"Facciamo che eri morto" dicono generazioni di bambini giocando alla guerra. Ma in alcuni paesi non si gioca, si replica slo il mondo degli adulti - Il triste gioco della guerra, dove la guerra c'è davvero

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Ricreazione alla scuola araba che si affaccia sulla
Via Dolorosa a Gerusalemme, gennaio 2008 (Foto C.Perer)

Mercato delle armi, "Facciamo che eri morto"

di Donata Borgonovo Re

Credo che tutti i nostri figli, da bimbi, abbiano giocato alla guerra. In giardino, nel bosco, nei prati o sulla spiaggia: non servivano neppure le armi giocattolo, bastavano dei pezzi di legno, una paletta impugnata al contrario, i cubetti di Lego assemblati con fantasia...E poi si trattava di rincorrersi a perdifiato, di urlare forte e di sorprendere il 'nemico'  buttandosi a terra con lui, tra risate e buffe minacce sgrammaticate. "Facciamo che eri morto..." e l'altro giaceva stecchito, salvo poi ripartire con gli altri, tutti insieme verso nuove avventure e verso nuove scoperte che con la 'guerra' non avevano proprio nulla a che spartire.
Eppure, l'immagine dei bimbi sorpresi a Gerusalemme con fucili e pistole in mano, anche loro intenti al 'gioco della guerra'  durante la ricreazione, non suscita nè tenerezza nè allegria. Le loro pose non suggeriscono affatto l'idea che siano impegnati in un gioco dove la fantasia, l'immaginazione e la freschezza dell'infanzia rendono lieve ogni gesto, ma sembrano una perfetta e tremenda imitazione delle pose che gli adulti assumono nella vita reale, dove la guerra (la violenza, l'agguato, il sangue, la morte) rappresenta una quotidiana normalità ormai da troppo tempo.
Per loro la guerra è certamente più familiare che per i nostri figli.
Allora nasce spontanea una riflessione: solo se noi adulti sapremo gestire ed incanalare la nostra aggressività in percorsi di confronto e di reciproco rispetto, i nostri figli potranno sperimentare senza turbamenti i fantasiosi assalti al fortino nemico, misurandosi in libertà e in leggerezza con i propri coetanei. Ma dove la società precipita nella spirale perversa della violenza, ai bimbi non rimane più lo spazio aperto del gioco: la loro fantasia è schiacciata dalla realtà che li circonda, armi vere si sostituiscono ai giocattoli, vere esplosioni coprono i suoni delle voci infantili che ne imitano il suono e i morti non si rialzano da terra, pronti a correre verso un'altra avventura.
Spetta dunque a noi adulti costruire società nelle quali la pace sia un diritto e, nel contempo, uno stile di vita. Offrire occasioni per meditare e valorizzare il tempo di pace che stanno vivendo. Per lasciare ai bambini la possibilità di giocare davvero.

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