Iran, il mondo in una stanza
di Teresita Scalco
(giugno 2009) - Iran società in cambiamento ed ora società nel caos. I giovani e le donne sono mobilitati, le serate a Teheran si fanno pericolose, le retate all'Università hanno portato il Rettore a protestare: atto pericoloso ma necessario. La rabbia covava da tempo. Anche Noichin l'ha vista e vissuta per le strade.
"Ho lavorato per 5 anni per una rivista femminista ‘Zanan' (in parsi significa ‘donna') fino a quando non è stata chiusa dal governo" racconta Nouchin. "Mentre studiavo ho lavorato su alcuni progetti personali: i tappeti iraniani, street-life, il ritratto e da subito ho iniziato a vendere delle foto ad alcune riviste straniere. Successivamente il sogno breve della rivista".
Comincia qui il cammino di questa giovane fotografa che abbiamo incontrato.
Raccontaci di te...
Nata dopo la rivoluzione islamica, cresciuta sotto le regole teocratiche islamiche, la mia generazione, definita la Generazione X, deve affrontare molte questioni proibite. E mi chiedo: questo rende i giovani iraniani diversi dagli altri giovani del mondo? No, la vita che gli altri vivono in pubblico, noi la viviamo segretamente, underground, clandestinamente, dietro alle porte chiuse e a pesanti tende.
Hai mai pensato di cambiar vita?
Ad un certo punto pensavo di cambiare il nome del progetto in ‘ombra', perché in farsi significa: vivo, giocoso, felice. Non è interessante che questa parola contenga questa dicotomia? In effetti è questo che cerco di catturare nelle mie fotografie: la felicità e la vitalità dentro alle esistenze in ombra dei giovani iraniani. In Iran queste immagini sono proibite, perché i religiosi che governano questo paese cercano di eliminare tutto ciò che abbia vicinanza con i costumi occidentali e la cultura persiana, sostituendoli con comportamenti rigorosamente islamici. L'Islam qui non è una religione, ma solo uno strumento politico.
Che sentimenti provavi in questi scatti?
Curiosità e rabbia: questi sono i sentimenti che mi hanno fanno portata a lavorare su questo progetto. Sono arrabbiata per come sono costretta all'immobilismo, mentre il mondo cambia velocemente.
Da dove nasce l'idea del progetto "Private rooms"?
Per me la vita in Iran esiste solo dentro alle case, i muri separano il privato dal pubblico, l'invisibile dal visibile, l'interno dall'esterno...ma oggi i nostri appartamenti sono diventati solo luoghi invisibili dove si consuma la nostra privacy e le nostre vite illegali.
Quali sono i fotografi che hanno influenzato il tuo lavoro?
Amo Cartier-Bresson, Richard Avdon, Mary Ellen Mark, Robert Frank..., ma di loro non adoro solo le loro fotografie, ma anche il loro modo di vivere.
Per te cosa significa fotografare?
La fotografia per me ha a che fare con l'idea stessa di privacy, scrutare le cose e cercare d'immortalarne l'essenza in uno scatto, significa penetrare la superficie dell'apparenza, ovvero entrare ‘dentro' alla vita, ma in questo fallisco sempre. Ma grazie alla fotografia sono legittimata a esplorare diversi stili di vita, diversi luoghi, diverse culture.
Tu fai anche comunicazione, non è così?
Dal 2007 collaboro con alcuni website farsi e la radio olandese Zamane. Parallelamente sto lavorando su due progetti indipendenti: ‘Dance classes' oltre a ‘Private rooms'.
Una bella definizione di fotografia...
Quella di Diana Arbus: ‘la fotografia è una licenza per andare dove voglio e per fare quello che voglio'. Ho bisogno di vivere e quindi di documentare la vita, nel vano tentativo di salvarla, anche se a volte dietro la macchina fotografica ho la sensazione d'essere invisibile, d'essere sola, come se fossi a mia volta dentro una scatola d'aria.
E l'Iran oggi chiede di essere raccontato per quello che è. Una nazione che chiede di vivere in democrazia e dove le donne non siano cittadine di serie B.