Intervista a Gabriella Belli - di Corona Perer
(Rovereto, 10 marzo 2009) - C'è un Mart meno noto: il Mart-export. Dal 1989 ad oggi si calcolano almeno 32 mostre prodotte dal museo per le piazze estere: da Parigi a Toronto, Mosca e Hanoi, passando per Oslo, San Paolo, Sofia, Chicago. Con entrate per almeno 750 mila euro, calcolando il fee medio di 25mila euro per ciascun progetto, si tratta di una conomia interna di non poco rilievo. Alcuni progetti sono stati pagati molto di più: siamo già sul milione di euro in 20 anni. Tutte entrate extra cassa, vale a dire ticket e cataloghi delle ‘nostre' mostre. Sono già 5 i progetti esteri del 2009: è stata da poco inaugurata la mostra su Morandi a Washington, ma presto verranno Budapest, Buenos Aires e Berlino.
Sono mostre che qui non hanno mai preso corpo perché sono state chieste da altre istituzioni. Il Mart le ha realizzate ‘per loro' con la propria divisione esteri del Mart. Un lavoro sottocoperta, di grande ricerca, massima visibilità internazionale e minima ‘intra-moenia' (il Trentino) ma un lavoro che produce un proprio business e movimenta contatti e relazioni impagabili. Al di là del pur significativo e importante ritorno economico, è grazie a queste iniziative che il Mart ha costruito una rete di rapporti tali che consente oggi alla struttura dirigente di corso Bettini di alzare il telefono e rapportarsi con i direttori dei maggiori musei al mondo per scambiare opere, ovvero progettare e arricchire la cultura trentina. Come funziona questa divisione esteri che cura mostre "out-door" e pubblica appositi cataloghi nella lingua del paese ospitante? Ce lo spiega la direttrice Belli da poco rientrata da Washington. E si scopre che molte di queste mostre, a noi ignote e pronte all'uso, producono una propria economia. Se ben potenziata potrebbe diventare una risorsa non trascurabile. In tempi di crisi e tagli converrebbe farci qualche ragionamento.
Dottoressa Belli, cosa si vede in questo momento a Washington?
La nostra collezione di Morandi, maestro della natura morta moderna, una delle più importanti al mondo.
Quante delle mostre estere sono ancora ignote da noi?
Diverse. Sono progetti che ci è stato chiesto di realizzare e che hanno quindi un catalogo specifico nelle rispettive lingue, opere tarate per un dato tipo di pubblico.
Cosa chiede ad esempio il pubblico americano?
In America va forte il ‘900 italiano con De Chirico, Morandi, Campigli. Va bene anche il Futurismo come movimento e c'è crescente attenzione anche sul secondo ‘900 quindi Fontana, Manzoni, Burri.
Ma come funziona l'interscambio e che frutti produce?
Nel costruire questi progetti esteri valutiamo sempre il ritorno in prospettiva. Se questi musei possono dar vita a loro volta a mostre nel nostro territorio fissiamo un fee di ricerca non inferiore ai 25 mila euro più le spese. Con chi ci chiede il progetto e non ha opere da scambiare, il discorso è diverso: essenzialmente economico.
Un esempio?
Tokyo ci chiese una mostra su Depero. In quel caso le prospettive di un relazione reciproca erano scarse: abbiamo chiesto 200 milioni di lire di fee (era il 2000) e li abbiamo ottenuti.
Con le realtà potenzialmente reciproche, invece?
In quei casi valutiamo che cosa è possibile costruire con quel museo. La Phillips Collection ci diede la sua collezione, noi abbiamo dato Morandi, loro torneranno a Rovereto con l'arte americana tra il 1910 e il 1950 e noi ricambieremo con De Chirico.
Sono novità del prossimo futuro?
Certo, noi siamo già sul 2012 come programmazione. Tutto questo però era stato prefigurato con la prima fortunata mostra della Phillips Collection a Rovereto.
Dunque contatti che fanno strategia museale...
Certo. Il Mart lavora conto terzi e nel farlo si ricava gli spazi per produrre la cultura da portare ai trentini.
