Achille Bonito Oliva: "Io non curo l'arte, la guarisco"
intervista di Corona Perer
Alle pareti di casa sua niente quadri, tra gli arredi niente sculture, ma tanti libri. Nelle stanze di uno fra i critici d'arte più famosi d'Italia, non ci sono opere: Achille Bonito Oliva non colleziona, non vuole arte. "Io voglio capirla non possederla" spiega di fronte al nostro stupore. "Vede, sono come i chirurghi: quando tornano a casa non vogliono vedere sangue alle pareti". Sono invece tanti i libri, molti di questi sono suoi saggi, moltissimi i cataloghi da lui curati e le monografie d'artista.
Eurasia, è la mostra che curò al Mart nel 2008, un viaggio tra Oriente e Occidente pensato per il museo di confine. "Quello di Rovereto è un luogo dinamico, che non sacralizza l'arte ma pensa a promuovere riflessioni sull'arte in corso o quella appena fatta".
Achille Bonito Oliva era anche stato membro del comitato scientifico del Mart dal quale si dimise per fare chiarezza. "Non volevo leggi ad personam, e non posso sedere attorno a un tavolo che delibera eventi che poi io stesso vado a concepire e curare". Questione di stile, atto di trasparenza, insomma.
Quanto al suo ruolo di curatore, padre della Transavanguardia, ricorre ad una battuta per autodefinirsi. "In realtà più che curatore, io sono un guaritore, cioè quella figura che si pone quesiti e li risolve. Il mio habitat naturale? Sono un critico d'arte, era un ruolo più fertile per me scegliere la collaborazione curatoriale".
Bonito Oliva, come definisce l'avventura curatoriale dopo quella da membro cda dentro il Mart?
E' stata sempre una bellissima avventura che ho svolto e svolgo in piena sintonia, intesa e dialogo con la direttrice Belli.
Curatore e critico d'arte. Come vanno intesi i due ruoli o meglio come si integrano?
Lavorano su un terreno comune con taglio diverso. La figura del curatore va intesa come una figura generazionale, che si stacca dal corpo del critico per la gestione dell'evento. E' una sorta di costola, cura la mostra, fa manutenzione, assistenza. Mentre il critico d'arte, qual io sono, è una figura totale: scrive, insegna all'università, progetta, sviluppa idee e percorsi. Con autoironia dico di esser un guaritore perché mi pongo domande e risolvo quesiti.
Cosa è importante nella progettazione di un evento?
Sviluppata l'idea, bisogna dare impulso all'organizzazione e alla struttura espositiva che è il secondo passaggio dopo quello saggistico. Le opere in mostra sono come le parole. Vengono poste in uno spazio fisico e allora diventano una sorta di scrittura pubblica che spetta al visitatore leggere e decodificare.
Che posto occupa il Mart nel panorama museale italiano?
Di assoluto rilievo: ha trovato una sua strada con equilibrio sia nel proporre artisti che nell'elaborare mostre storiche di grande respiro, sia monografiche che tematiche, che sollevano temi di attualità, recuperando figure sulle quali era giusto cominciare a riflettere perché avanguardie, come Agnetti e Chen Zhen che permettono letture totali per la grande complessità del loro pensiero creativo e per la ricchezza di opere prodotte.
Lei abbe parole di plauso soprattutto per le mostre su Chen Zhen e Agnetti, che mi sembrano le più simili al suo 'sentire'...
Sì, mostre belle e coraggiose, coerenti con quello che girava attorno a loro in quel momento, in un unico solco di ricerca sulla parola e l'arte. Incontrai Agnetti negli anni '70 al suo ritorno dal Sud America. Mi colpì subito. Un grande artista che definirei con un solo aggettivo: socratico. E' stato l'artista dello scambio, della comunicazione, della conoscenza. Un uomo che si interrogava soprattutto sull'emozione mentale che un'opera d'arte può generare. Molto bella fu anche la mostra su Chen Zhen. Lo seguivo già 25 anni fa, l'ho invitato molte volte. Concordo con la scelta fatta dal museo: un grande artista cinese capace di coniugare Oriente e Occidente. Visse molto a Parigi e seppe coniugare la cultura europea senza venir meno alla propria identità.
Quale è il tema di questi tempi?
E' appunto quello della dissolvenza dei confini e dei flussi antropologici, tema che sviluppammo al Mart con "Eurasia" mostra da me curata. Il tema dei confini abbraccia dall'Europa all'Asia. La globalizzazione - pur sviluppando tematiche comuni e omologanti - ha ottenuto risultati diversi in arte e lo dimostrò molto bene il team di 6 giovani curatori internazionali, che mi venne affiancato al Mart in un clima di intesa e dialogo. Da Beuys per arrivare ad Alighiero Boetti attraverso 50 artisti e le mappe geografiche da loro tracciate la riflussione fu proprio sulla dissolvenza e trasformazione che tuttora ci riguarda.
(Roma-Rovereto - ultimo aggiornamento pagina marzo 2010)