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La troupe con Alexis 

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Le foto di questa pagina sono di:Manu Gerosa,
Salvador Munoz, Ana Izquierdo

 

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la troupe gira sulle rive del Lago Tanganica

 

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Una festa l'arrivo della troupe.

 

 

 

"La mia compagna ed i miei figli vivono qui a Toulouse ed io
vengo a visitarli regolarmente perchè ho bisogno
di loro e loro di me" - racconta Alexis (foto sotto)
"Vivere lontani è complicato ma dobbiamo fare così.
Il Burundi non è un paese stabile, ma io vorrei promuovere
un cambiamento e per farlo devo restare lì,
con gli altri burundesi che soffrono".
Bisogna credere, rischiare ed avere la volontà di affrontare tutti i problemi che potremo incontrare nel cammino.

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Alexis con il figlio e la moglie a spasso per Toulose pochi giorni
prima del rientro in Burundi

Alexis Sinduhije: Il Burundi che vorrei

di Manu Gerosa, Salvador Munoz, Ana Izquierdo*
*filmakers indipendenti 

(Toulose, 15 gennaio 2009) - L'incontro è quasi casuale ma di quelli posti sulla strada dal destino. Stavamo lavorando a un video per l'ONG, Associazione Amici del Senatore Giovanni Spagnolli di Rovereto, un documentario attraverso cui rappresentare la drammatica situazione di un Paese che, sconvolto da una terribile guerra civile protrattasi dal 1993 al 2004, attende, in un clima di violenza e paura, l'approssimarsi delle elezioni del 2010. Durante la fase iniziale del montaggio siamo potuti entrare in contatto con Alexis Sinduhije, giornalista burundese che vuole candidarsi alle prossime consultazioni politiche.

Alexis era impegnato in un'opera di sensibilizzazione dell'opinione pubblica europea sulle dure condizioni di vita del suo popolo. Pochi giorni dopo l'intervista rilasciata a Toulouse, è rientrato a Bujumbura, dove è stato arrestato. L'accusa: oltraggio al presidente della repubblica, per aver espresso pesanti critiche contro il governo in alcuni interventi pubblici.

Ne siamo convinti: la vicenda di quest'uomo, fondatore tra l'altro di una radio libera, si aggiunge alla lunga lista di violenze perpetrate da governi autoritari nei confronti di giornalisti e intellettuali militanti, ed è paradigmatica del trattamento riservato agli oppositori politici dal partito attualmente al potere in Burundi. Tant'è che analisti dell'Onu ritengono che, con le elezioni del 2010, quello Stato attraverserà una crisi politica simile a quella del Kenya o dello Zimbabwe.
L'intervista che segue costituisce l'ultimo tassello del documentario, la cui produzione sta ormai per concludersi. 

Parlaci di te, da dove vieni?
Sono nato a  Kamenge, da una famiglia povera, in uno dei quartieri più poveri di  Bujumbura, dove sono vissuto fino all'inizio della guerra. Dopo l'istituto superiore mi sono iscritto alla scuola di giornalismo e successivamente ho lavorato per la radio nazionale. Ho creato un giornale privato e, grazie a una borsa di studio, per più di due anni ho frequentato l'università di Harvard negli Stati Uniti.

Hutu e Tutsi. Su cosa si fonda la differenza tra loro?
La differenza tra Hutu e Tutsi , due etnie che popolano Congo, Ruanda e Burundi, è antecedente all'epoca coloniale, in Burundi il potere è sempre stato controllato dai clan. Il re lo esercitava con alcuni clan Tutsi e alcuni clan Hutu. Per i colonizzatori belgi è stato politicamente utile proporre una lettura razziale del sistema sociale indigeno ed enfatizzare le  differenze tra gli Hutu e i Tutsi, gettando le premesse del futuro antagonismo.

Perché l'indipendenza dal Belgio  non ha consentito pace?
Io credo sia responsabilitá delle stesse élites burundesi, Hutu e Tutsi, che non hanno capito che potevano condividere il governo del Paese e costruirne insieme il futuro. Le giovani classi politiche, una volta affrancate dal dominio europeo, lontane ormai dall'organizzazione socio-politica tradizionale e prive di modelli di sviluppo propri, sono state mosse dalla conquista del potere. Questo ha portato al genocidio. La lotta per il potere ha trasformato l'antica dualità etnica in conflitto e in sangue. Credo che il nostro paese sia stato corrotto dalla menzogna e dal cinico, miope desiderio di ricchezza e supremazia e questo abbia generato razzismo tra gli africani stessi, tra i burundesi stessi.

