DOSSIER -  Il Time lo aveva indicato tra i 100 pionieri, nel suo paese lo avevano incarcerato. Alexis Sinduhije è di nuovo libero. Ruolo decisivo di Francia e Belgio. Silenzio da parte dell'Italia.

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"L'ho incontrato a Parigi..."

da Parigi,  Valeria Alfieri*

(da Parigi, 18 marzo 2009) - "Ogni prigioniero vive con la speranza che l'indomani sarà liberato, questa speranza lo fa vivere per anni. Credo sia la stessa speranza che ha fatto resistere Mandela nel suo inferno". E' cominciata cosi la mia conversazione con Alexis Sinduhije, un ex giornalista attualmente candidato alla Presidenza per le elezioni del 2010 in uno dei paesi più devastati e dimenticati del pianeta, il Burundi".

L'ultima volta l'ho incontrato qui a Parigi. Ricordo di avergli posto due domande:"C'è qualcuno a cui potresti dare fiducia al 100% in Burundi?". Ha esitato un attimo per poi rispondere: "No, al 100% non credo". Gli ho chiesto allora perché facesse tutto questo, e lui ha subito risposto: "Perché in fondo credo nell'essere umano".  Il Time lo aveva indicato tra i 100 pionieri, nel suo paese lo avevano incarcerato. Alexis Sinduhije è di nuovo libero. Ruolo decisivo di Francia e Belgio. Silenzio da parte dell'Italia.

Accusato perché teneva "meetings clandestini", perché "inviava ribelli in Congo", perché ha insultato il Capo dello stato criticando le "politiche di sviluppo del governo".  Alexis non aveva il diritto di incontrare nessuno, né di parlare col suo avvocato, ma aveva il sostegno di molti burundesi e della comunità internazionale che si è ribellata contro il suo arresto arbitrario e fa pressione per la sua  liberazione.

Nel 2005 una non poco tormentata tornata elettorale aveva messo fine ad una lunga e sanguinosa guerra civile in uno dei più piccoli e devastati stati africani. L'elezione del nuovo governo era stata salutata con favore e ampie speranze da tutta la comunità internazionale e dallo stesso popolo burundese, segnando l'inizio di un nuovo ciclo nella storia del paese.

Il Burundi era stato considerato un esempio per tutta la regione dei Grandi Laghi, e un'era di pace e democrazia sembrava schiudersi su questo giorno colmo di attese. Un governo di unità nazionale metteva finalmente insieme vecchi nemici e lasciava alle spalle grandi antagonismi etno-politici tra i gruppi etnici hutu e tutsi. I segnali di pace si manifestavano in una discreta libertà d'espressione e nella nuova vivacità di una comunità che faceva sentire la sua voce grazie al proliferarsi di radio e associazioni che si battevano per un futuro migliore.

"I giornalisti non devono essere impiegati o voci dello stato - ha sempre detto Alexis  - ma al servizio della popolazione. E il cammino della verità è l'unico che può mettere insieme hutu e tutsi e impedire ai politici di manipolare la loro stessa gente". Nel 2001 nasceva la Radio Pubblica Africana (RPA) perché "nella parte del mondo in cui vivo -  affermava Alexis - il potere delle parole è usato per armare le persone. L'esempio più devastante è Radio Mille Colline in Ruanda, che incitò al genocidio nel 1994. La mia Radio nasce dalla convinzione della necessità opposta: usare il potere delle parole per costruire una società non violenta, giusta e realmente democratica". L'obiettivo di Alexis, e di tutti quelli che lo hanno appoggiato, era "umanizzare le relazioni tra i gruppi etnici e costituire un esempio che inciti a lavorare insieme per la pace".

A causa delle sue denunce, delle sue inchieste, delle sue verità e delle sue parole senza paura, perché, come ama dire, "la paura è l'alleata della tirannia", è stato minacciato e costretto a abbandonare il suo paese varie volte, la radio è stata chiusa altrettante, ed è scampato ai vari tentativi di farlo fuori. Tutta la sua famiglia è attualmente rifugiata in Europa. Nel 2004 riceve il Premio Internazionale per la libertà di stampa. Un premio prestigioso, conferito ogni anno dal Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ai cronisti più coraggiosi nelle aree travagliate del mondo.

Sfortunatamente, lo spiraglio democratico apertosi nel 2005 è durato poco, il neo-governo è piombato in uno estremo autoritarismo. Alexis e la RPA hanno condannato senza esitazione, apertamente e a voce alta, il mancato rispetto dei diritti umani, gli arresti arbitrari, gli assassinii politici di un governo corrotto e criminale. Questa politica aperta ha procurato non pochi problemi. E' per questo che Alexis, deluso e arrabbiato dal comportamento tirannico degli uomini al potere in cui aveva creduto e confidato, cosi come avevano creduto e confidato tutti i burundesi, decide di lasciare il giornalismo e di entrare in politica. E nel dicembre 2007 crea un partito di opposizione, il Movimento per la Difesa della Democrazia (MSD), deciso a candidarsi alle elezioni presidenziali del 2010, per dimostrare a tutti che la corruzione e il clientelismo non sono dati culturalmente innati ai popoli africani, e che, al contrario, un altro modo, un altro mondo, fatto di giustizia e trasparenza è possibile.

Il suo partito ha avuto un grande sostegno, interno e internazionale, e Alexis è stato citato dal Time tra le prime 100 persone più influenti al mondo, accanto a nomi come Al Gore, Naomi Chomsky, Nelson Mandela, Barack Obama. La crescente forza del MSD ha spaventato leaders avidi e timorosi di perdere i loro privilegi politici ed economici. Il MSD non è ancora stato riconosciuto dal governo, e Alexis e i suoi sostenitori hanno subito accuse e pressioni di diverso tipo, ma non si sono mai arresi.

Fin quando, il 3 novembre scorso, 12 poliziotti armati fanno incursione alla permanenza del partito e arrestato 38 esponenti del movimento, compreso Alexis. Ora per fortuna è tutto finito.

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