REPORTAGE - Vita nei territori palestinesi: l'umiliazione quotidiana di essere trattati da stranieri a casa propria. Ecco quello che certamente il Presidente Bush non ha visto (ma sa).

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Taxi e carretti: per un palestinese automunito non resta che scendere parcheggiare, percorrere a piedi il tratto, farsi la coda, superare il controllo e poi prendere un taxi per andare a casa propria (Foto C.Perer, 2008)

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Ogni giorno: code e trasbordi per andare e venire (Foto C.Perer, 2008)

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Tutto sotto l'occhio vigile della torretta israeliana.
Tutte foto clandestine, naturalmente (Foto C.Perer, 2008)

 

RIPRODUZIONE DI TESTI E FOTO VIETATA

Israele e Palestina proibita: un giorno ordinario a Nablus

di CORONA PERER
(Nablus, 6 gennaio 2008) 

Nel suo viaggio in Israele di inizio 2008 Bush non ha certamente visto l'umiliazione quotidiana dei check-point. Qui siamo a Nablus. Sotto la torretta israeliana l'incessante andirivieni dei palestinesi a piedi. Lavoratori pendolari verso Gerusalemme o verso la vicina Ramallah. Uomini d'affari arabi, privati cittadini.

Ogni giorno così: per andare e venire bisogna mettere in conto perquisizioni, domande, giustificazioni.  Una umiliazione continua. A Nablus si custodisce il pozzo  di Giacobbe, per Israele questo è un posto che determina un possedimento sin dai tempi dei patriarchi.

Qui i turisti non arrivano facilmente: luogo sconsigliato. Ma è qui che si vedono gli effetti della guerra sottile in atto da anni tra palestinesi e israeliani. Uomini e donne vanno e vengono, nei loro cuori rabbia, rassegnazione.

Stando qui si osserva un popolo sfrattato d'ufficio, controllato, umiliato. Lo si capisce se qualcuno con il pass per attraversare la Giudea e arrivare in Samaria passando per la famosa Ramallah, sede della autorità palestinese, ti accompagna in questo punto caldo del pianeta. Ramallah è a metà strada.

Sarebbe l'antica El Bireh, punto di sosta delle carovane da o per Gerusalemme: qui Gesù fu dato per perso nel tempio all'età di 12 anni. L'area è disseminata di insediamenti ebraici decisi e calati dall'alto dal governo israeliano che li protegge con piccoli distaccamenti di esercito, filo spinato e check-point. A Sichem, oggi Nablus, Gesù incontrò la Samaritana al pozzo scavato da Giacobbe e a lei si rivelò come il Cristo, figlio di Dio.

Con i samaritani gli Ebrei non avevano relazioni ma della donna Cristo fece una apostola. Il pozzo di Giacobbe è oggi presidiato dagli ortodossi. Arrivandoci si compie però un pellegrinaggio laico dentro la sofferenza di un popolo.

Un viaggio che apre i nostri occhi proprio al check-point, dove la bella e veloce strada costruita dal governo israeliano per collegare agevolmente i territori ebraici (uno dei tanti problemi che ostacolano la pace tra palestinesi e israeliani), sfocia in un terminal che diventa un polveroso sentiero
pedonale.

Protetti, o meglio, ‘ingabbiati' dentro alte reti, passano donne, anziani e bambini, rigorosamente a piedi. Lasciano la macchina al parcheggio, scendono, si mettono in coda, superano il non facile controllo e poi sono costretti a prendere un altro mezzo per proseguire. Gli spartitraffico in cemento trasformano la strada in un angusto percorso ad ostacoli.

Lungo il breve tratto sono posizionati taxi gialli e gli scassatissimi Sherud, pulmini che fanno trasporto pubblico e partono soltanto quando sono pieni. Al controllo non è risparmiato nessuno. La gente affronta le richieste con muta rassegnazione. Un giovane palestinese con il cacciavite apre un computer, che si è fatto riparare a Gerusalemme. Sua madre, mostra le arance comprate al mercato. Un uomo d'affari apre la valigetta.

Taxi e auto attendono e fremono. Qualcuno ha sviluppato il business del check-point: indirizzare la gente a piedi verso questo o quel taxi. È l'economia bellezza e qui si gioca fino all'ultimo sceckel. La colonna di mezzi da entrambi i lati intanto si allunga tra l'imperturbabile flemma dei poliziotti  israeliani.

Il nostro pulmino ha un autista arabo: dentro ci sono 6 suore spagnole, 1 frate francescano e due turisti occidentali (cioè noi). Entriamo dopo 30 minuti di sguardi. Per uscire ci serviranno due ore: finchè i palestinesi stanno nel proprio recinto il problema non sussiste, è quando escono che bisogna verificare se hanno il permesso, cosa vanno a fare fuori da Nablus e soprattutto quando torneranno.

E i forestieri potrebbero aiutarli, introdurre armi oppure occultare qualcuno che va a Gerusalemme senza essersi procurato il necessario permesso. Magari un kamikaze. Al lato del polveroso slargo è posizionato un camion militare con metal detector mobile: non passano i nostri bagagli, ma il cibo acquistato al mercato di Ramallah da una donna.

Giunti al nostro turno, l'iter è identico: lo stop viene dato a 100 metri dalla torretta israeliana, solo quando il soldato invita ad avanzare ci si può muovere. L'autista scende e, poiché è arabo, deve spiegare che viene da Gerusalemme. "No, non sono di Nablus ecco i documenti" ripete e mostra anche il tesserino che lo abilita alla  attività di trasporto. Poi deve spiegare quanti sono i turisti, di quali nazionalità, fornire i loro passaporti, garantire per essi e dire cosa hanno fatto a Nablus.

Poi tocca ai trasportati. Ad una suora dello Zimbawe dai lineamenti androgini, il soldato del check-point chiede come si vive nel suo paese. È totalmente disinteressato alla sua risposta: gli serviva soltanto verificare che la voce fosse davvero quella di una donna.

E giunti ai due italiani, chiede lo scopo del viaggio: si dà il caso che uno dei due, cioè chi scrive, sia anche giornalista. Qualche minuto per confrontarsi con il superiore, poi veloce scambio di sguardi, e infine un solo commento: ma è su Francesco Totti! Sembra essere dentro una puntata di ‘Turisti per Caso' e non ad un severo check-point.

"A good player!" esclama il giovane soldato che a quel punto dà l'ok con il suo pollice al collega della barriera sotto la torretta israeliana: il mezzo può ripartire.

E nella polvere sollevata dalle ruote resta la figura di una donna in coda col bambino addormentato in braccio, tutto perso nei suoi sogni innocenti. Ha tempo un anno, al massimo due per esser bruscamente svegliato dall'innocenza: ci penseranno i soldati.  A meno che la pace non scoppi prima come ha promesso  mister Bush nella sua visita a Gerusalemme. Ma ci si chiede quanto tempo ci vorrà prima che rabbia e umiliazione siano estirpati per far posto ad una serena convivenza.
(gennaio 2008)

 

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