Ce lo aveva detto a settembre: "O le cose cambiano o scoppiano del tutto" - Michel Sabbah "Voce che grida nel deserto" 

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Michel Sabbah, 75 anni, è il primo palestinese a essere nominato, nel 1987, patriarca latino di Gerusalemme, ministero che ricopre fino al marzo 2008. Nato a Nazaret nel 1933, viene ordinato sacerdote nel 1955. Presidente della Conferenza episcopale dei vescovi latini della regione araba, nonché dell'Assemblea degli ordinari cattolici della Terra santa, dal 1999 al 2007 è stato anche presidente di Pax Christi International. È un deciso fautore del dialogo interreligioso con gli ebrei e i musulmani nella Terra santa.

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Durante una Domenica delle Palme nei territori occupati

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In processione con il suo collaboratore alle spalle. "Al Patriarcato di Gerusalemme sono entrato povero e ne esco ppvero, non ho nè conti in banca nè debiti e nessuno mi deve qualcosa" ha detto il giorno del suo commiato dal fedeli (19 marzo 2008 nel giorno del suo 75° compleanno). Poi ha aggiunto "Il patriarcato è sempre stato in deficit, ma Dio ha benedetto i deficit e la povertà".

MICHEL SABBAH: "Pace per Gerusalemme"

(Trento, 18 settembre 2008) - Quando è stato chiesto a Sua Beatitudine di dire al pubblico la bellezza di Palestina che non è solo terra di sassaiole, kamikaze e tanks israeliani, il presule non ha avuto bisogno di pensarci e da palestinese dichiara: "Vi lascio la bellezza più grande: la croce. Cosa c'è di più bello di un amore così grande? Dice la capacità di amare, perdonare,  morire e risorgere. Questa è la massima bellezza della terra di Palestina che ogni cristiano deve tenere dentro sè".
Michel Sabbah disarma tutti, la domanda  in primo luogo, il pubblico si scioglie in un applauso. Poi si alza facendo capire che è anche un po' stanco per parlare ‘anche' del suo libro.

La serata al Sociale con l'ex patriarca di Gerusalemme Michel Sabbah, venuto a Trento per iniziativa di Pax Christi e per la manifestazione "Domandate Pace per Gerusalemme" ha richiamato molta gente. L'ex patriarca si è offerto al pubblico in una lucida disamina dei fatti mediorientali. Molte delle domande restano inevase, non perché Sabbah non voglia rispondere ma perché in molti passaggi appare più attratto a dire ciò che pensa e ad illustrare la situazione che indugiare sugli interrogativi posti dall'intervistatore: ad esempio se per sanare la Terra Santa le religioni non debbano fare un passo indietro con il loro Dio o come abbattere il muro di silenzio e di paura. Sabbah preferisce non dare ricette anche se alla fine emerge chiaro che la soluzione sarebbe semplice, pur nella sua complessità.

"Partire da Gerusalemme, farne una città internazionale a statuto speciale, governata alla pari da israeliani e palestinesi, entità unica, dove nessuno è padrone, ma comproprietario". Ha già messo il dito nella piaga: come può il problema trasformarsi in soluzione? Gerusalemme è "il" problema del conflitto. Più facile, per le parti in conflitto pensare a come dividerla che a condividerla. Ma l'ex-patriarca insiste. "Deve essere una città aperta a tutti i credenti, realtà di pace, strutturata sull'uguaglianza dei cittadini e sul rispetto dello statu quo per i luoghi santi, con regole fissate da Israele e Palestina ma con supervisione dell'Onu che fornisca garanzie e assicurazioni a questa città-dono che ha una sua realtà misteriosa: è santa".

Michel Sabbah che al raggiungimento del 75° anno ha concluso il suo mandato di Patriarca del mondo latino parla da cristiano-cattolico-palestinese. Ha visto la sua terra continuare ad avvitarsi su se stessa e su spirali di odio. "Israele è forte, ma vive nella paura perchè finchè il palestinese non dirà siamo-in-pace-con Israele tutto il mondo arabo gli sarà contro". Un paradosso, dunque: la parte più debole è alla fine la più forte per dare la sicurezza che i governi seduti alla Knesset cercano e credono di raggiungere a suon di muri e check-point. Poi si dice fiducioso. "No, noi cristiani non spariremo. Siamo sempre stati un piccolo resto, lo eravamo già ai tempi di Gesù, nulla è cambiato e poi da cristiano la mia fede non porta a cedere alla disperazione" dice Sabbah, il quale ha scritto un libro edito dalle Paoline dal titolo "Voce di uno che grida nel deserto". Le sue parole sembrano proprio venire dal deserto del non-ascolto, del non-incontro, della in-capacità di fare un passo indietro, perdonare e ricominciare. Le sue parole dicono la realtà di un popolo che continua ad emigrare per cercare di poter vivere.

Come farsi amici i palestinesi per Israele? "Semplice" risponde Sabbah. "Basta restituire a questo popolo libertà e diritti, togliere l'occupazione, aiutarlo a crescere. La comunità internazionale dà molto denaro, ma questo è molto più comodo che fare giustizia. Fare giustizia vorrebbe dire risparmiare quel denaro. Come? Facendo rispettare i trattati di pace. Ma anche quelli che sono stati fatti con Giordania ed Egitto sono atti formali, in realtà i rispettivi popoli non sono pacificati con quello israeliano". Solera chiede anche cosa possano fare i pellegrini e Sabbah risponde che loro sono parte della Chiesa di Gerusalemme. "Entrare in contatto con i villaggi e le realtà cristiane è una grazia per entrambe le componenti di questa chiesa". Che sopravviverà nel tempo, lui ne è certo.    

IL LIBRO 

Il testo raccoglie riflessioni sulla pace in Terra santa, che monsignor Sabbah ha espresso in varie occasioni dall'inizio del suo ministero come patriarca di Gerusalemme fino ad oggi.
Una rivisitazione ad opera del curatore li inquadra in 10 capitoli che spaziano dall'analisi della situazione politica e sociale in Israele e Palestina, a quella interreligiosa ed ecumenica. Un'attenzione particolare, che permea tutte le pagine del libro, è rivolta alle possibilità di dialogo tra i popoli coinvolti nel conflitto e alle responsabilità che coinvolgono i capi politici così come i capi religiosi, oltre che al ruolo fondamentale delle azioni nonviolente che la società civile di entrambi i popoli può e deve attuare per giungere a una pace giusta per tutti.
Ogni capitolo è concepito come un appello accorato che il patriarca - con la stessa forza di Giovanni Battista (a cui fa riferimento il titolo) - rivolge al mondo, da quel deserto senza speranza che sembra essere la sua, la nostra Terra Santa. Di volta in volta risponderà al suo grido, con un breve intervento personale, una voce competente, un testimone particolarmente immerso nella stessa realtà in cui si trova il patriarca, o semplicemente coinvolto nell'argomento.
Si tratta di 10 personalità diverse per origine e formazione, tra cui: gli italiani Tonio Dell'Olio (di Pax Christi) e Luisa Morgantini (vicepresidente del Parlamento europeo); palestinesi cristiani (Rafiq Khoury) e palestinesi musulmani (Mousa Darwish); l'attivista israeliana per i diritti umani Neta Golan.

APPROFONDIMENTI 

> Gianluca Solera, la mia Palestina
> Gideon Meir, il mio Israele 
> gli altri articoli su Israele/Palestina sono in Popoli

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