Achille Bonito Oliva: "La mia Eurasia"
di Achille Bonito Oliva*All'inizio del terzo millennio possiamo rifondare il calendario dell'arte, il tempo maturo di una creatività, che sceglie di scavalcare il futuro e cavalcare il presente. Tempo di solidarietà è questo, tra artisti e corpo sociale, tempo anche di emergenze che toccano la vita dell'intero pianeta. L'arte non serve a risolvere problemi ma a produrre domande, moti di coscienza sui molti nodi del nostro pianeta.
L'arte è un sistema d'allarme che tenta di risvegliare il muscolo atrofizzato della sensibilità collettiva, affermazione di complessità contro l'apologia consumistica di un passivo vivere. Ecco un'arte che pratica una dissolvenza geografica e culturale dei confini e porta a intreccio e coesistenza ogni differenza. Un'iconografia che renda praticabile la deriva dei continenti. Europa e Asia diventano vie di scorrimento che valicano lo sbarramento degli Urali.
Nel XX secolo artisti, letterati, filosofi, musicisti, poeti hanno vagheggiato intorno a una possibile continuità geo-culturale e antropologica tra i due continenti. Kandinskij intraprese un lungo viaggio a ottocento chilometri da Mosca per raggiungere la regione dei Komi e studiare le credenze delle tribù ungro-finniche, una regione indicata come punto di contatto tra cristianesimo e paganesimo sciamanico delle tribù asiatiche. Stravinskij negli anni venti frequentò a Parigi la cerchia degli "eurasisti", con il filosofo Karsavin, il principe Trubeckoj e il linguista Jakobson. Ma anche tanti altri artisti (Chagall tra questi) cercarono un innesto tra ricerca di nuovi linguaggi pittorici e ispirazione dalle culture tribali della steppa asiatica.
La cultura del XX secolo ha cercato vie di scorrimento, scambi, contatti e raccordi capaci di dare fluidità e complessa identità all'uomo moderno, non solo con la fantasia ma anche con il comportamento. Nella seconda metà del XX secolo gruppi come Gutai, Fluxus, Living Theatre, e singoli artisti, Cage, Klein, Sugimoto, Kusama, Nagasawa, Boetti, hanno lavorato nella direzione di un cortocircuito linguistico e culturale tra Oriente e Occidente, proseguendo in una strategia di avvicinamento e di coesistenza delle differenze, tentato già dalle avanguardie storiche.
Ma nell'arte contemporanea, negli anni '60, è Joseph Beuys l'artista che riprende una strategia creativa improntata sullo sconfinamento antropologico. Realizza l'opera Eurasia Siberian Symphony 1963, un'originale visione politica e geo-culturale puntata sull'uomo capace dell'utopica fusione tra realismo occidentale e misticismo orientale, il recupero di una geografia della totalità. Dove si dissolvono tutti i confini, si sfuma da un territorio all'altro per il superamento di ogni separatezza e differenza antropologica.
Arte totale, nuovo umanesimo e responsabilità etica sono i temi fondanti dell'opera di Beuys, un concetto ampliato dell'arte che reagisce all'estetizzazione del quotidiano e all'abuso di realtà. Esempio ne è proprio Eurasia, somma di due parole, Europa e Asia, due contesti e tessuti culturali che tendono a separarsi. L'Europa, il territorio in cui si sviluppa una cultura logocentrica e antropocentrica, che privilegia il momento dell'intelligenza e della conoscenza, il luogo della storia. L'Asia invece, in questa dicotomia è il luogo della natura, legato a culture esoteriche e animistiche, aperto al riconoscimento di forze profonde e oscure, che invece la cultura europea e logocentrica tende a sbarrare, a ridurre e comprimere.
L'attitudine allo sconfinamento, il multiculturalismo, la dissolvenza dei confini e l'aspirazione a un'arte totale di Beuys trovano un riscontro, sicuramente più laico e meno spirituale, nel lavoro dell'ultima generazione che recupera finalmente una forte attenzione alla realtà, la traduce in piccole utopie, tra desiderio e sensibilità ecologica. Da qui la strategia dell'ultimissima generazione segnata dall'11 settembre e dalla consapevolezza che nell'arte non esistono guerre di religione, raccolta in questa mostra, che ha l'evidente obbiettivo di recuperare una maggiore attenzione a temi sociali, promuovere un'"arte totale", che scorra senza soluzione di continuità dall'Europa all'Asia e viceversa.
