"Gli intellettuali hanno il compito di ricordare che esiste una sola alternativa: il dialogo". Ecco la lezione di David Grossman che dice "Chiedo ad Israele di mettere i propri occhi nell'altro".

Palestina: il ruolo degli intellettuali

di Corona Perer

"Guardarsi negli occhi e dialogare, l'unica cosa da fare. Anche con Hamas" dice il grande scrittore. Visto da vicino appare per quel che è:un uomo semplice, alla mano, cordiale. Pantaloni beige, camicia a quadretti e tanta voglia di ascoltare prima ancora che di parlare.

È un uomo che soffre, Grossman. Nessuno guarirà la ferita  per la perdita del figlio Uri (ucciso solo un anno fa da un missile Hezbollah). E tuttavia spera, senza piegarsi alla retorica del "vogliamoci bene". I suoi ragionamenti sulla pace sono complessi tanto quanto la situazione mediorientale.

"La pace è un obiettivo infinito cioè non è mai compiuta del tutto" dice lo scrittore, ex-attore radiofonico, romanziere di successo, saggista, creativo, firma prestigiosa dei più importanti quotidiani al mondo. Ha scritto narrativa per ragazzi (la sua specialità), romanzi d'amore, saggi, reportages. Stile piano, ritmo avvincente, una prosa che spesso ingloba il discorso diretto e non concede tregua. Grossman conquista i suoi lettori per la semplicità e la bellezza dei sentimenti che narra, le ‘nuances' della vita come lui ama dire. Empatia è una delle sue parole-chiave.

"Se scrivo di una donna divento donna, posso persino calarmi  nei panni di un generale nazista in un campo di concentramento,  la cosa più orribile che io possa concepire. Per me ciò serve a entrare nell'altro, percepirne la visuale".  La scrittura per lui è capire, comprendere il mondo.

In "La guerra che non si può vincere" cronache di dieci anni  di conflitto (dal settembre 1993 a quello del 2002), lo scrittore spiega cosa sia la scrittura: l'unico modo per chiudere il mondo fuori senza chiudersi dentro.  Non una fuga, ma la capacità di dar voce all'identità dell'altro.

"Gli intellettuali hanno il compito di ricordare che esiste una alternativa: il dialogo". Il quesito fu già di Elie Wiesel: cosa può fare uno scrittore per aiutare il proprio paese?  "Scrivere, creare storie che costringano il lettore ad entrare nella pelle di un altro. Anche quando l'altro è un nemico". Mettere cioè i propri occhi nell'altro, dialogare. Non si stanca di ripeterlo. "Solo conoscendo l'altro non possiamo più rinnegarlo o fare
come se non esistesse lui, la sua storia, la sua sofferenza. E saremo anche più indulgenti verso i suoi errori" dice.  Lui lo ha fatto.

Non solo scrivendo ma incontrando i palestinesi raccontati in  molti saggi. E ha chiesto anche ad Olmert di farlo con un appello rilanciato dai mass-media di tutto il mondo. Questo incontro purtroppo non è ancora avvenuto. Ma Grossman non smette  di ricordare al suo paese e al mondo che questa, solo questa,
è l'unica via.

> Leggi la nostra intervista a David Grossman

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