Gideon Meir, il mio Israele
di Corona Perer
Come racconta Israele chi lo rappresenta ufficialmente in Italia? A Trento recentemente è venuto l'ambasciatore Gideon Meir.
Intanto un ritratto: ha tre figli, una moglie che insegna studi biblici in un'università canadese, colleziona stilografiche, ama la lirica, se la cava bene ai fornelli. Professione: ambasciatore d'Israele in Italia.
A Trento per parlare del ruolo dei media nel conflitto mediorientale, ha l'aria di un simpaticone ma dietro l'umorismo trapela scorza dura coltivata all'ombra della diplomazia. Ha lavorato nelle ambasciate israeliane di Londra e Ottawa, è stato console a Washington, era nella delegazione degli accordi di Camp David. Alla Knesset, a Gerusalemme, si occupava in particolare di informazione. Già vice direttore generale del dipartimento per i media e gli affari pubblici del ministero degli esteri, Meir ne è poi divenuto il responsabile. Il suo compito? Spiegare la politica di Israele dallo scoppio della seconda intifada palestinese (autunno 2000).
Ed in questo ruolo è stato autore di gesti alquanto espliciti. Come quando, per difendere il muro voluto da Ariel Sharon alla Corte di giustizia dell'Aja, mandò agli olandesi i pezzi di un autobus fatto saltare in aria dai terroristi.
Ad invitarlo a Trento è stata la Scuola di Studi Internazionali della Facoltà di Giurisprudenza che nella Sala Grande del Buonconsiglio lo ha fatto incontrare con gli studenti dell'ateneo. Conferenza tutta in inglese, of course. In un angolo la security che guarda a vista il pubblico. "C'è una realtà ancora da raccontare: otto vincitori di premi Nobel che hanno donato molto al benessere, alla ricerca, alla democrazia di tutti" aveva esordito il diplomatico. "Non è facile per una democrazia far comprendere le proprie ragioni, non possiamo fare propaganda. Ma siccome non siamo un regime autoritario, stiamo pagando proprio il prezzo della democrazia" ha detto.
"Siamo grandi come la Sicilia, ma la differenza sta nel numero dei giornalisti: da noi molti, in Sicilia nessuno". Una forzatura, certo, utile a ricordare che nessuno Stato al mondo vive con altrettanta attenzione mediatica. "L'Africa è un continente e con molte situazioni di sofferenza" ha detto Meir "ma l'attenzione non è la stessa. Se Israele fosse una regione dell'Uganda i problemi di quel paese sarebbero noti". Uno stato che vive con la stampa sul collo, insomma.
Il suo lavoro? "Prima di tutto ho dovuto far capire al mio governo l'importanza della comunicazione, il mio secondo lavoro è stato cercare di convincere l'opinione pubblica sulla situazione reale". Che, a suo dire, sarebbe molto diversa da quella descritta. "E questo perché siamo una vera democrazia. Da noi c'è stampa libera: Harretz il nostro maggior quotidiano è molto più sbilanciato sui palestinesi. Da noi c'è stampa internazionale libera: può scrivere di tutto ciò che vuole. I nostri intellettuali criticano Israele nei loro libri. Lo avrete visto al salone di Torino. Non tutto ciò che fa Israele è perfetto: è legittimo dirlo, ma non lo è delegittimare uno stato o demonizzarlo" ha dichiarato Meir. "Da noi non c'è solo una voce, non siamo in una dittatura". Ma la disinformazione sarebbe troppa e passa persino per i ritocchi a colpi di photoshop alle immagini. "Arafat su sfondo blu, Netaniahu corrucciato su fondo nero come Mussolini: guardateli sembrano identici!" e mostra le foto.
E ancora: l'attacco alla città di Jenin. "Fu solo una battaglia limitata al campo di rifugiati dove si trovava il quartier generale dei terroristi. Non fu un massacro". Una delle slides intitolata "Miti&Fatti" chiarisce la sostanza della cosa: morirono 56 palestinesi e 23 israeliani (il che porta a dire che qualcosa di simile a un massacro deve comunque essere stato).
Gideon Meir ha certamente ragione a mostrare le manipolazioni giornalistiche: la giornalista della Cnn che intervista un profugo palestinese che in realtà sembra un figurante travestito da ebreo appena fuoriuscito da Aushwitz. Ed è certamente inattaccabile quando sfodera "the-last-slide": un poliziotto minaccioso e un giovane insanguinato con la didascalia che parla di un pestaggio al Monte del Tempio dove peraltro un ebreo non può salirci (la seconda intifada avvenne proprio perché Ariel Sharon andò a passeggiarci sopra). Peccato che la foto fosse invece riferita ad un giovane di Chicago - lo riconobbe suo padre a Boston - salvato dal poliziotto dopo essere stato travolto da un taxi palestinese. "Ma il New York Times mise le sue scuse in un trafiletto a pagina 26". Conclusione di Mister Ambasciatore: ci sono tanti giornalisti onesti che fanno il loro mestiere e altri che però non lo fanno.
"Bisogna distinguere nella sottile linea che separa i giornalisti dai commentatori". E c'è da starne sicuri, se collezionasse armi anziché penne, in vetrinetta metterebbe tre oggetti: una cinepresa, un microfono, una penna. "Armi molto pericolose" ha detto Meir.
(Agosto 2008)