Israele un paese che vive nella memoria di ciò che è stato. Forse è questo che lo blocca verso il futuro? Se ricordare serve a far sì che l'odio tra i popoli scompaia, la lezione deve valere anche per Israele.

immagine

Hall dei Nomi (Foto C.Perer)

immagine

Visitatori e deportati (Foto C.Perer)

immagine

Un cono di cemento e un percorso a zig zag nell'orrore
(Foto C.Perer)

immagine

Children'Memorial (Foto C.Perer)

Israele - Yad Washem, pellegrinaggio laico

di Corona Perer

(Gerusalemme, 15 gennaio 2008) - Yad Vashem: ovvero "un memoriale e un nome", per dire l'unicità della persona. Il nome del museo della Shoah di Gerusalemme viene da un versetto di Isaia (56,5): " Io darò loro, nella mia Casa, e dentro delle mie mura, un luogo e un nome" .

Tutti i negazionisti della terra dovrebbero esservi portati di forza: il presidente iraniano Ahmadinejad per primo. Perché andare al museo della Shoah sul Monte Herzl che sovrasta Gerusalemme è un'esperienza che va non solo fatta ma persino "prescritta" agli abitanti del pianeta che in cuor loro nutrano ancora qualche dubbio su Israele. Visitarlo è una sorta di pellegrinaggio laico, una forma di preghiera, che alla fine del percorso diventa invocazione al cielo: perché e come fu possibile? È questa la domanda che rimbomba
in testa al visitatore. E tuttavia questo museo rimane spesso al di fuori del programmi turistici di chi visita la Terra Santa.

Per poterlo vedere bisogna organizzarsi a volte autonomamente. Andare su Jaffa Street e prendersi un autobus: il "21" in una ventina di minuti e 5 sheckel e mezzo (l'equivalente di 1 euro) conduce alle porte del memoriale sul massimo orrore concepito dall'uomo: sterminare un popolo in nome di una supposta superiorità di razza. Bisogna prepararsi ai pugni nello stomaco che si riceveranno perché lo Yad Washem racconta con cruda verità quanto è accaduto. Perchè l'incontro che ogni visitatore compie è un faccia-a-faccia con i sopravvissuti che parlano dalle video-installazioni.

La maggior parte del museo - circa 4.200 mq - è sotterranea . Costituito nel 1953 dal governo israeliano per ricordare le vittime della Shoah, è posizionato in cima ad una collina ventosa: il monte Herzl. La struttura è orientata verso Gerusalemme e concepita come un immenso parco-memoriale: un complesso di vari edifici che raccolgono la memoria dei sei milioni di Ebrei d'Europa sterminati durante il regime nazista di Hitler.

Nella Hall of Remembrance, a forma di tenda, è commemorata l'uccisione di intere comunità ebraiche. Qui, dinanzi a una fiamma eterna, sono scolpiti i nomi di 22 campi di sterminio e sono sepolte le ceneri di alcune vittime dei forni crematori. La Hall of Names,  al termine del percorso museale ospita i nomi scritti di tre milioni di Ebrei uccisi e l'elenco delle comunità ebraiche cancellate. Nel Children's Memorial, l'edificio più toccante sotto l'aspetto umano, 500 specchi riproducono la luce di 5 candele per ricordare
un milione e mezzo di bambini uccisi nelle camere a gas dei campi di sterminio, mentre una voce legge i loro nomi nel buio più profondo. Si cammina come ciechi, aiutati da un corrimano.

Il visitatore è proiettato nella cecità dell'odio nazista. Ma è nel cono di cemento sospeso sul panorama di Gerusalemme che si vive l'esperienza più toccante. Il museo è appunto un cono trapezoidale, lungo il quale si snoda un percorso che in qualche modo simboleggia il cono d'ombra che alberga nella natura umana:
la notte della ragione della quale l'Europa si trovò vestita con le farneticanti predicazioni del Fuhrer.

È proprio Hitler ad accogliere il pubblico nella prima sala: l'impatto è immediato, fortissimo. Superate le svastiche rosse che sembrano ancora grondare sangue ebraico, si entra in un cammino fatto di voci e volti. Sono i deportati, quelli che sono fuggiti o che sono stati salvati dagli alleati, a raccontare l'orrore.
Si cammina con loro, anche con quanti non tornarono perché l'allestimento fa sì che anche chi non c'è più getti uno sguardo sul visitatore grazie a macrofotografie posizionate ad altezza naturale.

Gli occhi sbarrati delle vittime intercettano i nostri dai letti dei lager dove la rassegnazione si ccompagnava allo stupore di essere ancora vivi. Tra passi incerti e le pozzanghere di fango di uno dei 22 campi dove si compirono le atrocità naziste, gruppi di donne rasate sembrano venire incontro al visitatore e chiedere di fare qualcosa per loro. Poco più in là i resti: le trecce di una bimba tagliate dalla madre. Quei capelli non avevano mai incontrato forbice alcuna dal giorno della nascita. La madre aveva giurato a sé stessa che per nulla al mondo sarebbero diventati cenere: così fu e le trecce morte e vive allo stesso tempo dicono la loro sofficità, la loro ingenuità da sotto la teca. Relitti di bambola, relitti di divise, relitti di scarpe, relitti di abiti. Relitti di fusti: lo Ziklon B, il famigerato gas che servì ad annientare gli ebrei.

Lo Yad Vashem mostra persino le ricevute d'acquisto e, in un crescendo di orrore, le ruspe che spostano i relitti umani. I nazisti documentarono tutto: dovevano essere certi di poter mostrare alle alte gerarchie che la loro missione era compiuta. Quando si entra nella Hall dei Nomi, l'orrore sul quale si è sospesi produce un'infinita sofferenza. Le due ore necessarie a visitare lo Yad Vashem si trasformano in una lacrima che diventa insostenibile e cade nel pozzo sottostante la cupola.

È il buco nero della atrocità alla quale l'uomo può arrivare. Un milione di persone hanno visitato lo Yad Vashem nel 2008. Fatelo anche voi se potete. È un'esperienza che ogni uomo del terzo millennio dovrebbe compiere. (Per saperne di più: http://www.yadvashem.org/)

Visita gli archivi di Popoli

www.giornalesentire.it - Note legali - Riproduzione riservata