9 maggio 2012 - Omaggio ad Aldo Moro: tre decenni che non sono bastati a capire una ferita che l'Italia non può dimenticare

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Aldo Moro, statista

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Al potere, ma scomodo

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La foto tragica e dolcissima: di fronte ai suoi aguzzini

Con Moro sono morti anche 5 agenti della scorta.
Ecco in poche righe la loro storia:

ORESTE LEONARDI definito l'ombra di Moro, cercò di coprire con il suo corpo lo Statista, era al suo servizio sin dal 1963, si era arruolato nell'arma dopo che il padre era stato ucciso durante il secondo conflitto bellico. Muore a 52 anni, lascia moglie e 2 figli.

DOMENICO RICCI
autista del presidente della DC da circa vent'anni, lo seguiva in ogni trasferta o spostamento. Era alla guida della fiat 130 del Presidente. Muore all'età di 42 anni, lascia moglie e 2 figli di 10 e 12 anni.

FRANCESCO ZIZZI
fu l'unico che riuscì a giungere ancora vivo al policlinico Gemelli, per morire poco dopo. Nato a Brindisi nel 1948, entrò nella pubblica sicurezza nel 1972, e proprio il 16 marzo prese a far parte della scorta di Aldo Moro.

GIULIO RIVERA, il
più giovane dei 5 uomini, nacque a Campobasso nel 1954, nel 1974 si arruolò nella pubblica sicurezza e poco tempo dopo venne richiamato nella scorta del presidente della DC, era alla guida dell'alfetta che precedeva quella di Moro.

RAFFAELE JOZZINO
nato in provincia di Napoli nel 1953, nel 1971 si era arruolato nella Pubblica Sicurezza, dopo la scuola di Alessandria. Aggregato alla squadra del Viminale, entrò nella scorta dello Statista. E' stato l'unico a riuscire ad uscire dall'auto e a cercare di difendere i propri compagni, le BR freddarono però anche lui.

Contro ogni terrorismo

di Corona Perer

(9 maggio 2012) - Ricordare in ogni marzo, di ogni anno, al giorno sedici, che in quella mattina "cambiammo" è doveroso. Rifarlo ogni anno al 9 del mese di maggio, altrettanto doveroso. Con gli anni mi rendo conto che forse quel giorno non cambiammo affatto: semmai si smise di cambiare.

Che cosa saremmo oggi se Aldo Moro avesse raggiunto il Parlamento dove andava a fare ciò per cui aveva lavorato per anni? Era il giorno in cui il compromesso storico significava il primo inedito atto di una pacificazione politica in nome delle cose da fare per l'unico bene di tutti, cioè l'Italia. La famosa convergenza delle rette parallele. Guardiamoci: il teatrino della politica è rimasto quello che è: un teatrino. L'epoca degli statisti, finita da un pezzo, sta ricominciando con Monti: che statista non è, ma intanto ci ha già restituito la dignità. 

Molte cose accadono in una vita, momenti unici e drammatici che si fissano indelebili e si incrociano con le nostre gioie e i nostri dolori. Ma quando le date sono parte della Storia collettiva, allora assumono un significato diverso. Quando arriva il 16 marzo e il 9 maggio ognuno di noi riavvolge un film e io torno ad avere 17 anni e "sento" ciò che capii quel giorno: stava accadendo qualcosa di molto grave, la storia d'Italia stava mutando: Moro rapito e cinque uomini della scorta uccisi. Dove ci avrebbero condotto gli eventi?

Sui banchi del liceo non parlavamo d'altro, ne parlammo con il "prof" di filosofia impacciato quanto noi a balbettare una risposta. Fu così quel giorno e fu così anche il giorno "dopo" fino a quel tragico 9 maggio in cui Aldo Moro venne ritrovato.


"Tutto sia calmo" affermava nella sua ultima lettera. Aldo Moro sapeva che la sentenza era stata scritta. Di suo pugno verga quindi una testimonianza che continua a commuovere e interpellare la coscienza italiana.
Durante la prigionia scrisse novantasette lettere: alcune sono recapitate dai postini delle Br. Altre non arrivano, ma saranno trovate nel covo di via Montenevoso a Milano. Artefice dell'apertura a sinistra degli anni '60, con l'ingresso dei socialisti nell'area di governo, Aldo Moro era stato il principale fautore del dialogo fra democristiani e comunisti per far uscire l'Italia da uno stallo politico senza precedenti.

