Il grande fotografo trentino  (1876-1959)

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La fanciulla

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Il grande fotografo

Enrico Unterverger, una foto... una storia

Potremmo chiamarla "attesa".
Ma anche "speranza".
La fanciulla distesa nel suo giaciglio è trentina.
La situazione non è delle migliori: è una deportata.
Una coperta legata alla belle e meglio arreda l'improvvisata camera nel campo austro-ungarico di Katzenau dove centinaia di famiglie trentine vennero deportate nel 1915: 2000 persone ritenute pericolose per le loro idee irredentiste.
Tra queste c'è Enrico Unterverger, fotografo, al quale dobbiamo questo scatto d'autore e altre meravigliose e struggenti istantanee rubate tra gli ospiti del campo. Non scatti improvvisati, ma vere
e proprie opere d'arte che consegnano Unterverger tra gli autori
di primo piano della storia della fotografia italiana. Nel 2006 erano 130 gli anni trascorsi dalla sua nascita. Nessuna celebrazione all'arte e al coraggio di un uomo che giusto cent'anni fa (era il 1907) decideva di collaborare con il servizio segreto italiano fornendo immagini di fortificazioni, strade,ferrovie. Qualche anno prima era stato avvicinato da un certo Giovanni Colpi, un trentino informatore dei comandi militari italiani che chiedeva di essere istruito all'uso del tele-obiettivo. La condivisione di ideali comuni, diede luogo ad una amicizia e ad una collaborazione che si sostanziò in centinaia di foto su forti, caserme, ponti e strade e persino la carta topografica del Brenta commissionata dalla Sat a Cesare Battisti.
Osservato da tempo dalla polizia, Unterverger subirà la perquisizione del laboratorio e finirà sotto processo con Colpi e poi nel 1915 nel campo di Katzenau insieme ai trentini in odore di irredentismo. E qui che, con la macchina fotografica ben nascosta, realizza 150 lastre fortunosamente consegnate alla storia e ai posteri. Come questa, dove incrociamo lo sguardo perso in pensieri lontani di una giovane donna rivolta ad una finestra che immaginiamo alta, piccola, sbarrata. Incrociamo anche l'improvvisata nobiltà di un separè artigianalmente ottenuto legando una coperta grazie alla quale la giovane ha ricostruito un'intimità del tutto privata dalla vita promiscua e il vezzo elegante di un merletto posato su un precario tavolino in legno.
C'è intensità, arte fotografica: la dignità del deportato, il sogno che nessuna violenza riesce a infrangere, la bellezza che anche nel luogo più degradato l'essere umano è capace di conservare.
Il fotografo è grande quando riesce a fare di una foto un racconto.

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