Accanimento terapeutico ed eutanasia: due termini che vanno chiariti
a cura di Guglielmo Vasto
(Roma, ottobre 2010) - La preoccupazione di non essere oggetto di accanimento terapeutico è all'origine del testamento biologico, con il quale si manifesta la propria volontà circa le cure mediche. In sostanza il paziente indica ciò a cui desidera - o non si desidera - essere sottoposto qualora, per inabilità mentale dovuta da malattia o per incidente, gli sia impossibile esprimere autonomamente il proprio consenso. L'autore si garantisce dal rischio di un eventuale accanimento terapeutico.
L'Italia, a differenza di altri paesi europei, non ha ancora una normativa al riguardo. C'è un importante documento, Dichiarazione anticipata di trattamento, del Comitato nazionale per la bioetica (2004), e alcune proposte di legge che finora non hanno avuto alcun seguito.
L'eutanasia consiste nel dare la morte con un'azione (es.: iniezione letale) o con un'omissione di atto dovuto (cure ordinarie). Dunque è di due tipi: attiva/passiva.
Ed inoltre può essere volontaria / involontaria.
Ci si domanda se, in casi estremi, sia questa la soluzione giusta del morire umano o piuttosto espressione del morire disumano. Chi obietta facendo riferimento alla libertà, afferma che vita e morte appartengono al contenuto della libertà: vi sarebbe quindi il diritto a disporre della propria vita, cioè il diritto a scegliere liberamente la morte. La persona ha quindi potere/diritto di disporre autonomamente di se stesso ed è un diritto che deve essere giuridicamente riconosciuto sul quale le religioni non possono imporre la loro convinzione. Chi sostiene la gratuità della vita, sostiene che delimitare il tempo della vita appartiene a un'altra regia del quale l'uomo non dispone le regole.
Perché gli argomenti a favore non convincono? Quali sono?
Perché i condizionamenti e le limitazioni della libertà, condizione in cui si manifesta la domanda eutanasica, sono molteplici e rendono la decisione solo ‘apparentemente libera'. La volontà di abbreviare la vita di giorni o mesi, nella consapevolezza che la fine sia più o meno imminente e dolorosa, potrebbe essere prodotta da un'emozione o da un sentimento, come la paura di soffrire. Oltre ai condizionamenti interni, ci sono quelli relazionali, interpersonali e sociali propriamente detti. Schockenhoff, teologo moralista, obietta che il non valore della propria vita può essere trasmesso da altri, e la richiesta dell'eutanasia (o suicidio assistito) "...può essere compreso come un atto dovuto".
L'auto-stima, cioè la valutazione della propria vita, è legata all'etero-stima perché l'uomo è un essere relazionale. Così il giudizio «la mia vita non è degna di essere vissuta» può essere condizionato dalla valutazione che gli altri stanno facendo con pietà e compassione del ‘mio' stato di sofferenza : fino a che punto questo giudizio è autonomo e fino a che punto è dipendente dagli altri?
La prassi medica, impegnata con i malati terminali, obbliga alla prudenza nell'interpretare la domanda di voler morire. Dietro tali desideri potrebbero celarsi altre aspirazioni e attese; e anche nel caso che ci siano fondati motivi per prenderli alla lettera, non si può essere del tutto sicuri. La libertà del soggetto, la sua autodeterminazione, la ragionevolezza della sua domanda di morte suscitano più problemi che risposte e soluzioni. L'eutanasia, come ultimo e unico aiuto, per alleviare la morte e liberare dalla sofferenza non più tollerabile, è pericolosa e rinunciataria. Non è un aiuto, ma piuttosto rifiuto di prestare al malato l'aiuto medico che gli permette di vivere la propria morte, quando arriva la sua ora.