La storia la conosciamo: è il 16 marzo 1978 e Moro  si sta recando alla Camera per il dibattito sulla fiducia al quarto governo Andreotti, il primo con l'aperto sostegno del Pci. Sulla strada viene fermato. Lui rapito, gli uomini della scorta uccisi. Si compie l'atto più clamoroso nella storia delle Brigate rosse, a pochi giorni dall'apertura del primo processo ai capi storici delle Br a Torino. La prigionia di Moro sarà scandita dall'invio di nove comunicati delle Br con i quali, unitamente alla risoluzione strategica del massimo organo brigatista si spiegano i motivi del sequestro. Documenti lunghi, a tratti deliranti, a volte illeggibili, non privi di errori di sintassi.

Moro, intanto, chiuso nella sua cella, scrive. Con il volto mite apparentemente rassegnato, ci lascerà una foto di una dolcezza lancinante che riapre una ferita in ogni italiano. Perché il dramma fu di un intero paese. La foto gliela scattano i suoi carcerieri. Tra il volto di Moro e l'effige non c'è dialogo: c'è solo la mitezza che sta davanti alla barbarie. Le lettere, aiuteranno gli storici a capire cosa quest'uomo possa aver provato. E tuttavia 30 anni (celebrati nel 2008) non sono ancora bastati per sapere la verità di quei tragici 55 giorni. Moro scrive ai colleghi di partito, alle alte cariche dello Stato, alla moglie Noretta alla quale dà istruzioni tra passaggi particolarmente toccanti che non dimenticano mai il dolore dei familiari, prima del proprio.

E' quasi certo che molte lettere non siano state trovate o siano state fatte sparire.  Una di queste, inviata a Corrado Guerzoni (che ha però dichiarato di non averla mai ricevuta) è inquietante. Lo statista scrive: "ci deve essere un mio appello al partito, presso mia moglie, da diffondere molto e presto. Inoltre è ritenuto qui essenziale che mia moglie si rechi al partito (Zac + 5) e dica loro nettamente che il rifiuto della D.C. a trattare seriamente, anche nelle forme minime proposte da Craxi, comporta la mia morte, la cui responsabilità la famiglia deve ad essa attribuire. Questo va sistematicamente ripetuto dopo a mezzo TV". Moro prosegue e afferma "... Le sarò grato se l'accompagnasse e aiutasse, perché è la prima volta che mia moglie fa questo e ne è terrorizzata. Ma almeno la Radio dovrebbe essere più facile. Quanto all'opportunità lasci me giudicare. Scusi tanto, grazie per il doppio lavoro e molta cordialità. Aldo Moro"

Resta inquietante l'interrogativo di quei giorni: trattativa o fermezza? Prevalse la seconda.  Quanto quella decisione lo avrà fatto soffrire? Tanto, basta leggere l'ultima lettera, testimonianza della mitezza, bontà e profondità, della fede e dell'ultimo auspicio di quest'uomo barbaramente assassinato. "Se ci fosse luce sarebbe bellissimo" dice sul ‘dopo' che l'attende. E fa capire che il dialogo sempre e comunque risolve le situazioni "tutto è inutile quando non si vuole aprire la porta". La lettera fu recapitata alla moglie Eleonora Moro il 5 maggio 1978, quattro giorni prima del ritrovamento del corpo in via Caetani.
"Tutto sia calmo" scrive lo statista donando un'ultima carezza epistolare ai suoi cari. La pubblichiamo integralmente per ridare voce ad un condannato innocente, lasciato solo da quella Repubblica che aveva servito.

E la domanda che ci si pone oggi (e si fa lancinante) è questa: se quel giorno Aldo Moro fosse riuscito ad arrivare in Parlamento, come sarebbe l'Italia oggi? Di fronte a questi 30 anni di schieramenti ingessati e litigiosi, di misteri insoluti e segreti di stato, viene da pensare... che il 16 marzo 1978 si è fermato un futuro che lo statista voleva almeno sperimentare. Che avremmo dovuto almeno sperimentare.


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