Padiglione Italia Trentino Alto Adige: atto secondo
(Trento 22 ottobre 2011) - "Ero pronto allo scontro armato con Panizza: mi era stato detto che aveva parlato di me e invece non era vero". Vittorio Sgarbi liquida così le polemiche della vigilia: 'piccoli equivoci'. L'unico vero incidente, ma anche in questo caso minimizzato, è stato rappresentato dalla "... visione non italiana di Durnwalder, ma questo non ci ha impedito di rappresentare anche l'arte altoatesina...".
Al di là di questo, e posto che in Trentino "mi è mancato un assessore di riferimento come sub-commissario...", al curatore del Padiglione Italia della Biennale di Venezia (nominato dall'allora ministro Bondi), preme invece raccontare 'come' è nata la Biennale Italia, su quali premesse e quindi che singificato abbia l'operazione da lui tentata.
Ne sottolinea anzitutto il carattere democratico. "Il compito del critico non è quello di servirsi dell'arte ma di servire l'arte. Sono contrario alle selezioni sofisticate e quindi gli artisti che ci sono vanno registrati tra discipline artistiche che sono la fotografia, la pittura, la scultura, il disegno, la ceramica, la videoarte, la moda. Questa è solo un'imperfetta rappresentazione della realtà dove quelli che non hanno partecipato lo hanno fatto per superbia, dove c'è chi magari non avrei mai scelto, e non c'è ciò di cui non ci siamo accorti per insufficienza di conoscenza. Ma resterà un'impresa che rimarrà come documento della creatività del primo decennio del terzo millennio anche se parziale" ha detto Sgarbi che ha dedicato molto del suo intervento a spiegare la genesi della Biennale.
"L'esigenza di celebrare anche il 150° dell'unità di Italia ha generato la volontà di rappresentare l'arte italiana consapevoli che degli almeno 10.000 artisti censiti, ne avremmo potuti rappresentare solo un quarto. E allora ecco l'idea: tentare un censimento degli artisti, con il rischio di esporre anche artisti che a me non piacciono o che non avrei mai scelto se avessi dovuto scegliere tra cento. E' una Biennale democratica perchè non sono io che indico, tant'è che alcuni neppure li conosco. Il mio compito è stato avere dei segnalatori che verificassero ciò che è stato fatto nell'arte. L'unico criterio è che fossero vivi e che le opere fossero state realizzate in questi ultimi 10 anni".
Sgarbi è sembrato quindi consegnare allo staff trentino la responsabilità delle scelte ritagliando per se un ruolo assolutamente marginale. Lo ha spiegato con un aneddoto. "A Bari al Circolo della Vela vidi delle belle sculture e mi dissero 'è Senoner un trentino'. Allora l'ho aggiunto io alla lista".
Insomma una Biennale consapevole di essere parziale e per essere ancora più chiaro, lo ha sancito Sgarbi in persona. "E' un tentativo di censimento dove non c'è solo chi ha avuto l'alterigia di non esserci. Ognuno può presumere di essere il più grande artista ma lo è se c'è una comune condivisione sul suo percorso di ricerca".
Sgarbi ha anche difeso la sua decisione di aver utilizzato gli intellettuali nell'indicazione degli artisti che espongono invece al Padiglione veneziano della Biennale Italia.
"Ma su 300 artisti italiani, i trentini avrebbero potuto essere due, e ciò non sarebbe stato giusto. La ricognizione regionale è stata dunque una scelta dovuta, quasi imposta". Ne è venuto un mosaico dove, aggiunge Sgarbi, "ci sono perle e luoghi sublimi, ma anche rappresentazioni in luoghi brutti e infelici come il palazzo della Regione. Non così per Palazzo Trentini".
Detto questo, veniamo alle opere. Data per acquisita l'imperfetta e incompleta rappresentazione dello stato dell'arte, certificata dallo stesso Sgarbi, va detto che l'idea più cool è quella di Arnold Mario Dall'O con "Politics" il coniglio nero che brandisce il dito indice alla politica, quasi a dire la via di fuga - fornita dalla creatività - ad un periodo di grande decadimento.
Nell'ottimo allestimento curato da Beatrice Avanzi (data l'esiguità degli spazi) campeggia all'ingresso il "Cavolo" di Zanoni e si distingue per originalità Orsingher, nel gioco sottile tra peso/trasparenza che lo porta a sospendere un voluminoso sasso del Vanoi nel nylon. Meno felici le altre scelte, alcune delle quali di buon artigianato elevato ad arte: ma Sgarbi promuove a pieni voti Conta, Tait e Vallazza. Più perplesso sull'inquietudine espressa dalla scultura di Walpoth che gli ha ricordato il cadavere di Gheddafi.
Ma il "bello" deve ancora venire con la sezione degli emergenti. Da quanto appreso finora dal pre-view opere, emergeranno due nomi altoatesini (Aron e Peter Demetz) e due trentini: la freschezza pop di Luciano Civettini e la resistenza in pittura di Matteo Boato. Proprio quest'ultimo sembra essere un Giovanni Battista che urla solitario nel deserto la vera palestra di ogni artista: fare pittura. Già: perchè data l'assenza di un criterio a priori che non fosse l'essere vivi e con opere degli ultimi 10 anni, va detto che tra i vivi, ci sono anche nati... a loro insaputa.
LEGGI
> Vittorio Sgarbi "La mia Biennale" - di Corona Perer
> Next: gli emergenti - Matteo Boato