Massimo Donā, della Ragione e della Follia
di Corona Perer(Venezia, luglio 2008) - Ama Magritte, il filosofo Massimo Donà. Perchè Magritte fa saltare i limiti razionali dell'immagine. E' dentro l'aporia del limite.
Aporìa in greco significa passaggio impraticabile, strada senza uscita. In filosofia indica l'impossibilità di dare una risposta precisa ad un problema poiché ci si trova di fronte a due soluzioni che per quanto opposte sembravano entrambe apparentemente valide.
Massimo Donà, dice che il concetto di limite è un'aporia, cioè un vicolo cieco: si annulla mentre lo si pone.
Docente di Filosofia Teoretica all'Università San Raffaele di Milano è stato in Trentino per partecipare alla Biennale di Filosofia, una coraggiosa sfida che i Musei di Ronzone lanciano al mondo festivaliero provinciale: dedicare due giornate intorno al pensiero. "Quel che la filosofia non dice, parole dal limite" il tema di questa prima biennale che si è svolta a Ronzone.
Veneziano, classe 1957 - laureatosi con Emanuele Severino a Cà Foscari - il professor Donà annuncia che a Ronzone dimostrerà come il concetto contenga in sé una contraddizione. E quali approcci si possano avere con questo concetto che rappresenta una categoria fondamentale del pensiero, perché noi pensiamo per limiti. "Ogni cosa si delimita nel suo limite" dice Donà, ma in religione e filosofia parlare di limiti porta a qualcosa di strano: il limite salta. "Ciò che pensiamo sull'aldilà è molto difficilmente distinguibile dall'aldiquà. La follia vive nel cuore stesso della ragione. Proprio come il peccato vive nella santità". Per questo come filosofo ama molto Magritte, artista al quale ha dedicato uno dei suoi saggi filosofici. Magritte infatti fa saltare il limite della razionalità.
Professor Donà lei sostiene che la ragione è irrazionale...è così?
Proprio così. Quel che la filosofia non dice (o meglio dice troppo poco) è proprio questa paradossalità, questa assoluta irrazionalità della ragione.
Quindi l'Uomo non può spiegare tutto?
Esatto. Dovrebbe cominciare a riconoscere che la volontà di spiegare tutto è inutile e irrazionale.
Quindi siamo gettati nel mistero?
No, siamo "il" mistero. Noi stessi siamo l'apertura di tutte le domande. Ma questa apertura e ciò che più di irrazionale c'è.
Bisogna porre o no alla scienza il limite?
La scienza ha un rapporto diverso con il limite: si confronta ogni giorno con il limite, lo supera e pone il successivo. Le voci che cercano di limitarla (pensi al dibattito in bioetica ad esempio) non sono potenti perché in quest'epoca il pensiero dominante è quello scientifico, chi postula limiti invalicabili, non ha strumenti per farlo, ha le armi spuntate.
Cosa è allora il limite?
Un'aporia, una contraddizione. Classicamente distingue tra ragione e follia. C'è da capire quale è il limite che rappresenta gli altri, se c'è un limite specifico, un limite ‘proprio' del pensare.
Secondo lei...
Secondo me è difficile stabilirlo. La religione pone il limite perché è conscia che esiste un territorio rispetto al quale la ragione riconosce un limite insuperabile. Ecco perché la ragione non può giustificare o trovare sensati i discorsi sulla religione. Ma la domanda è un'altra: se certe sfere non sono dominabili dalla ragione, o sfuggono da essa, sono davvero sfere che la ragione deve guardare solo dall'esterno?
Cioè se la ragione possa o debba fermarsi?
In un certo senso sì. La ragione fa quotidianamente i conti con razionale e folle e quindi la cosa ci riguarda. Ma quando mi chiedo se tali sfere riguardino la ragione, mi sto chiedendo se la follia non riguardi la ragione nel suo intimo.
E quale è la sua ipotesi?
Che è in realtà il cuore più profondo della ragione.
In sostanza c'è una ‘regione' irrazionale dentro la ‘ragione'?
Non una regione o una parte, ma il cuore stesso della ragione. Il centro e il fondamento della ragione stessa. Una sorta di inguardabile follia, ma solo dal punto di vista della ragione.
Dunque c'è un cuore folle in noi?
Sì, è il cuore astratto della ragione.
Cosa è maggiormente folle?
La nostra ansia di conoscenza. Filosofi come Shopenahuer e poeti come Leopardi hanno analizzato la struttura fondamentale della natura e della ragione umana, cioè la coscienza dell'essere umano. Grazie a loro scopriamo che la ragione vuole qualcosa: la conoscenza, la verità. Ma se fossero raggiunte ciò ci annienterebbe perché nel nostro voler trovare scopi della vita, che è un desidero continuo, da ultimo vorremmo non desiderare più cioè aver soddisfatto la domanda con una risposta. Shopenhauer dice: che senso ha volere per non essere più volenti? E' insensato. Sarebbe come eliminare sé stessi, non essere più quello che siamo.
Lei quindi ritiene dimostrabile la follia della ragione?
Sì, e a Ronzone lo dimostrerò. Meglio di Shopenhauer e di Leopardi, parlano di follia della ragione grandi mistici: Meister Eckart e sorella Katrei, monaca-filosofa. Lei disse: tocchiamo il fondo del limite quando salta del tutto. Chi riesce a capire la contraddizione di desiderare (per non desiderar più), alla fine deve fare il passo ulteriore: riconoscersi peccatore.
Il mistico che conseguenze dovrebbe trarne?
Che la ricerca di purificazione è perversa, il desidero santo di Dio è il massimo peccato. Chi cerca di purificarsi si allontana in realtà da Dio. Il peccato è desiderare di liberarsi del peccato. Il male risiede nella stessa ricerca del bene.
E l'uomo che cosa invece deve dedurne?
Che il limite ha più livelli, uno più ingenuo (la scienza che non vede certi paradossi) e uno più complesso e contradditorio (filosofia e religione). Deve essere quindi consapevole che la nostra natura è ambivalente. Ed essere sospettoso di chi pensa di dividere ragione da follia, peccato da bontà.