Nel 1993 divenne presidente Ndadaye, etnia hutu, assassinato poco dopo. Da allora il paese è in una guerra civile da più di 10 anni. Cosa ricordi di quel periodo?
Avevo già un giornale privato e, quando Ndadaye, un hutu,  fu eletto presidente, alcuni militari del potente e monoetnico esercito tutsi ci rivelarono che le forze armate si sarebbero opposte. Il  presidente non godeva di alcuna protezione: quanto tempo gli avrebbero dato? Questa pressante domanda ci spinse, ad appena due settimane dall'insediamento, a denunciare, dalle colonne del giornale, la questione della sua incolumità. Se lo avessero assassinato, gli hutu, per rappresaglia avrebbero ucciso dei tutsi e il paese sarebbe affondato nella guerra. La nostra profezia si è purtroppo rivelata esatta.

Come è la situazione attuale?
Le elezioni del 2005 hanno portato la speranza di democrazia, ben presto delusa, poiché i combattenti per la "democrazia" sono militari e pensano come militari. Oggi stiamo assistendo alla costruzione di una nuova dittatura.

Non c'è democrazia attualmente in Burundi?
No, in Burundi adesso non c'è democrazia, il partito di governo non gode dell'appoggio popolare e quindi vuole presentarsi da solo alle prossime elezioni e impedire, anche attraverso l'eliminazione fisica, qualunque candidatura alternativa. Da alcuni mesi in Burundi ci sono dai 5 ai 10 morti al giorno, assassinati dai servizi segreti. La maggior parte di questi morti è rappresentata da civili che vivono nella miseria e che hanno l'unica colpa di essere membri dell'opposizione. Il potere sostiene l'instabilità e istiga alla violenza che fornisce il motivo per regolare i conti con i membri dell'opposizione. È prassi in molti paesi africani che i politici al potere uccidano i propri concittadini dissenzienti, stroncando in tal modo ogni forma di libertà, fino a spingere frange armate della popolazione a nuovi colpi di stato.

Cosa pensi che succederà in Burundi?
Io credo che l'opposizione cercherà di resistere. In questo momento il governo del presidente Nkurunziza la sta spingendo contro il muro e i dissidenti non accetteranno ancora a lungo. Ora la gente ha armi dappertutto e le sa utilizzare, molti sono stati militari o  ribelli. Ritengo che verso la fine del 2009 le forze in campo faranno di tutto per conquistare l'egemonia.

Quali scenari?
Tre sono quelli possibili: libere e democratiche elezioni; un nuovo Zimbabwe, in cui il presidente attuale, come Mugabe, si autoproclama vincitore; la terza ipotesi è quella che, come in Kenia, si renda necessario l'intervento della comunità internazionale per il deflagrare della violenza.

Perchè hai deciso di scendere in politica?
La rabbia in primo luogo, ma anche un'altra ragione. I cittadini seri, competenti e onesti hanno abbandonato la politica nelle mani di, perdonatemi il termine, criminali, corrotti, gente incapace di pensare il futuro del nostro paese. Questa rabbia e le facili previsioni sul nostro destino viste le politiche attuali mi hanno fatto pensare che è giunto il momento di agire e scendere nell'agone politico per aiutare il nostro paese.

Hai costituito un partito?
Siamo ancora un partito clandestino, il Movimento per la Sicurezza e la Democrazia, da undici mesi il governo si rifiuta di riconoscerlo, ma continuiamo comunque a lavorare. Vorremmo contribuire a mostrare un altro modo di fare politica. Non ci consideriamo nemici ma avversari che possono dialogare.

Hai paura?
Non ho realmente paura, credo che avrò paura tra 10 anni quando mi volterò indietro e vedrò ciò che sarà accaduto. Ma per ora non ho paura, non ho paura di denunciare quello che credo non vada bene.
(con la collaborazione di  Manu Gerosa, Salvador Muñoz, Ana Izquierdo)

(n.b.: questa intervista è stata raccolta  Manu Gerosa, Salvador Munoz, Ana Izquierdo il 26 ottobre a Toulose pochi giorni prima dell'arresto di Alexis che si è risolto dopo circa 4 mesi e una mobilitazione internazionale che ha visto per l'Italia la testata SENTIRE impegnata in prima persona).

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