mondo rifiuta?
Essere ebreo è come essere un outsider. Non è piacevole essere rifiutati da una parte del mondo ma devo dire che non è una novità ma sono sempre sospettoso sul rifiuto verso Israele: può venire da pregiudizi. Qualche volta ho la sensazione che il mio paese sia giudicato secondo criteri non applicati ad altri paesi.
Lei non risparmia critiche ad Israele...
Penso che si può esser d'accordo con certe critiche perchè Israele dovrebbe correggere tante cose della sua tattica. Ma io dico a noi israeliani: non bisogna guardare a cosa dicono di noi, ma solo se
noi agiamo secondo i nostri valori. Diversamente sarebbe pericoloso.
Ad inizio carriera conduceva il programma "Stutz" che in yiddish significa "che può accadere".
Cosa deve accadere perché Israele conquisti la pace?
Stranamente siamo sempre molto vicini e molto distanti dalla pace. Ma la pace verrà dalle donne: loro sono attaccate alla vita, al sangue, ai figli.
I lettori italiani la conoscono per "la grammatica interiore" Quale è la grammatica della pace? Scelga lei le parole.
Innanzitutto dialogo. Poi empatia, flessibilità di mente, sobrietà. Cancellare la parola "vittima". Evitare romanticismi: la pace assoluta non esiste, e nemmeno quella stabile. Possiamo ridurre i conflitti, poi gradualmente verrà la pace.
Come se la immagina istituzionalmente?
La vorrei così: due stati sovrani e indipendenti: Israele ce l'ha già,
la Palestina no. Questi due stati non devono farsi violenza, ovviamente. In Palestina deve esserci un governo, un esercito, non miliziani. Una autorità, come in ogni stato e una democrazia.
Non è così scontato: Hamas è diventato più forte e influente
ed è assolutamente contro la democrazia. Tuttavia Hamas va integrato...
Cosa intende dire?
Che non può essere escluso perché rappresenta pur sempre
la metà del popolo palestinese. Sogno due democrazie che vivono l'una accanto all'altra, che cominciano lentamente a collaborare e a rimuovere il muro dell'odio e del sospetto, che vedono nell'altro un essere umano non il nemico. Ma ora c'è solo la paralisi.
Come si vive oggi in Israele?
Nella proiezione dei nostri incubi, per colpa della paura,
del sospetto, del dolore, della rivendicazione dei traumi
del passato. Non è il modo perchè persone normali collaborino.
Abbiamo bisogno di qualcuno, un leader in entrambe le parti
che dia a noi una visione di ‘cosa' questa pace può portare
alla gente perché due popoli paralizzati devono credere che c'è una alternativa, e invece credono solo di doversi ammazzare. La violenza ha un suo meccanismo che sta nella distorsione della mente di due popoli. Odio, violenza
e brutalità impediscono al popolo di agire nel modo giusto. Stando qua si può pensare che è facile fermarla, anch'io quando vengo in Italia penso perché non reagiscono in modo logico? È tutto così semplice! Ma quando la gente vive nel campo magnetico di odio e violenza, agisce diversamente, anche contro il proprio
interesse. Ecco perché dico che abbiamo bisogno di una visione.
Dobbiamo conoscere il meccanismo per neutralizzarlo.
Parafrasando un suo titolo, questa è davvero
una guerra che non si può vincere?
Sì: non può essere vinta da qualcuno o da una parte.
Non esistono vincitori. Dovrebbe essere una collaborazione
fra perdenti, fra popoli cioè: israeliani palestinesi, siriani.
Dopo quasi cento anni abbiamo messo così tanto sangue, soldi, creatività e risorse umane nella distruzione che siamo già tutti sconfitti. Così persino se la pace arrivasse domani potrebbe essere anche già troppo tardi per noi, perché una grande parte della nostra anima è stata distrutta dalla paura e dalla violenza.
Ci vorranno generazioni per curarsi da quello che abbiamo
sperimentato.
Cosa prova quando alle dichiarazioni che aprono spiragli
di pace seguono le bombe? Succede da entrambe la parti...
Questa è la retorica della pace. Ne abbiamo sentita anche
troppa. A questi due popoli dobbiamo ricordare che c'è un'alternativa, invece pensano solo di essere vittime.
Quale è la chiave per forzare il circolo vizioso?
La chiave... Vorrei avere un'improvvisa rivelazione.
