Quale tipo di legislazione si può prevedere in tema, rispettivamente, di eutanasia e di accanimento terapeutico? E' possibile umanizzare il morire umano e come?

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DOSSIER - Dalla morale al diritto

Una legge appro­priata sulle etiche di fine vita serve perché:

a)     la persona malata e incurabile esige di essere tutelata da una medi­cina ostinata che non porta ad alcun risultato se non quello di espro­priarlo del diritto di morire in pace;
b)     il medi­co domanda di essere tutelato da eventuali incriminazioni penali per mancata assistenza a persona in pericolo, per non aver fatto quanto era possibile per salvare la vita del paziente.

È preferibile puntare sull'aggiornamento del codice deontologico medico allo scopo di precisare l'insieme dei dove­ri del medico verso i malati terminali, in particolare per precisare l'uso delle nuove tecniche e delle sorprendenti possibilità della medicina allo scopo di evitare di acca­nirsi inutilmente.
In questa prospettiva, una chiarificazione notevole si è raggiunta con il documento:
«Principi di etica medica eu­ropea» della Conferenza degli ordini dei medici della comunità europea. L'art. 12 tratta dell'assistenza ai morenti e specifica che al medico, in accordo con il paziente, è lecito astenersi da quei trattamenti che vanno sotto il nome di «accanimento terapeuti­co», vale a dire non è suo compito lottare contro la morte a oltranza. Vi è dunque liceità morale di rinunciare a trattamenti sproporzionati e inutili secondo la volontà del paziente.

Il no all'eutanasia e all'accanimento è necessario, ma non basta, occorre umanizzare il morire umano: in cosa consiste? Consiste in una gamma di iniziative attraverso le quali è possibile verificare, cioè rendere vera, l'umanizzazione del morire umano.
Occorre che il diritto a morire con digni­tà si traduca in prassi. Esiste al riguardo un‘importante pista di lavoro, nel manifesto firmato da alcuni noti esponenti della scienza medica e della bioetica. In esso si dichiara che: «...prima di pensare alla sospensione dei trattamenti si deve garantire al malato [...] ogni possibile, proporzionata e adeguata forma di trattamento, cura e sostegno. In questa prospettiva, occorre partire da una riconside­razione del rapporto medico-paziente che va oltre il dare cure....".

Questo andare ‘oltre' include il prendersi cura del suo universo filosofico e spirituale cioè sul suo atteggiamento verso la vita  la morte che ne è parte integrante e - proprio come sosteneva il grande psicologo viennese Viktor Emil Frankl - nel trasformare la sofferenza in una prestazione. 

L'ultima domanda che ci poniamo è questa: è possibile visualizzare un certo bilancio, in positivo e negativo, della nuova cultura del morire umano?

Sì, è positivo: che ci sia una notevole sensibilità per uma­nizzare il morire. Essa si esprime nell'aspirazione a un'assistenza sanitaria  qualificata e umana cioè nel superamento di situazioni che disumanizzano il morire come la solitudine, le cure eccessive, sproporzionate. Le iniziative per alleviare la sofferenza, offrire aiuto psicologico e assistenza religiosa a chi lo desidera, accompagnare la vita che se ne va sono indice di questo nuovo atteggiamento  e le equipes che operano nel campo delle cure palliative sono la vera risposta etica al morire umano e con dignità.

E' invece negativo che la nostra cultura evidenzi la tendenza a oscurare la vita umana in condizione di precarietà biologica e psichica. E' il caso dei malati nella fase terminale, specie se anziani e cronici, o delle persone con progressivo deteriora­mento delle funzioni cerebrali, dei bambini nati con gravi menomazioni. La mentalità dominante mostra di apprezzare la vita, ma non ogni vita, solo quella a certe condizioni e con certe qualità. La sofferen­za senza speranza appare come uno scacco insopportabile da cui evadere, così, in situazioni estreme e irreversibili, chiedere di essere aiutati a morire appare una domanda logica e chi agisce in tal senso viene considerato portatore di amore, pietà e compassione.

Tutto ciò dimostra una carenza nei valori di atteggiamento della vita di cui parlò lo psicologo Viktor Emil Frankl e quindi in una incapacità di fondo a trasformare la sofferenza in prestazione.


> L'esperienza di Victor Emil Frankl - di Corona Perer
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