DOSSIER -  Il Time lo aveva indicato tra i 100 pionieri, nel suo paese lo hanno incarcerato. La sua colpa? Voler cambiare il Burundi per farne un paese democratico. Un sogno chiamato...Pace

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Con la moglie e il figlio pochi giorni prima dell'arresto
Il caso di Alexis ha fatto emergere le insoddisfazioni
e le frustrazioni del popolo burundese e la voce
di una società civile che vuole affermare
un ruolo di contropotere verso il governo autoritario e violento
(foto di: M.Gerosa, S.Muñoz, A.Izquierdo)

 

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Alexis sogna per il suo paese la democrazia e la pace
Sotto il profilo giudiziario la situazione è apparsa subito
grave e il legale di Alexis, François Nyamoya, ha denunciato
più volte l'inconsistenza delle accuse e la parzialità
dei giudici chiamati a pronunciarsi sul suo caso.
Una delegazione di ambasciatori occidentali
ha visitato la prigione di Mpimba al fine di informarsi
sulla sorte dei prigionieri politici.
(foto di: M.Gerosa, S.Muñoz, A.Izquierdo)

 

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La sua detenzione ha enormemente ampliato la sua fama,
e le pressioni per la sua liberazione hanno suscitato
l'emergere di movimenti per la difesa dei diritti civili e politici
e la liberazione dei prigionieri d'opinione,
il che rappresenta un'interessante novità
per una cultura riservata ed una società
sottomessa all'autorità come quella burundese.
(foto di: M.Gerosa, S.Muñoz, A.Izquierdo)

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Foto di: M.Gerosa,S.Muñoz,A.Izquierdo durante
Sotto Alexis durante l'intervista, pochi giorni prima dell'arresto

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Quando ad Alexis è stato chiesto se provava paura,
ha risposto di no.  "Ne avrò tra 10 anni quando
mi volterò indietro e vedrò ciò che sarà accaduto".
Si riferiva ovviamente a ciò che
potrebbe vedere se nessuno si candidasse con il suo
stesso obiettivo: risollevare il Burundi e renderlo democratico.
Perché solo un paese libero si affranca dalla schiavitù
e dallo sfruttamento delle multinazionali,
per il guadagno di pochi: i soliti.

I Sogni pericolosi di Alexis Sinduhije

di Corona Perer

(Rovereto-Bujumbura 3 dicembre 2008) - A Bruxelles si è protestato, ma in Italia il caso è pressochè sconosciuto. Hanno preso posizione Amnesty International e Human Rights, hanno scritto il Washington Post e il Time. Parlamentari europei hanno firmato petizioni, ma Alexis Sinduhije giornalista burundese, resta in carcere. E' colpevole di aver annunciato la volontà di candidarsi alla guida del suo paese. In carcere ci è finito appena messo in piedi in patria, proveniente da Tolosa dove viveva in esilio volontario. Lì è rimasta la moglie e il figlioletto che conoscevano la sua scelta: tornare in Burundi per annunciare la candidatura alle presidenziali del 2010. Ma aver detto come la pensa e aver pensato di poter fare politica gli è costato caro. Eppure il ‘Time' lo indica tra i 100 pionieri al mondo. Prima di lui c'è Obama, ma dopo di lui (che è al 15 posto) c'è Tony Blair in quanto membro del quartetto per il Medio Oriente. Anche Christiane Amanpour, già inviata speciale della CNN in Iraq, ha scritto di lui segnalando che se in molti paesi può esserci  il potere distruttivo della stampa lui in realtà vuole solo costruire un Burundi moderno.

IL SOGNO DI ALEXIS
Imprigionato senza processo, sorte toccata ad altri detenuti politici burundesi, Alexis è colpevole di un sogno: un Burundi libero e democratico. Si voterà il prossimo anno e in patria il giornalista è molto popolare. La sua famiglia ha pagato caro le lotte tribali che da anni oppongono gli Hutu ai Tutsi, ma Alexis non ha lasciato che nella sua anima crescesse la pianta dell'odio e della vendetta. Benchè provenga da radici Tutsi, non crede alla lotta etnica, ma dice che questa guerra serve a qualcuno: a chi non vuole libertà e pluralismo in un paese solo apparentemente governato in maniera democratica, dove però imperversano pratiche autoritarie motivate proprio dalle lotte tribale.
Hutu e Tutsi, sono due etnie che popolano Congo, Ruanda e Burundi. Prima ancora dell'epoca coloniale in Burundi il potere era controllato dai clan. Il re lo esercitava con alcuni clan Tutsi e alcuni clan Hutu. Per i colonizzatori belgi fu politicamente utile eleggere le differenze razziali a base del sistema sociale indigeno ed enfatizzarle gettando così le premesse del futuro antagonismo. Oggi le parole di pace sono rare, ma Alexis crede ancora che si possano  spezzare le catene perverse della violenza etnica. La sua battaglia l'ha fatta democraticamente credendo davvero in un messaggio di riconciliazione nazionale. Arrestato insieme a 36 persone ha reagito apparentemente con serenità. Così almeno lo si vede nei filmati disponibili su You Tube, messi in rete da alcuni sostenitori che si erano appostati davanti al Tribunale il giorno in cui gli è stata notificata l'accusa: oltraggio al Capo dello Stato. 

