Quando Mosca fece di tutto per bloccare l'edizione 1977 della Biennale, primo vero atto di sostegno culturale, compiuto in Italia, verso coloro che resistevano in Urss e nei paesi comunisti. Carlo Ripa di Meana racconta

Biennale del Dissenso - Una pagina di ‘vera' guerra fredda: nell'arte

di CORONA PERER

Poche persone, ma importanti, ci furono: Goffredo Parise, l'editore Neri Pozza, Alberto Moravia, il futuro premio Nobel Iosif Brodskii, che per la prima volta lesse in pubblico le sue poesie. "E fu un canto" dice oggi l'ex-Presidente della Biennale di Venezia, Carlo Ripa di Meana.
Poche furono anche le istituzioni, ma alla fine qualcuna rispose: il Russicum, la Chiesa. Quando Ripa di Meana volle realizzare la Biennale del Dissenso a Venezia, si trovò tutti contro. Le alte sfere erano seriamente impegnate a boicottarlo: il governo Andreotti aveva un patto di non belligeranza con Pci e Psi e a Marghera si costruivano navi per la flotta sovietica. L'ambasciatore russo faceva sapere che il Pcus guardava con estrema preoccupazione a questa iniziativa. Solo Craxi si smarcò e diede una mano. Uno spaccato di Italia degli anni ‘70 che vide comparire la Guerra Fredda anche nell'arte: in quegli anni l'Urss aveva deciso di fermare la Biennale  del Dissenso di Venezia che l'ex parlamentare europeo (dal 1974 al 1978 presidente della Biennale di Venezia), aveva organizzato.

Era la seconda iniziativa di un certo sapore, dal momento che al suo esordio come Presidente, Ripa di Meana aveva già dedicato la Biennale del 1974 al Cile, vittima del colpo di stato del generale Pinochet.

Era stata una scelta clamorosa decidere di organizzare la Biennale del Dissenso, dedicata all'arte e alla cultura ‘non ufficiale' dei paesi socialisti. Significava dar voce a chi non si era allineato. E così molti furono i tentativi di boicottarla, da quelli messi in atto in Italia alle manovre di Mosca. L'ha raccontato lui stesso l'altra sera a Trento in un interessante incontro promosso in Biblioteca dal Centro Studi sulla Storia dell'Europa Orientale di Levico diretto da Fernando Landi pubblicamente ringraziato dallo stesso Ripa di Meana per aver materialmente contribuito a ricostruire con documenti e ricerche uno spaccato non certo edificante. L'intreccio di interessi ha poi preso corpo in un libro (dove in prefazione il centro di Levico è pure citato) nel quale si ricostruiscono i dietro le quinte. Elegante e raffinato nell'eloquio, Carlo Ripa di Meana ha raccontato dettagli di non poco conto, pur utilizzando un linguaggio piano. Senza mai scadere nell'autocelebrazione ha narrato quel lavoro definito "febbrile e ad alto rischio" che lo assorbì per un intero anno impegnandolo su un percorso ad ostacoli dal gennaio al dicembre del '77. "Una vicenda che rimase chiusa in un'ampolla di vetro, nessuno ne parlò e solo dopo 30 anni è stata analizzata" ha esordito. In Russia - al tempo - "regnava" Breznev a capo di una corazzata che era in fondo alla massima potenza visto che l'America era uscita due anni prima con le ossa rotte dal Vietnam. Sulla scena internazionale l'Unione Sovietica primeggiava, ma al suo interno aveva un forte dissenso. "Non era frontale e politico" ha puntualizzato Ripa di Meana "ma si esprimeva sulle cose minime della vita: la libertà di movimento e i diritti umani che erano stati decisi negli accordi di Helsinki". Dunque non si opponeva al partito, ma poneva al partito questioni fondamentali. Gli occhi di Carlo Ripa di Meana si appuntarono su Andrej Sakharov al quale decise di collegare l'edizione veneziana della Biennale. "Veniva dal mondo della ricerca scientifica, ma la sua descrizione dello stallo sovietico era nitida. L'Urss non gradì e mosse le sue pedine commerciali, politiche e persino i servizi segreti. Eravamo a pochi giorni dalla conferenza di Belgrado che avrebbe dovuto fare il punto e controllare lo stato esecutivo degli accordi di Helsinki" ha raccontato Ripa di Meana che ha descritto il braccio di ferro politico e diplomatico con il Cremlino. Lo stato maggiore del Pcus esercitò ogni forma di pressione e di ricatto, ma grazie al sostegno di Bettino Craxi e dei socialisti, Ripa di Meana riuscì nel suo intento e superò gli ostacoli eretti dal mondo culturale e imprenditoriale italiano. Una brutta pagina quella scritta da molti intellettuali, ma per la prima volta il sostegno al Dissenso non venne sacrificato sull'altare degli affari con Mosca. Eppure per impedirne la realizzazione, ad esempio, si dimisero i tre direttori della Biennale, Vittorio Gregotti, Luca Ronconi e Giacomo Gambetti. Al loro posto Ripa di Meana nominò quattro esuli: Jiri Pelikan, Antonin e Mira Liehm e Gustaw Herling. Ad uscire sconfitti furono molti personaggi della scena culturale italiana di quegli anni. Pungolato da una nostra domanda Carlo Ripa di Meana ha fatto i nomi. "Ci fu una delegazione italiana che mentre si apriva la Biennale del Dissenso andò a Mosca a negare l'esperienza veneziana e tra questi c'era Corandini Andrea, il musicista Luigi Nono, il futuro rampante assessore Niccolini, inventore delle notti bianche, lo stesso Giulio Carlo Argan fu assai critico". Ma ci furono anche le persone che di fronte al boicottaggio delle istituzioni (furono negati Palazzo Grassi già proprietà Snia e poi la Fondazione Cini  della Olivetti, persino la Ricordi negò gli spartiti per un concerto su musiche di Dmitrij Šostakovič) aiutarono il coraggioso presidente della Biennale. "Il Patriarca di Venezia Albino Luciani, futuro papa, mi diede degli spazi" e la Chiesa alla fine fu la sua miglior alleata. Ripa di Meana alla fine non ha potuto gettare dall'alto della sua esperienza uno sguardo - altrettanto amaro - sull'oggi. "Ci vorrebbe una Biennale di Venezia anche sui diritti umani in Cina, sull'Iran, me vedo ben poco in giro anche il '68 di Praga non è stato raccontato a dovere". Nell'Italia dove già crepitavano i germi del terrorismo, quella Biennale ebbe il merito di aver aperto una pagina controcorrente: siamo alla vigilia del tragico '78. Di lì a pochi mesi (la Biennale del Dissenso apre nel novembre del '77) l'onorevole Moro e la sua scorta verranno trucidati dalle Brigate Rosse.

Resta un'amara constatazione. All'epoca, nonostante non ci fosse la libera circolazione delle persone e delle idee si riuscì a dar corpo ad un evento controcorrente sul dissenso, oggi che la circolazione delle idee e delle persone è un dato di fatto acquisito, non si riesce a produrre eventi ‘di-senso'. Lo abbiamo chiesto a Carlo Ripa di Meana che annuendo ha risposto. "Oggi gli eventi sono ripiegati sul mercato non sulle idee".

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