Un libro che andrebbe riproposto

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Giorgio Nicolodi, Nepal

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GIORGIO NICOLODI: The Great Range

di Corona Perer

(ottobre 2011) - E' una di quelle opere che nascono grazie a quelle magiche alchimie che si realizzano raramente. La bellezza delle immagini scattate in diversi anni di cammino sui sentieri dell'Himalaya da Giorgio Nicolodi e lo spirito di un popolo che il fotografo è riuscito a comunicare erano del resto talmente evidenti che le Casse Rurali non hanno esitato a finanziarlo. Nel 2007 il volume andava in stampa per i tipi delle Edizioni Stella, dinamica casa editrice che ha firmato importanti opere e oggi, purtroppo, non esiste più. Resta questo libro con la prefazione di un alpinista, Sergio Martini, che come Nicolodi quei sentieri li ha percorsi.


Ma il grande valore dell'opera, andata ormai pressochè esaurita, è lo spirito che racchiude. Lo evidenzia lo stesso Martini nel suo breve incipit: il valore di questo lavoro è l'aver "fermato" l'anima di chi vive e abita quei luoghi.

Le immagini di Giorgio Nicolodi si soffermano sugli occhi puliti e curiosi dei bimbi, sui loro nasini sporchi e sulle loro manine sempre pronte a un saluto, sulle gambe e le schiene coraggiose degli sherpa, impavidi nel guadare col loro carico i tumultuosi torrenti che scendono dalla grande montagna, i bivacchi improvvisati dove scaldare il pane per una sosta, la bellezza delle donne appagate e sorridenti di una vita fatta di natura, essenziale e vera, dove la lotta di ogni giorno è quella che accompagna ogni uomo fin dalla sua comparsa sul pianeta: sopravvivere.

Gente che pur avendo visto sfilare davanti ai loro occhi il circo degli ottomila con i suoi vip e relativi sponsor al seguito, non si è lasciata contaminare ed è rimasta uguale a se stessa. Offrendo due mani o due piedi (se servivano) o la schiena dei loro animali, sempre se servivano. Stupisce tra i tanti panorami mozzafiato, lo skyline colto all'alba della "montagna senza nome".

Giorgio Nicolodi coglie di primo mattino un raggio di sole che illumina la vetta mai scalata nel Tibet, considerata la casa delle divinità. Una credenza popolare dice che chi osa disturbarla sarà oggetto di numerose sciagure. Nessuno lo ha fatto e nemmeno il circo degli Ottomila, ma per un'altra ragione: è una montagna molto più bassa degli "ottomila" e non sarebbe stata mediaticamente importante o significativa per trovare uno sponsor.

Ecco, questo siamo noi. E questo sono loro: gli abitanti di queste valli sparse ai piedi dell'Himalaya, rimasti uguali a loro stessi il più delle volte stupiti dell'occidentale interesse verso la loro vita senza orologi al polso.

I piedi di Nicolodi sono entrati nei templi tibetani dove si accendono candele di burro o si sono fermati per dare il tempo di cercare l'obiettivo fotografico che immortalasse un lontano gregge di pecore stagliato all'orizzonte e gli altopiani dove pascolano yak e capre al cui seguito camminano le donne sempre alla ricerca - come i loro uomini - di pascoli erbosi per il bestiame. Se restano al villaggio li attendono perchè la vita è quella: un circolo naturale dove il maschile e il femminile sono collocati allo stesso punto in cui furono lasciati all'atto della Creazione.

Le immagini non sono mai retoriche, gli scatti mai impostati o privi di ispirazione. E' un libro di tale fascino e bellezza che certamente richiederebbe una ristampa e dove Giorgio Nicolodi di pagina in pagina, di foto in foto, esprime il suo grande spessore di uomo e di fotografo che ha usato piedi, mani e cuore per raccontare la vita, andarla a cercare, fermarla in un clic senza tempo. O semplicemente sospeso: tra Tempo e Spazio.


> La foto: occhi di bambino  (in allestimento)
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