E quali sono le tappe Out-Door del 2009?
Washington l'abbiamo detto, poi verranno Buenos Aires, Budapest, Berlino.
Quale è la più prestigiosa?
Direi Berlino, consacrata capitale dei nuovi fermenti. Ci è stato chiesto di portare una mostra sui linguaggi del futurismo e sarà fatta solo con opere del Mart. Credo che i trentini dovrebbero esserne contenti: negli anni '80 non avevamo opere da prestare. Oggi tra depositi e collezioni ce ne sono 13.000 opere, tra cui veri capolavori.
Quando c'è stata la svolta patrimoniale?
Nel '99 con la collezione Giovanardi. La politica del deposito è stata fondamentale. Siamo stati i primi, ora è la strada di molti musei. Tutto questo produce anche visibilità internazionale.
Ma ci sono ricadute anche sui visitatori esteri al Mart?
Come no. Dopo aver fatto "Italia Nova" in Francia notammo dalle statistiche un aumento di visitatori francesi. Ma io misuro diversamente la ricaduta.
E cioè?
E' la strategia della relazione la vera ricaduta per un museo decentrato come il nostro. Siamo diventati soggetto internazionale, ente di ricerca, ente prestatore. A nostra volta possiamo alzare il telefono e chiamare Washington per chiedere un'opera. Questo non ha prezzo.
Le strutture italiane all'estero vi aiutano?
Lavoriamo molto con gli Istituti Italiani di Cultura, preziosi a livello logistico: così è stato per le mostre in Vietnam ad esempio.
Ora c'è la crisi che abbatte bilanci e investimenti ovunque. Questa attività estera potrà essere d'aiuto?
Sì, è una voce che in prospettiva può diventare importante. L'abbiamo sviluppata dal nulla e come misura anti-crisi può rivelarsi una risorsa in più. Dall'intuizione basta passare a sviluppare un'economia.
Si potrebbe arrivare ad un tariffario?
Non sono contraria in linea di principio, ma si potrebbe irrigidire e incasellare una politica che invece va fatta caso per caso. E' l'opportunità che va calcolata anzitutto: se fare o non fare e per quali interessi di prospettiva. Questa è di fatto politica museale.
Come se la passano i musei in questo momento di crisi internazionale?
Alcuni molto male: Baltimora sta chiudendo, Los Angeles pare in pessime acque. Del resto in America la cultura è molto privata e non statale, ci sono i grandi sponsor e se vengono meno i fondi i primi a pagare sono i musei. Noi per fortuna stiamo molto meglio.
Parla di Europa o Italia?
Parlo dei musei italiani. Qui per fortuna c'è lo Stato: il modello di sostegno è un altro, il museo è inteso come bene pubblico.
Baricco in questi giorni ha proposto: meno teatro, meno convegni, più investimento nella formazione e nella scuola, anche nella buona tv che è la prima agenzia formativa per un giovane.
Per i convegni ha ragione: non se ne può più. Che serva formazione e scuola: ha ragione. Che serva una buona informazione anche. Baricco ha parlato dei piccoli eventi episodici: ma le grande mostre hanno sempre successo.
I tagli di bilancio come vi colgono?
Preparati. Del resto lo sapevamo. Considero una vittoria essere riuscita a salvaguardare il 2009 perché c'erano progetti già in atto con autorevoli musei come il Victoria Albert di Londra, è sul 2010 che i tagli saranno più consistenti.
E allora come agirete a livello di strategia?
Faremo meno mostre, più allungate nel tempo, senza rinunciare ai progetti. Certo bisognerà essere pronti ad accettare la conseguenza: una diminuzione di entrate di cassa.
Quanto incassate cash?
Siamo sul milione e mezzo.
Come sta andando Casa Depero?
Benissimo, nel fine settimana si toccano punte di 800 visitatori, non si scende sotto i 500. Va benissimo il merchandising.
Quale sarà il prossimo progetto di punta?
I rapporti tra pittura e melodramma nell'800: primavera 2010.
Corona Perer