Rovereto cercò di dire il suo irredentismo anche con le pietre - La storia di palazzo Dal Ben-Conti d'Arco oggi sede della Fondazione Cassa di Risparmio Trento e Rovereto

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Quando l'architettura serve al regime


A Rovereto  - in una certa fase storica - l'architettura fu usata come voce di protesta verso il regime. Non si trattava di propaganda ma di far capire all'impero asburgico l'aria che tirava: Rovereto si sentiva italiana, era irredentista e quindi recuperare stilemi veneziani significava richiamare alla memoria che la conquista della Serenissima da parte dell'impero era solo una pagina ‘provvisoria'. E fu così che uno dei palazzi oggi più ammirati di impianto quattrocentesco ed originariamente concepito come una sorta di fortino nobiliare, venne stravolto nelle sue forme. Doveva dire lo spirito italiano che aleggiava in città. Chiamarono Augusto Sezanne a fargli il restyling e gli diedero chiaro mandato. "Cerca di farlo italiano". Detto in soldoni, veneziano. 

Dire la propria visione politica attraverso l'architettura è una delle forme di propaganda.
Lo sapeva molto bene Mussolini che con lo stile Littorio stravolse molti scorci artistici, qui da noi come lungo lo stivale. Era architettura di regime. Nella storia di Palazzo Dal Ben che in queste foto vediamo nelle sue varie trasformazioni, le cose andarono più o meno in questo modo: costruito agli inizi del ‘400 dai nobili Dal Ben da Grezzana di Valpantena e poi passato al conte Gerardo D'Arco comandante di un reparto di fanteria austriaca, appariva al tempo come una sorta di fortino.

La dimora era molto diversa da quella attuale. Per ragioni di sicurezza, essendo posta fuori le mura, non aveva porte d'accesso lungo la strada, vi si entrava da un portone che a sua volta conduceva ad un cortile interno (l'odierna piazzetta Vannetti). All'interno a fianco dell'ingresso il pittore Francesco Verla aveva affrescato nel 1514 una Madonna che è stata restituita al suo antico splendore grazie ad un restauro finanziato dalla Fondazione Caritro, oggi proprietaria dell'edificio, che del palazzo intende farne  una sorta di ‘casa' della città.

"La Madonna con Bambino commissionata al Verla dal conte Gerardo è l'unico affresco del ‘500 non staccato dalla facciata del Palazzo" ha spiegato l'architetto Ilenia Mariazzi che per conto di Tecnoart ne ha curato il recupero. Cosa era successo? Una cessione: nel 1903 la cassa di Risparmio lo aveva acquistato per 63.200 corone dal Comune che lo aveva, a sua volta, acquisito per 15.000 fiorini trent'anni prima (1877). Con la cessione venne chiamato il Sezanne e per 128.000 corone si decise il riattamento della struttura alla nuova funzione. Ed ecco che cadono i muri che proteggono il cortiletto interno. L'avvolto - un tempo occluso alla vista - si affaccia sulla piazza, vengono decise opere di abbellimento e ammodernamento il che vuol dire lo strappo degli affreschi cinquecenteschi. Ma di fronte alla Madonna il Sezanne non ebbe l'ardire e così l'immagine rimase ove era stata anticamente collocata nell'intimo porticato interno divenuto pubblico.

Con l'avvento del Sezanne la Vergine vegliava ora su una piazza. In questi  anni in pochi se ne sono accorti. "L'ho notato anche durante i lavori di restauro che quest'angolo era sconosciuto ai più" ha raccontato l'architetto Mariazzi alla presentazione del lavoro nel corso della quale il cavalier Mario Marangoni, presidente, ha annunciato che la Fondazione Caritro avendo acquisito l'intero uso vuole ora procedere ad un corposo programma di recupero dei tesori di Palazzo. "Il programma  non è stata deciso, è invece certa la nostra intenzione di procedere per fare di questa antica dimora non solo la nostra sede ma anche la casa delle molte associazioni ed idee espresse dal territorio". La Madonna è stato il primo passo. Defilata rispetto alla nobiliare facciata di stampo veneziano, appare con il suo volto dolce su un Gesù bambino. Pare che il Verla avesse avuto dei problemi nelle proporzioni (rimaneggiate) date al disegno della testa del piccolo Salvatore. Il restauro ha portato in luce se non errori almeno delle titubanze. Il restauro sembra aver lievemente appiattito i volumi e le sfumature del roseo incarnato della Vergine, tuttavia dalla piazzetta il colpo d'occhio non manca. E resta a dire due cose. Un passato nobile e quattrocentesco della dimora oggi fortemente veneziana ma anche il carattere di una città. I roveretani l'avevano infatti mandata a dire all'imperatrice e al suo augusto consorte (nel 1774 Maria Teresa aveva destinato l'immobile alle "Scuole Normali"). 

Tuttavia dopo la conclusione della guerra del 1866 che aveva portato l'annessione del Veneto al regno d'Italia lasciando il Trentino unito al Tirolo e quindi sotto il governo dell'impero austriaco si era generato un nazionalismo italiano contrapposto al dominio austriaco e quindi ogni occasione era buona per dimostrare ai governanti, anche con un restauro,  l'incompatibilità del Trentino con il Tirolo. E naturalmente i lavori furono miccia per una rovente polemica utile a ribadire il carattere italiano della nobile Rovereto. 

(C.Perer)

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