Cecilia Impera e il suo cuore indiano. Ma oggi un solo pensiero: i palestinesi, con i quali visse per 10 anni.

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Cecilia Impera al recente dibattito per la presentazione di SENTIRE

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Uno dei tanti ceck-point di Gerusalemme: alla Porta dei Leoni per l'ingresso al cimitero musulmano sotto le mura della spianata del Tempio (dove sorge Al-Aqsa)

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L'inconfondibile skyline notturno di Gerusalemme (foto C.Perer)

Cecilia Impera, cuore indiano

(Rovereto-Bologna, 12 aprile 2011) - Cecilia Impera a Trento viene sempre volentieri. L'ultima volta è stata per incontrare gli studenti in una conferenza pubblica al liceo Prati su "india e induismo, aspetti sociali e religiosi".

Oggi confida che il problema del Medio Oriente, ma soprattutto la tragica situazione del popolo palestinese è ciò che la angustia di più.

Cecilia Impera, religiosa e combattente trentina, non smette di sperare e pregare.  "La situazione in generale è sempre preoccupante e Annapolis non è servita a nulla" dice suor Cecilia al secolo Romana Impera, nata a Cavalese nel ‘26. "Ho vissuto dieci anni tra i palestinesi e sono quotidianamente informata sulla situazione nei territori perché abbiamo due  comunità. Ci riferiscono che la vita è continuamente sottoposta  a violenze e prepotenze, ogni giorno".

La Palestina è stata una delle tappe più importanti del suo cammino: oggi vive sull'Appennino emiliano. Qui, con altre tre compagne fresche di laurea, era entrata nella prima comunità di Dossetti, la "Città del Sole" dopo gli anni d'infanzia trascorsi a Riva del Garda. Anni che ricorda, soprattutto, per un mitra puntato alla gola dai nazisti. Durante la Resistenza  nel Basso Sarca il suo armadio aveva infatti custodito, per qualche giorno, le casse di tritolo destinate alla ferrovia del Brennero.

Una spia fece i nomi e nessuno scappò per paura di rappresaglie sui familiari. Suo fratello fu ucciso sulla porta della camera.  A lei puntarono il mitra, ma fu risparmiata. La brutale aggressione  la lasciò senza parole per alcuni mesi. Minuta e chiusa nei suoi  meravigliosi 81 anni, portati con un sorriso sereno e una pelle quasi priva di rughe, risponde con una pazienza che ha imparato stando tra gli orientali. Dopo aver tanto camminato per il mondo, il suo cuore custodisce però molti ricordi trentini. Non solo perché qui è nata, vissuta o perché vi torna a trovare la sorella, ma perché  fin dalla giovinezza fu destinata a vivere da protagonista.

La Resistenza prima, e poi l'incontro con Dossetti e la Città del Sole, nell'immediato dopoguerra. "Diceva che prima di tutto dovevamo studiare e comprendere quello che accadeva di fuori". Così Cecilia partì per la Grecia dove avvicinò l'ortodossia. Gli anni in Palestina  costituirono un passo determinante: il suo incontro, faccia a faccia, con Islam e Ebraismo.

"È fondamentale vivere con i popoli  per capire e poter parlare delle religioni. In Palestina ho vissuto pagine di sofferenza e anche di grande commozione.  La Terra Santa è sempre nel mio cuore" dice. Da qui mosse con visto turistico per l'India, per studiare l'induismo.  "Dossetti diceva che il vero avversario del Cristianesimo non era l'Islam, ma induismo e buddismo perché religioni al di fuori dell'area biblica".

Da studiosa quale è (laurea in filosofia alla Cattolica  di Milano e seconda laurea conseguita a Benares a 65 anni  con una tesi su vita e morte nei testi indù) spiega che il Dio biblico è un Dio-persona che si rivela, cerca l'uomo, comunica con lui, mentre il Dio orientale è l'assoluto, incomunicabile e incomunicato. Non c'è provvidenza, c'è solo fatalismo. Qualche anno fa ha presentato un libro, dedicato al profeta del dialogo tra le religioni, Jules Monchanin dal quale ha tratto una idea di missionarietà del tutto nuova.

"In Palestina come in India, e in ogni paese dove ci rechiamo a fare del bene non dovremmo andare per "fare", ma  per mostrare che le religioni si incontrano nella preghiera, proprio come fece Monchanin che sognava un'India cristiana:  fece l'eremita, visse in totale povertà e venne ritenuto santo dai locali. Si può essere missionari anche senza muovere un dito" dice la religiosa. "Non bisogna partire per convertire ma per essere bravi cristiani tra bravi indù. Così si testimonia Cristo". Con onestà ammette che la Chiesa non è ancora preparata all'incontro con l'Estremo Oriente ed è inoltre in grande impasse con l'Islam.

"Per capirlo bisogna studiarlo, siamo solo all'inizio". Pessimista? "No, semmai perplessa. C'è ancora tutto da fare".  Ma quale è il modo migliore per dare una mano oggi? "Indubbiamente le adozioni a distanza, perché si mettono le persone nelle condizioni di studiare e di affrancarsi: in Palestina come in India. Le scuole, ad esempio, le ho fatte costruire alla gente del luogo: c'è una bella differenza. Le opere calate dall'alto non vengono né comprese, né apprezzate" dice la piccola  suora con l'accento ormai bolognese.

La lasciamo tornare alle preghiere che la telefonata da Rovereto ha interrotto.  "Vado a pregare ora. Per chi? La Palestina, soprattutto" risponde

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