A vent'anni dalla guerra in Bosnia, un dibattito promosso da Osservatorio dei Balcani e del Caucaso punta i suoi fari sulle donne e il loro ruolo per la riconciliazione nei Balcani

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Rada Zarkovic

 

"A volte rimpiango come ci sentivamo uniti nella disperazione perchè in guerra è tutto più intenso: l'amicizia come l'amore. Io piangevo tanto ma ho anche sempre cantato: di disperazione. Avevamo bisogno di energie e la potevamo recuperare solo attraverso il canto" ha raccontato Rada che ha definito quegli anni "pericolosi".

 

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Maja Micic

 

"Noi però non vogliamo fare Tribunali, ma creare uno spazio dove le vittime della guerra possano parlare liberamente perchè questo potrà servire anche da catarsi a chi ascolta" ha detto Maja Micic che si batte perchè venga istituita una commissione di inchiesta e in un territorio di 20 milioni di abitanti ha già portato a casa 500.000 mila firme dal 26 aprile ad oggi (la raccolta di firme chiuderà tra poco meno di una settimana).

 

 

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Luisa Morgantini

Rada Zarkovic: E non chiamatela più ex-Jugolavia!

di Corona Perer

Rovereto 23 giugno 2011 - "Sono le donne a costruire reti di pace e lo fanno mettendoci il loro corpo". Così Luka Zanoni, direttore di Osservatorio sui Balcani e Caucaso, introducendo la IV edizione di Sentieri di Pace a Rovereto che ha rivolto la prima delle sue riflessioni ai vent'anni trascorsi dall'inizio della guerra dei Balcani e in particolare alle sofferenze patite dalle donne: furono accertati almeno 20.000 stupri e il 50% dei crimini commessi in ex-Jugoslavia aveva sempre a che fare con atti sessuali.

"In realtà non si dovrebbe dire ex" ha eccepito Rada Zarkovic che a Bratunac nei dintorni di Srebrenica ha fondato una cooperativa agricola dove lavorano donne delle diverse etnie un tempo coinvolte nel conflitto. "Io sono nata in Jugoslavia e il mio paese, i suoi colori i suoi venti i suoi profumi ci sono ancora. Quella è ancora la Jugoslavia" ha detto Rada che con la sua energia ha messo insieme le serbe di Bosnia a lavorare a fianco delle bosniaco-musulmane o  "bosgnacche" come si dovrebbe dire.

La sua esperienza si è intrecciata con quella di Maja Micic, più giovane ma non meno toccata dalla guerra. Lei si batte perchè venga istituita una commissione di inchiesta e in un territorio di 20 milioni di abitanti ha già portato a casa 500.000 mila firme dal 26 aprile ad oggi (la raccolta di firme chiuderà tra poco meno di una settimana). "Noi però non vogliamo fare Tribunali, ma creare uno spazio dove le vittime della guerra possano parlare liberamente perchè questo potrà servire anche da catarsi a chi ascolta" ha detto Maja.

Assente Luisa Morgantini che con il movimento Donne In Nero fece la spola tra Italia e Bosnia per portare solidarietà e aiuti, la prima serata di Sentieri di Pace ha portato al pubblico una serie di pensieri di toccante profondità e semplicità. Rada Zarkovic, ad esempio, ha ricordato sì il dolore, ma non ha taciuto la nostalgia. "A volte rimpiango come ci sentivamo uniti nella disperazione perchè in guerra è tutto più intenso: l'amicizia come l'amore. Io piangevo tanto ma ho anche sempre cantato: di disperazione. Avevamo bisogno di energie e la potevamo recuperare solo attraverso il canto" ha raccontato Rada che ha definito quegli anni "pericolosi".

Cantare e piangere fu alle donne necessario. E Rada lo ha spiegato con semplici e toccanti parole. "Quella è la politica delle donne, è la politica dei sentimenti che noi donne non nascondiamo. Oggi io vivo a Sarajevo, ma sono di Mostar. Dentro me c'è il vento, il canto del nostro fiume, i colori dei nostri boschi: tutto ciò non si può chiamare ex perchè esiste". Poi una bella lezione su Pace e Pacifismo.

"Lottare per la Pace chiede pazienza, i risultati non si vedono subito. Non c'era da mangiare e chi aveva qualche soldo doveva spendere tutto subito perchè il denaro perdeva valore ogni giorno. Luisa Morgantini ci portava pasta e pomodoro ma per noi era come essere al ristorante. La cosa più difficile era sopravvivere restando normali perchè ci sentivamo traditori su tutto: eravamo madri che odiavano i figli, sorelle che odiavano i fratelli, donne costrette a dividersi e anche le donne che erano contro di noi e stavano dall'altra parte secondo me la pensavano come noi ma erano troppo frustrate per dirlo.Ancora oggi mi chiedo come è stato possibile tutta questa brutalità" ha aggiunto Rada che ha poi mosso un'importante critica al Pacifismo.

"A volte noi pacifisti parliamo solo a quelli che la pensano come noi, e a volte il movimento è chiuso: parla a se stesso. Il vero pacifismo è parlare a quelli che io chiamo fascisti e sono ancora tanti in Europa" ha detto Rada "non farlo può essere colpa ma è anche una forma di arroganza come se solo noi fossimo nel giusto. In questi anni io sono stata nel mio ghetto e ho riflettuto su questo e ora penso che è venuto il momento del dialogo, che uno possa sentire l'altro e confrontarsi".

Maja Micic ha quindi raccontato l'esperienza di Rekom, la rete di associazioni che annovera ormai oltre 1600 membri e che è trasversale perchè coinvolge le 7 nazioni un tempo parte della Jugoslavia (Slovenia, Bosnia, Croazia, Serbia, Kossovo, Macedonia, Erzegovina) che ha già raggiunto il suo risultato di aver innescato un processo utile alla riconciliazione nazionale. Quanto può influire l'arresto di Mladic su tutto questo? "Moltissimo, era importante che avvenisse e finalmente è avvenuto" ha risposto Maja che ha però l'impressione si stia perdendo tempo e l'occasione di parlare proprio ora di ciò che è accaduto. Ed invece i media si soffermano su insignificanti dettagli di cronaca relativa all'arresto del generale che con le sue brigate seminò terrore e violenza. "Io contesto chi ha detto che finalmente è stata fatta giustizia con questo arresto" ha obiettato Rada "perchè noi siamo stati privati di tutto, dei nostri giorni e del nostro futuro, e nessuno farà mai giustizia per tutto quello che ci è stato portato via e il dolore che abbiamo patito".

Un dolore che oggi Rada lenisce a suon di lamponi nella cooperativa agricola da lei fondata a Bratunac, un luogo che non si incontra sulla strada. "E' sperduto, bisogna andarci appositamente" ha spiegato Rada "ma la mia decisione fu di andare proprio nel punto dove avevano tentato di uccidere la Bosnia. Lì si vive con altri ritmi, c'è la capacità di relazionarsi con gli altri. La nostra identità non è solo religione, ma natura, luoghi e profumi. La ricostruzione si limitava a rifare ai tetti senza occuparsi dell'umanità e della dignità di chi viveva nelle case e quella si costruisce solo dando lavoro. Dai 10 soci fondatori oggi siamo più di 550 famiglie e ognuno coltiva la sua terra. Produciamo ed esportiamo meravigliose marmellate. Perchè i lamponi? Perchè sono una tradizione locale e perchè ogni pianta dà frutti per 15 anni e così la gente è costretta a rimanere e a non vendere le loro case con i bei tetti rossi...rifatti".

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