Ecuador, il futuro è donna
di Elena Tapparelli
(luglio 2008) - C'è un nuovo strumento per la cooperazione, la Rete internazionale delle donne per la solidarietà. Un primo importante momento di elaborazione dei contenuti si è realizzato a Trento, lo scorso maggio, con la partecipazione di un vasto gruppo di donne impegnate a favore dello sviluppo, nei diversi continenti.
Dall'Ecuador proviene Edith Molina Vèlez, insegnante, il cui lavoro, nelle comunità indigene dell'oriente amazzonico, è orientato soprattutto allo sviluppo delle competenze scolastiche, dall'alfabetizzazione alla vera e propria sistematizzazione del linguaggio parlato dai nativi delle comunità presso cui risiede: gli Achuar. Nata nella capitale Quito, ha completato un percorso di studi universitario e, spinta dal desiderio di contribuire a migliorare le condizioni dei più svantaggiati del proprio Paese, ha intrapreso, negli anni ‘70, un cammino missionario.
Edith Molina insegna alle giovani donne e uomini achuar la grammatica della propria lingua e dello spagnolo castellano, vive e con loro comparte esperienze e sfide quotidiane. Ha felicemente accolto l'invito ad entrare nella Rete delle Donne per la solidarietà, in quanto, a partire dal suo apporto, crede nelle potenzialità femminili e nell'esigenza che le forze si uniscano per migliorare la condizione delle donne, per il raggiungimento di una forma autentica del nostro stare nel mondo. L'abbiamo incontrata.
Dall'Amazzonia, una delle maglie nella Rete Internazionale delle donne per la solidarietà, cosa significa, per lei, farne parte?
L' invito a partecipare al lancio della Rete delle donne per la solidarietà ha fatto sorgere in me sogni e illusioni. Farne parte mi porta a credere nella possibilità che questi sogni diventino realtà. Anzitutto credo che le donne, nel mondo, dovrebbero poter contare le une sulle altre e raggiungere, finalmente, una forma autentica di stare nel mondo.
Cosa può insegnare la sua esperienza alla Rete?
Il maggior insegnamento in questi anni di lavoro presso le comunità della foresta, lo ricevo dal contatto con la natura. Penso anzitutto all'acqua: quando sei sporca, l'acqua ti pulisce, ti purifica senza però corrompere sé stessa; penso alle radici, che credono nel sole senza vederlo mai, instancabilmente rinsaldano la pianta nel terreno. O ancora i fiori: puoi raccoglierli e maltrattarli, questi profumano ancora di più. Sono infinite le lezioni che dalla natura possiamo apprendere; gli indigeni conoscono i suoi segreti, per questo la rispettano e in essa riconoscono il Sacro.
Durante i tre giorni di convegno, propedeutico al lancio ufficiale della Rete delle donne, tra le partecipanti si è molto parlato della necessità di formulare una Carta dei valori, cosa metterebbe al primo posto?
L'intuizione. Coltivare valori di questo tipo porta la persona ad un'evoluzione, una crescita che conduce ad essere proprietari della propria vita. L'intuizione è testimonianza dell'attenzione a noi stesse e verso l'altro. Se sono in grado di essere presente, di sentire l'altro - il che è più difficile di quanto si pensi - è maggiore la possibilità di capire le sue necessità ed offrirgli aiuto. Credo sia questo il significato della solidarietà.
Sulla presenza femminile nei luoghi del potere: quanto crede questo fattore possa contribuire alla soluzione dei problemi che affliggono gran parte del mondo?
Non so fino a che punto dal potere politico si possano migliorare le condizioni delle donne nel mondo. Empowerment non significa, né solamente né in primo luogo, possibilità di comandare dall'alto delle cariche pubbliche e politiche. Per questo credo nella Rete delle donne quale strumento di cambiamento, direzione e collaborazione, da usare a partire dal luogo in cui ognuna di noi è impegnata.
Si è parlato inoltre della predisposizione della donna per la facilitazione dei conflitti, cosa ne pensa?
È una questione ambigua, dipende dal conflitto. La donna deve assumere un ruolo pacificatore se lo scontro si perpetra per la sola voglia di imporsi, ma è altrettanto importante che il conflitto resti tale: abbiamo imparato, nei giorni di confronto tra le donne della Rete, quanto sia arricchente riuscire a discutere, razionalmente, mantenendo comunque posizioni differenti, talvolta opposte. Ossia, un conflitto fine a sé stesso è bene sedarlo, ma se il conflitto è necessario non dobbiamo spegnerlo bensì aiutare a chiarificarne i contenuti per trovare una verità, una soluzione.
La Senatrice Rita Levi Montalcini, nel suo intervento al lancio della Rete delle donne, ha ricordato l'uguaglianza potenziale del capitale umano maschile e femminile, come trasferirebbe questo messaggio alle donne Achuar, la comunità indigena con cui lavora?
Credo nella diffusione di un messaggio di presa di coscienza del nostro valore e le nostre possibilità. Le donne Achuar sono recentemente passate da un sistema famigliare, in cui l'interesse era rivolto esclusivamente al nucleo famigliare di appartenenza, alla consapevolezza di un'identità Achuar, e l'importanza di lottare per la sopravvivenza dell'etnia (circa 7 mila individui stanziati tra Ecuador e Perù, ndr). A fianco delle attività agricole, ruolo che da sempre spetta alla donna, lo sviluppo delle capacità artigianali da cui ricavare un ingresso economico, ma soprattutto l'innalzamento del livello scolare, cui hanno accesso al pari dell'uomo, sono azioni in cui da tempo sono impegnata nella comunità e che contribuiscono a diffondere coscienza dell'importante ruolo giocato dalla donna nell'ambito della società indigena.