La chiave sta nella fatica di due popoli a camminare verso
la comprensione reciproca. Devono giungere a compromessi,
non possono continuare ad ammazzarsi, altrimenti perpetuano questo circolo di violenza.
Che senso ha il perdono della cultura cristiana in quella mediorientale? Esiste la parola perdono?
È una parola essenziale nel Giudaismo e anche nell'Islam,
ma in qualche modo quando loro si incontrano questa parola
non esiste affatto.
Si è mai tentato almeno?
Tre anni fa ho lanciato un'iniziativa. Era un buon momento tra Israele e Palestina e con un amico ho detto "prima che qualsiasi dialogo inizi dai ministri, scusiamoci l'un l'altro per tutte le cose orribili e le atrocità che ci siamo inflitti". L'idea non ha avuto un grande successo. Mi è stato detto: alla fine del processo
di pace ci scuseremo. Insistevo: dobbiamo invece iniziare, guardarci negli occhi e dirci abbiamo fatto cose terribili e lo sappiamo. Forse non c'era altra scelta, ma sappiamo che erano orribili: noi a voi, voi a noi. Ma israeliani e palestinesi hanno paura di guardarsi l'un l'altro perché quando si guardano vedono le cose
orribili che stanno facendo. Ma, se guardi uno in faccia vedi
un essere umano di fronte, capisci che non è così crudele. Immediatamente ti senti responsabile e in colpa, vuoi essere morale.
Per chi è più facile compiere il primo passo?
Certamente per Israele, ha più spazi di manovra.
Lei ha scongiurato il Premier Olmert di guardare la gente
di Palestina negli occhi.
Pensa che la Palestina sarebbe pronta a fare lo stesso?
Per la Palestina...è molto più difficile.
Se lei fosse Mr. Olmert quale sarebbe la prima cosa da fare?
Preferirei non esserlo, a dire il vero, ho di meglio da fare. Comunque alzerei il telefono e chiamerei la Siria. Direi: troviamoci e parliamo. Perché potrebbe esserci anche una guerra tra Siria
e Israele: c'è molta tensione. Ma il problema è di facile soluzione perché noi sappiamo cosa vogliono e anche cosa possiamo dare. Anche l'America lo sa, anche Prodi. Serve coraggio.
La Siria è la vera chiave del problema.
Tempo fa la nostra tv mostrò un canale di Hamas con
un programma per bambini che insegnava l'odio contro Israele. È stato poi fermato?
Purtroppo no, non è stato fermato. Per noi è scioccante.
Come si può pretendere la riconciliazione in questo modo?
Lei ha spesso esplorato il mondo dei bambini tra sogni, giochi e paure. Oggi in Israele un bambino può ancora sognare?
Crescere in una situazione del genere è drammatico.
Lo è per i nostri figli come per i bambini palestinesi, che vedono
i loro genitori umiliati ogni giorno, incapaci di dar loro sicurezza, preda della paura e della disperazione. E noi: come si può avere paura di entrare in un supermercato o andare al cinema?
Quello che abbiamo sperimentato è così distruttivo che sarà difficile cominciare a far sorgere nei bambini un'altra mentalità, senza la paura. Se vivi in questo modo per 100 anni qualcosa è distrutto dentro di te. Non so quanto tempo ci vuole per curarlo.
I giovani nati in tempi di guerra, che non hanno mai conosciuto tempi di pace, sapranno costruirla?
Questo è il vero dramma. Fiumi di sangue, atrocità e violenze possono indurre all'indifferenza, a credere che non ci sia altra via che questa. I danni sono già stati enormi. Per questo dico che se
la pace accadesse domani potrebbe già essere anche troppo tardi.
Che cosa la fa sperare?
Il fatto che entrambi i popoli sono esausti. E questo può essere una benedizione perché quando sei esausto cerchi di trovare una soluzione. Ma l'esaurimento porta all'apatia, e l'apatia rende la gente fatalista, impotente. Questa è la miglior via per i fondamentalisti. Quando la gente è indifferente, senza speranza nel futuro
o in qualche soluzione pratica tende all'assolutismo religioso,
e appunto al fondamentalismo. Questo spiega perché Hamas
è così forte: perché Hamas offre qualche speranza, falsa magari. Io vorrei una soluzione da esseri umani, non da Dio.
L'ultimo saluto a suo figlio Uri commosse
il mondo. Come ha affrontato questo dolore?
Sto tuttora cercando di farlo. Ho due figli...scrivo. Ma mi creda
è ancora difficile.
(22 agosto 2007- Riva del Garda)