Claudio Ambrosini, creare con la musica
(Venezia, 8 dicembre 2007) - Mesi di lavoro, scrittura e riscrittura. Correzioni, cambi di rotta, impennate di ispirazione. Il concerto per pianoforte e orchestra dedicato ad Emilio Vedova che ha vinto
il Leone D'oro alla 51ª Biennale Musica nasce così. "Plurimo", l'ultimo lavoro del compositore veneziano Claudio Ambrosini, commissionato dalla Biennale, celebrava il controllo sull'energia.
Ma come nasce una partitura?
"È stato un lavoro viscerale" risponde il Maestro, che ne spiega la complessità. La scrittura non viene risparmiata nemmeno quando
uno degli almeno 100 strumenti tace, perché il compositore deve scrivere anche quel silenzio e immaginare il tutt'uno che ruota attorno e che corrisponde al pentagramma di note. Anche lo stile del musicista va chiaramente esplicitato (e Ambrosini disegna persino la manina che deve fare i clusters).
Un mistero all'occhio esterno la composizione musicale. Quello che non immaginavamo è che anche per lo stesso Claudio Ambrosini, 59 anni e un curriculum prestigiosissimo, il tutto - alla fine - non si spieghi proprio. "È un mistero, quando arrivo alla fine della partitura, me ne stupisco anch'io" dice in una pausa del suo lavoro.
Ed ora Ambrosini sta musicando la vita di provincia, così come l'ha magistralmente raccontata lo scrittore vicentino Luigi Meneghello scomparso di recente.
Maestro, come comincia la progettazione di un'opera?
Di solito non comincio, se non so dove andrò a parare, dove mi porterà il ‘ponte' di cui intravedo l'inizio ma che, per il momento, ha l'altra estremità tra le nuvole".
Come nasce l'idea per un nuovo spartito?
Il momento iniziale, quello dello spunto, dell'idea che colpisce l'attenzione e scatena la fantasia o fa intravvedere come in uno squarcio tutto il lavoro, anche se tratteggiato a grandi linee, rimane misterioso. Si può cercare di favorirlo o di "massaggiare il sentimento".
In che modo?
I modi sono tanti: alcuni compositori, come Haydn o Stravinskij partivano talvolta da improvvisazioni senza una meta particolare, quasi divagazioni delle dita sulla tastiera fino ad imbattersi in qualcosa di "luccicante" e da lì mettersi in cammino. O il materiale grezzo può venire da processi casuali. Mozart aveva approntato una "scacchiera musicale" per "giocare a comporre".
C'è un momento in cui si capisce di aver avuto una buona idea?
Quando l'idea arriva, o quando c'è qualcosa di buono, lo si capisce subito, anche se in che cosa consista poi questa qualità non è facile spiegare..
C'è la possibilità che il lavoro scappi anche dalle mani?
Le occasioni di essere colti così, quasi alla sprovvista, da un'intuizione avvincente o di "incontrare" una musica inattesa, dal nulla come un dono, non sono frequenti. La mente di un compositore è "visitata" quotidianamente da suoni, spunti, idee che affiorano e scompaiono come in un magma, ma solo poche di queste vengono davvero fissate e sviluppate. In realtà di solito si lavora su un progetto, su un'intenzione di indagine precisa, nell'alveo della quale far poi confluire tutto. Eppure le idee "vengono", non "si fanno".
E i titoli?
Curiosamente, alcuni titoli dei miei lavori mi sono venuti in mente prima, anche molto prima, della relativa musica. È come se l'istinto, o l'inconscio, arrivassero a delle "conclusioni", a delle sintesi razionali assai prima che la mano cominci coscientemente a scrivere delle note sul pentagramma. Quando scrivo una musica che non abbia una destinazione particolare, vado a vedere tra i titoli "in attesa" se per caso quanto appena fatto non ne sia il sustanziarsi sonoro...
Tecnicamente cosa fa una mente quando compone?
Ci sono processi mentali che bisogna fare in continuazione, soprattutto componendo lavori di grande gittata:
scatti dell'immaginazione, sintesi, analisi, "valutazioni di fattibilità", "allocazioni" in una sorta di memoria temporanea mentre si provano modifiche, trasposizioni, permutazioni, talvolta ho quasi l'impressione di avere un "ospite" a bordo, di assistere al suo "show", allo spettacolo del cervello in funzione, che balza avanti e indietro a perlustrare il terreno di gioco; che si espande o si contrae o si lancia in evoluzioni da pattuglia acrobatica.
E le influenze culturali che ruolo giocano?
Mi sono accorto che molti dei testi che ho poi messo in musica nella mia vita mi avevano colpito durante l'adolescenza, o poco dopo. Anche in questi casi la "messa a fuoco", l'accumulazione degli appunti, dei promemoria, dei disegnini fatti sul primo pezzo di carta a disposizione, dei dubbi e delle intuizioni, dei grandi punti di domanda e degli altrettanto grandi punti esclamativi continua, di solito, fino a quando non si presenta l'occasione pratica di realizzarli. Di solito non comincio, se non so dove andrò a parare, dove mi porterà il "ponte" di cui intravvedo l'inizio ma che, per il momento, ha l'altra estremità tra le nuvole. Così mi sforzo di immaginare quale sia la sua gittata, e quale la campata, per poter poi inclinare correttamente il primo mattone, all'atto della posa.
Quanto conta l'ispirazione?
Fondamentalmente, non riesco a scrivere nulla se non ho "l'ispirazione", se non vengo sorpreso e affascinato da ciò che sto facendo. Se l'illuminazione c'è allora comincia la fase di "immedesimazione" con l'idea, con "la cosa", per cercare di coglierne le possibilità, "mettersi nei suoi panni" e viverne l'esperienza.