I PRESENTIMENTI DEL PERICOLO
"Ho sempre  saputo che il mio mestiere è pericoloso" aveva detto presagendo il pericolo poco prima di partire per il Burundi. In un'intervista del luglio scorso al quotidiano spagnolo El Pais affermava di temere qualcosa. "Se dovessi morire non sarebbe per un incidente" disse.
Ha fondato e presiede il Movimento per la Sicurezza e la Democrazia, partito ancora clandestino. Il suo arresto il 3 novembre 2008. E' reo di "tenere riunioni clandestine" e di "oltraggio al Presidente della Repubblica". Alexis è stato definito da Amnesty "prigioniero d'opinione", uno dei tanti di cui si parla poco, che sacrificano la loro vita per il bene comune.. In Italia - come detto - se ne sa ancora poco. Il giornale online  http://www.giornalesentire.it/ ha pubblicato in questi giorni le pagine del diario che Alexis sta tenendo in carcere dove gli sono arrivate le notizie delle prime reazioni internazionali. E' sorto un comitato per la sua liberazione, on line si può firmare una petizione. Alexis sa che la sua detenzione potrebbe anche essere lunga. "Ogni prigioniero vive con la speranza che l'indomani sarà liberato, una speranza che lo fa vivere per anni. Credo sia la stessa che ha fatto resistere Mandela nel suo inferno" ha detto nell'intervista pubblicata da SENTIRE.

BURUNDI PAESE DIMENTICATO
Il suo è uno dei paesi più devastati e dimenticati del pianeta. La prigione di Mpimba, in cui Alexis si trova, è la più affollata del Burundi. Con una capacità di 800 persone, ne ospita più di 3000, di cui circa 200 minori, accolti negli stessi locali destinati agli adulti. Amnesty International dichiara che in celle di appena 14 metri quadrati sono ammassate anche 80 persone e che nel corso di una visita, alcuni responsabili di un'associazione locale hanno denunciato le disumane condizioni sanitarie e di vita dei detenuti, costretti a dormire nel cortile della prigione senza alcuna protezione dalle intemperie, a camminare su tappeti di escrementi che ricoprono il pavimento delle toilettes, a morire di malaria o di infezioni intestinali per mancanza di cure adeguate. Dal diario di Alexis emerge che lui si sente un privilegiato: ha una cella singola, dorme su un materasso, riceve un pasto caldo tre volte al giorno. Se si ammala può permettersi di pagare un medico. "Anche in prigione le differenze sociali sono forti e evidenti, siamo una ventina in quest'area di privilegiati, la maggior parte politici e uomini di governo. Sto bene, ma dormo male, anche se  ho un materasso. La notte mi sveglio di continuo, e sento il ronfare degli altri detenuti, quelli che dormono per terra, nel cortile, sotto la pioggia. Mi dico che si saranno abituati, contrariamente a me. Nelle nostre celle si rifugiano spesso i ratti, perché trovano da mangiare e perché non vengono mangiati dai prigionieri. Avevo chiesto un gatto pensando di risolvere il problema, ma mi hanno detto che sarebbe inutile, perché gli altri detenuti, affamati, avrebbero mangiato anche quello" scrive Alexis.

