Migranti: "Come un uomo sulla terra"
di Daniela Bandelli
Cosa succede ai migranti in quella fascia di tempo e spazio che si frappone tra il deserto e le telecamere che affollano la sfortunata isola? L'opinione pubblica italiana si deve accontentare: viene informata quando un gruppo di cosiddetti "clandestini" riesce ad approdare sulle coste meridionali o se c'è la rassicurante notizia che la Libia ci proteggerà dalla ‘minaccia' dell'immigrazione grazie agli accordi bilaterali con il nostro paese. Le domande come "da dove arrivano quegli esseri umani?" o "quali soprusi hanno dovuto subire prima di salire su una delle tante carrette del mare?" restano senza risposta. E' solo documentandosi che si scopre cosa accade in Libia, dal 2003 incaricata da Italia ed Europa di contenere i flussi migratori, nonostante questo paese non abbia mai aderito alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.
I temuti "flussi" vengono bloccati, stipati come animali al macello in container dove si sviene dal caldo; durante il tragitto non sono permesse soste per fare i bisogni all'esterno, cosicché la poca aria che c'è tra le cocenti pareti di lamiera diventa irrespirabile. La destinazione è il carcere di Kufrah, nel sud della Libia, dove i "flussi" sono rinchiusi senza processo. A Kufrah li attende l'inferno: gli uomini vengono picchiati, le donne stuprate, le condizioni igieniche sono ben al di sotto degli standard accettabili. Ogni tanto alcuni prigionieri vengono liberati e ufficialmente espulsi verso il Sudan. In verità, sono venduti per 30 dinari a intermediari che li riportano a nord, dopo aver incassato il riscatto che il migrante si fa mandare dalla famiglia.
Una volta raggiunta Bengasi, bisogna racimolare i soldi per la traversata verso le coste italiane, e nel frattempo stare in guardia per non farsi riacciuffare. In questo sventurato caso, il giro ricomincerebbe e la tappa obbligata sarebbe ancora una volta Kufrah, perno di un sistema di compravendita di esseri umani, dove polizia, intermediari vari e passeur hanno ognuno la propria parte. Chi non muore di stenti e violenze, e può permettersi di pagare uno scafista, finalmente salpa con la speranza sul volto.
Questo è il viaggio compiuto da migliaia di esseri umani.
Uno di loro è Dagmawi Yimer, studente di giurisprudenza ad Addis Abeba, che nel 2005 decide di lasciare il suo paese a causa della repressione politica. Dopo il deserto, le deportazioni, il carcere, e i numerosi passaggi tra polizia e contrabbandieri, Dag riesce ad arrivare via mare in Italia e a ottenere la protezione umanitaria. A Roma frequenta la scuola di italiano per immigrati Asinitas, dove partecipa anche al laboratorio di video documentazione dell'associazione Zalab. Da questo corso matura la decisione di raccogliere le memorie dei suoi coetanei che, come lui, sono incappati nella trappola libica. E' così che nasce "Come un uomo sulla terra" film che ha voluto rompere il silenzio sulle brutali modalità con cui Tripoli controlla i flussi migratori, su richiesta e grazie ai finanziamenti di Italia ed Europa.
Proposta, ma respinta, la collaborazione con alcune case di produzione cinematografica per l'uscita nelle sale, il film ha girato l'Italia con il sostegno di associazioni, scuole ed enti locali che dallo scorso settembre hanno organizzato quasi duecento proiezioni.
Le tematiche trattate dal lungometraggio di Andrea Segre, Dagmawi Yimer e Riccardo Biadene - selezionato nella cinquina del David di Donatello per il migliore documentario - sono state proposte come un esempio di informazione esclusa dai mass media, dove, le notizie che riguardano il continente africano e l'immigrazione vengono trattate in modo distorto, selezionate con criteri eurocentrici e infarcite di cliché.
L'intento di Dag è stato in parte raggiunto: il silenzio è stato rotto, anche se per il momento non sui macro circuiti mediatici. "Come un uomo sulla terra" ha partecipato a festival internazionali, è stato visto da quindicimila spettatori, il suo sito web conta 65 mila contatti dalla sua apertura. Tuttavia, pochi giornalisti hanno approfondito l'argomento, benché gli autori abbiano tentato di far uscire queste informazioni sulle principali testate italiane. Sul sito del film è disponibile una rassegna stampa che, vista la durezza e l'attualità dei contenuti, ci si aspetterebbe più nutrita di quanto lo sia effettivamente. Ne hanno però scritto Nigrizia e Peace Reporter. Un segnale positivo, che fa sperare in una presa di coscienza più diffusa, è arrivato in queste settimane: la storia di Dag e dei migranti da lui intervistati andrà in onda tra qualche mese su Rai Tre. In più, il regista segnala che è giunta la richiesta di organizzare delle proiezioni anche dal Partito democratico e da Sinistra e Libertà, in occasione della campagna elettorale.
Resta comunque il fatto che, finora, il dibattito non ha avuto modo di ampliarsi. Ancora più preoccupante del vuoto mediatico è la mancata azione sul piano concreto. Nonostante la petizione lanciata dagli autori, affinché venga avviata una commissione d'inchiesta europea sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia e vengano accertate le responsabilità italiane dirette o indirette, oggi conti 5 mila firme; per quanto organizzazioni come Amnesty International e Human Right Watch abbiano informato le istituzioni competenti sulle condizioni di detenzione nelle carceri libiche e sebbene ci siano state un'interrogazione parlamentare e una discussione al Senato, l'Italia continua a chiedere a Gheddafi di contrastare l'immigrazione clandestina.