La casa dell'arte è un luogo fluttuante e nomade. In Eurasia l'artista è nomade, il suo linguaggio dà segni di sradicamento culturale: è la sintesi di memorie stratificate in senso verticale e ampliate in senso orizzontale. Attraverso il linguaggio, materiali smaterializzati, vaporizzati, impalpabili, ecco che l'artista abita il suo territorio. La casa dell'arte sembra diretta emanazione di un partito.
Una casa montabile e smontabile, come le tende del deserto, che protegge l'artista ma non lo blinda, né gli assicura sopravvivenza. Ha bisogno di un luogo, in cui sostare e da cui partire. Allora la casa dell'arte appartiene più alla cultura della diaspora, un eterno movimento a cui l'artista per scelta si abbandona, come chi asseconda il destino. L'artista è consapevole che l'arte è un nonluogo a procedere. Perciò la dissolvenza dei confini lavora tra utopia e distopia. L'arte è spazio del riscatto, la prova che si può ancora praticare un progetto. Un progetto dolce, che può riverberare all'esterno l'energia aggressiva dell'artista. Nel XX secolo le avanguardie storiche e le neoavanguardie, sull'onda dello sviluppo internazionale della tecnologia, hanno operato uno scardinamento che ha generato molteplici sistemi di forme valide per ogni geografia e territorio culturale. La Transavanguardia, alla seconda metà degli anni settanta, ne ha rispettato gli intenti, ma anche intravisto il pericolo di omologazione sui modelli forti nordamericani che egemonizzavano la sperimentazione artistica e il mercato dell'arte, con l'alibi dell'internazionalità dei linguaggi creativi.
Alla sperimentazione a oltranza di nuove tecniche e materiali è subentrato il recupero del valore della memoria, per restituire identità specifica all'opera. Nel XXI secolo nomadismo culturale ed eclettismo stilistico hanno assicurato una mobile identità all'arte. Tale sviluppo s'accompagna a un fenomeno degli ultimi decenni legato all'esodo individuale tra diversi continenti e l'invasione pacifica e nello stesso tempo conflittuale di masse che si spostano da una nazione all'altra.
Una sorta di meticciato, intreccio tra popoli e razze diversi, segna il passaggio dal XX al XXI secolo, sviluppando conseguenze fertili e impreviste, scambio e arricchimento culturale. Al pericolo di omologazione, conseguente all'egemonia delle società opulente e alla standardizzazione dei comportamenti collettivi prodotti dai modelli televisivi, risponde l'arte che utilizza come deterrente di resistenza morale il valore della memoria. Ma quale memoria? Non certamente quella hegeliana, ancora segnata dall'intreccio idilliaco tra natura e cultura, dall'antropologia territoriale di popoli stanziali, bensì una nuova memoria, meticcia, effetto della mescolanza e mobilità. In questo senso, tutta l'opera di Beuys ed Eurasia in particolare può essere letta come una profezia per il futuro dell'arte.
In definitiva l'arte alla fine del XXI secolo riafferma la propria potenziale differenza, inscritta nella memoria individuale. La motivazione ultima dell'arte è quella di produrre un mondo brulicante di forme altre.
"Eurasia. Dissolvenze geografiche dell'arte" traccia un percorso intercambiabile degli artisti dell'ultimissima generazione ma possiede al suo interno un epicentro e un orizzonte. Il primo è costituito indubbiamente da Eurasienstab, proiettato nel centro dell'esposizione come cuore pulsante in una temporalità attiva intercorrente tra Joseph Beuys e gli altri artisti. Il secondo trova la sua epifania finale nella mappa di Alighiero Boetti, anch'essa iconografia di una geografia fantastica che intreccia nel colore la dissolvenza geografica dei confini nelle forme dell'arte
Achille Bonito Oliva (giugno 2008)
* Il presente saggio in versione integrale è pubblicato nel catalogo ufficiale della mostra edito da Skira. Questa è la versione che il noto critico d'arte ha autorizzato e predisposto per i lettori di SENTIRE.
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