ASPETTANDO GIORNI MIGLIORI
Sinduhije ha imparato a sfruttare al meglio questo riposo forzato: legge, prende appunti, ha cominciato un'autobiografia che vorrebbe pubblicare prima delle elezioni. Riceve visite: famigliari, amici e semplici sostenitori. Molti burundesi lo descrivono come "l'Obama del Burundi" o "il nostro Mandela". La sua detenzione ha ampliato la sua fama e le pressioni per la sua liberazione hanno suscitato l'emergere di movimenti per la difesa dei diritti civili e politici e la liberazione dei prigionieri d'opinione, che sono già una novità per una società sottomessa all'autorità come quella burundese. Il caso di Alexis ha fatto emergere le insoddisfazioni e le frustrazioni del popolo burundese e la voce di una società civile che vuole affermare un ruolo di contropotere verso il governo autoritario e violento. Sotto il profilo giudiziario la situazione è però bloccata. Il legale di Alexis, François Nyamoya, ha denunciato più volte l'inconsistenza delle accuse e la parzialità dei giudici chiamati a pronunciarsi sul suo caso. Una delegazione di ambasciatori occidentali ha visitato la prigione di Mpimba al fine di informarsi sulla sorte dei prigionieri politici. Il governo dal canto suo temporeggia, probabilmente ha l'intenzione di detenere il Presidente del MSD il tempo sufficiente ad impedirgli di partecipare alle prossime elezioni, liberandosi dunque di un avversario divenuto troppo pericoloso.

DAL GIORNALISMO ALLA POLITICA
Quella di Alexis non è una scelta dettata dall'ambizione. Il passo dal giornalismo alla politica è stato breve e senza rimpianti, dettato da quella stessa fame di verità, audacia e voglia di risollevare le sorti della sua nazione che lo hanno spinto a  scegliere uno dei mestieri più pericolosi, in un paese dove il rispetto dei diritti civili e politici sembra essere ancora un lontano miraggio. Nato a  Kamenge, da una famiglia modesta, è cresciuto in uno dei quartieri più poveri di  Bujumbura dove rimasto fino all'inizio della guerra, ha frequentato la scuola di giornalismo e successivamente ha lavorato per la radio nazionale. Ha creato un giornale privato e, grazie a una borsa di studio, per più di due anni ha frequentato l'università di Harvard negli Stati Uniti.

PENSIERI PERICOLOSI
Ma cosa ha detto di così pericoloso per trovarsi in carcere? Semplice: quello che ha sempre affermato e cioè che la lotta per il potere ha trasformato l'antica dualità etnica in conflitto e in sangue. "Credo che il nostro paese sia stato corrotto dalla menzogna e dal cinico, miope desiderio di ricchezza e supremazia e questo abbia generato razzismo tra gli africani stessi, tra i burundesi stessi. Le elezioni del 2005 hanno portato la speranza di democrazia, ben presto delusa, poiché i combattenti per la ‘democrazia' sono militari e pensano come militari. Oggi stiamo assistendo alla costruzione di una nuova dittatura. In Burundi adesso non c'è democrazia, il partito di governo non gode dell'appoggio popolare e quindi vuole presentarsi da solo alle prossime elezioni e impedire, anche attraverso l'eliminazione fisica, qualunque candidatura alternativa" ha dichiarato nell'intervista pubblicata da Sentire. "Da alcuni mesi in Burundi ci sono dai 5 ai 10 morti al giorno, assassinati dai servizi segreti. La maggior parte di questi morti è rappresentata da civili che vivono nella miseria e che hanno l'unica colpa di essere membri dell'opposizione" ha aggiunto.

AVRO' PAURA SOLO TRA 10 ANNI
Le previsioni future di un giornalista abituato a leggere gli eventi sono fosche. "Credo che l'opposizione cercherà di resistere. In questo momento il governo del presidente Nkurunziza la sta spingendo contro il muro e i dissidenti non accetteranno ancora a lungo. Ora la gente ha armi dappertutto e le sa utilizzare, molti sono stati militari o ribelli. Ritengo che verso la fine del 2009 le forze in campo faranno di tutto per conquistare l'egemonia". E alla domanda sul perché abbia deciso di scendere in politica la risposta è stata immediata. "La rabbia, ma anche un'altra ragione. I cittadini seri, competenti e onesti hanno abbandonato la politica nelle mani di criminali corrotti, incapaci di pensare al futuro del paese". Mancavano pochi giorni al suo arresto quando ad Alexis è stato chiesto se provava paura. Ha risposto di no. "Ne avrò tra 10 anni quando mi volterò indietro e vedrò ciò che sarà accaduto". Si riferiva ovviamente a ciò che potrebbe vedere se nessuno si candidasse con il suo stesso obiettivo: risollevare il Burundi e renderlo democratico. Perché solo un paese libero si affranca dalla schiavitù e dallo sfruttamento delle multinazionali, per il guadagno di pochi: i soliti.

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