Reinhold Messner e il chiodo ritrovato
di Corona Perer
(Castel Firmian 13 agosto 2008) - Rabanser ammette: potrebbe esere stato un colpo di arbitrio. Soprattutto si potrebbe pensarlo. Ma non ha avuto dubbi e quando ha visto il chiodo in parete, ha riconosciuto che era quello narrato e descitto da Messner. L'ha preso e glielo ho portato. Alla fine dell'incontro con la stampa ce lo confida spassionatamente. "Quando l'ho visto non ci ho pensato sue due volte: ho gettato il cuore oltre il fiume e ho agito: l'ho preso, sostituendolo con uno dei miei. ma era giusto che venisse qui, al Museo, nel luogo più adatto e nelle mani del legittimo proprietario". Messner ha gradito moltissimo e ieri era commosso. Una sequenza fotografica lo dimostra.
Il chiodo forgiato a mano, che Ivo Rabanser ha consegnato ieri a Reinhold Messner, a Castel Firmian sede del Museo della Montagna, è rimasto 40 anni conficcato nella roccia. Era il 1968 e quella era stata una scalata drammatica. Reinhold (che all'epoca era già noto) si trovava col fratello Gunther sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc.
"Andare avanti o rischiare di cadere, non c'era altra scelta" ha raccontato ieri con commozione ai giornalisti, perché, nel rievocare quella scelta sono venute a galla anche le discussioni con il fratello precipitato pochi anni dopo nelle nevi del Narga Parbat (lì sta girando un film, sono i luoghi dove ha trovato la morte anche Unterkircher).
"Ricordo che ci fu una discussione. Si trattava di una scelta decisiva: potevamo lasciarci la pelle. Tutto andò bene alla fine ma giurammo di non tornarci mai più" ha raccontato Messner. E così fu. Rimase il chiodo che aveva salvato entrambi. Oggi quella parete si chiama "Placca Messner". A disposizione ci sono chiodi più evoluti e resistenti, con il freno. Tuttavia resta una delle traversate più difficili. A ripercorrerla con coraggio è stato però il gardenese Ivo Rabanser, classe 1970, cresciuto - come ha detto - all'ombra del mito dei Messner. Forte dei racconti dell'illustre collega che considera un ‘maestro', ha voluto ritentare la parete convinto che si sarebbe imbattuto su quel chiodo che Messner aveva descritto nei minimi dettagli. E' andata che l'ha trovato. "Ad una cena gli chiesi di descriverlo: pareva che lo avesse conficcato il giorno prima. Ora ero certo era il suo". Sulla fessura che lo ospitava Rabaser ne ha messo uno suo non per narcisismo, ma perche rimanesse un chiodo e perché quello tornasse al legittimo proprietario. "E' davvero un grande dono, una grande emozione" ha commentato ieri Reinhold Messner nel corso di un incontro che di colpo si è trasformato oltre che in un abbraccio tra un maestro e un allievo ideale, in un confronto sul fare montagna tra due generazioni nell'era del turismo di massa e delle spedizioni commerciali. "Messner per me rappresenta l'alpinismo classico, l'uomo che si adegua alla montagna. Le sue salite sulle Dolomiti non sono meno importanti di quelle fatte sull'Himalaya" ha detto Rabanser che ha mostrato la lettera con la quale da ragazzino, a soli 16 anni, scriveva all'illustre alpinista per chiedergli i dettagli di una certa via. Messner gli rispose sullo stesso foglio, unendo foto e piantina del tracciato. E il celebre alpinista ha riconosciuto a Rabanser l'amore per la storia, la capacità di intravvedere nella roccia gli sviluppi del modo di fare arrampicata. E poi ha svelato molti dettagli di quel chiodo.
"Io e Gunther non avevamo all'epoca i soldi per comprare i chiodi più evoluti, e allora ce li facevamo fare da un fabbro della val di Funes. Questo pezzo mi ricorda tante cose, muove tante emozioni. Litigai con mio fratello poco prima di piantarlo nella roccia, l'alternativa era un volo di 30 metri, non avevamo via di scampo". Quanto al come si fa montagna oggi Messner ha ripetuto quel che dice da tempo. "Non si deve salire se non si come scendere. Oggi sono in molti ad andare in montagna, più italiani che tedeschi, ma si va molto meno di un tempo nella grande montagna. L'incidente può capitare, è normale. Ma questo capita perché si sottovaluta il rischio non tanto perché si compie un errore. L'errore è semmai essere saliti senza esserne all'altezza. Inoltre se si percorrono vie attrezzate non ci si allena al rischio che è sempre dietro l'angolo".
Messner ora sta lavorando ora ad un film sul fratello e al prossimo libro dove racconterà la sua verità sul Cerro Torre e l'impresa di Maestri. E sarà polemica, c'è da giurarci.
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