"Siamo in un secolo che ha perso ormai la sua utopia, quella del progresso che avanza glorioso. I futuristi sognavano ancora. Noi non più" - Intervista a Renato Rizzi che spiega il restauro di casa Depero: il suo progetto è del 1990, ma i veri lavori di restauro sono partiti 10 anni anni fa e sono stati condotti per stralci.

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il progetto dell'architetto Rizzi

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La forte verticalizzazione voluta da Rizzi è
la sintesi del pensiero di Depero
e dei futuristi. Una proiezione che è
salto, vuoto,velocità, movimento
Foto: C.Perer

 

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Renato Rizzi, architetto

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Foto: C.Perer

Renato Rizzi e il museo verticale

di Corona Perer

(Rovereto agosto 2010) - Dieci anni di chiusura, e un incarico che dura però da venti anni. Il Museo Depero è stato chiuso nel 1998. "Era rischioso tenerlo aperto" spiega l'architetto Rizzi che nel 1988, cioè dieci anni prima aveva fatto una prima relazione tecnica e nel 1990 riceve l'incarico formale per il restauro perciò predispone il progetto. "Un primo intervento conservativo fu fatto con museo ancora aperto" spiega il professionista "poi la chiusura fu atto di responsabilità e tutela del pubblico". Da allora in poi lavori per stralci che riprendono vigore e ritmo nel 2006. Il 17 gennaio 2009 ha riaperto, poi è stato premiato dalla Triennale di Milano ed ora è alla Biennale Architettura di Venezia.

Quando Fortunato Depero cominciò a dialogare con il municipio dell'epoca per avere uno spazio da farne casa-museo (in aperta contraddizione con lo stesso movimento che negava i musei come morte dell'arte) avrebbe voluto che il Comune gli costruisse un nuovo padiglione. Ma di libero c'era un edificio del ‘600 e il buon Depero si adattò.
Nella nuova Casa Futurista Depero i volumi si slanciano in altezza, si proiettano verso il cielo e pare quasi che il futurista Tullio Crali a bordo del suo immaginario aereo vi si infili per andare a trovare l'amico Depero. Ora che i lavori sono ormai in via di rifinitura, si capisce la filosofia che ha condotto il delicatissimo e complesso restauro, resosi necessario soprattutto per mettere a norma un edificio privo di servizi per essere un vero museo, addossato ad un palazzo fatiscente e in alcuni punti persino pericolante, come Casa Caden, acquisita dal Comune e resasi preziosa per ricavare quel che mancava.

Intervento complesso anche perché condotto su un edificio sotto tutela, come spiega l'architetto Renato Rizzi docente all'università di architettura di Venezia.

Architetto Rizzi, quale era il problema principale?
Risolvere il conflitto tra avanguardia e memoria. Un abisso apparentemente inconciliabile trattandosi di un futurista...

Perchè?
Perchè il futurismo negò la storia in nome di un progresso che avanzava glorioso e che si esprimeva nella velocità, nel movimento. Il nodo da risolvere tecnicamente era proprio questo: mettere in relazione avanguardia e storia".

Quanto ci è voluto per risolvere questo abisso inconciliabile?
Un decennio, ma ho realizzato quello che avevo prefigurato in una relazione del 1988. Nel 1990 mi venne conferito incarico.

E quale è stata la soluzione?
Ho pensato ad una sorta di camera d'aria interna a due palazzi. Ho cercato di salvaguardare e al tempo stesso di proiettarmi dentro il concetto futuro-futurista che animò l'arte di Depero. Oggi come oggi ho la serenità di poter dire che piacerebbe anche a lui perché è coerente con la sua arte e il suo pensiero

Coniugare storia e futuro. Dove vediamo concretrizzarsi  la sintesi?
La prima è stabilmente cristallizzata nelle facciate dei due palazzi che oggi costituiscono il nuovo museo Depero, il secondo è tradotto negli arditi volumi interni che richiamano il contesto esterno. La casa museo si situa nel cuore più verticale della città. In un punto dove tra il ponte Forbato sul Leno e il bastione del Castello c'è un dislivello in altezza che rappresenta il tratto più originale della Rovereto del ‘700. È anche il luogo dove la città moderna si origina. Il castello aveva una ruota mulino che spingeva le acque nelle roggie che servivano i filatoi. Solo dopo la città diventa orizzontale.

Viene da qui lo spunto verticale?
Sì, è una forte verticalizzazione ‘dentro' il museo. Se prima era su due piani, ora ne ha cinque. Il vuoto-pneumatico creato ad usum del percorso museale è un camminamento tra l'esterno (la storia) e l'interno (il futuro). Il tutto in linea con il progetto museale tracciato a suo tempo dalla direttrice del Mart Gabriella Belli.

Quale era la necessità del percorso museale?
Dare uno spazio idoneo per esporre gli arazzi di Depero, grazie alla doppia altezza ricavata svuotando gli interni, perciò ho lavorato sulla continua tensione spaziale.

C'era anche una necessità di sicurezza da garantire, non è così?
Certo, l'abbiamo trovata grazie ai volumi di Casa Caden che hanno permesso di mettere a norma la struttura che ora ha i suoi impianti di sicurezza, locali sbarrierati, servizi igienici, un book-shop, il microclima esatto per la conservazione delle opere. Invece la parte storica della Casa Museo ha consentito di mantenere la tradizione.

E' stato complesso il lavoro?
Ovviamente sì: abbiamo lavorato su un edificio fatiscente e pericolante che rischiava di implodere. La chiusura era stato un atto obbligato.

Quando è cominciato l'iter?
Nel 1990 presentai il mio progetto, poi l'iter ha proceduto per stralci. Un primo intervento conservativo negli anni '90 per tamponare l'emergenza e poi un cammino a lungo termine, con un lavoro approfondito e radicale. Un percorso meditato e partecipato con il Mart e con il decisivo apporto della Soprintendenza Beni Architettonici.

E' stato un dialogo facile?
Devo dire che le istituzioni hanno capito il pensiero dietro l'intero intervento e se ci è voluto del tempo lo si è dovuto alla complessità dell'opera: dieci anni sono andati solo per i pareri di competenza

Architetto Rizzi, lei dice che è un progetto decisivo per la città. Perchè?
Perchè in questa idea si metteva in gioco tutta la città. Avrebbe potuto essere autoreferenziale come fanno spesso gli architetti di firma con atti di arroganza intellettuale dentro un linguaggio tecnico-nichilista che nega la forma per favorire la visione del progettista. Io ho preferito recuperare la storia e tradurla nel futuro pensato e rappresentato da Depero il quale aveva gli stessi stimoli storici quando faceva arte: la città verticale, la città che si stava aprendo al futuro.

Cosa c'è in questo museo che incarna Depero?
Direi il sogno. Siamo in un secolo che ha perso ormai l'utopia del progresso che avanza glorioso. I futuristi lo sognavano, noi non più. Se il problema era comunicare l'idea di progresso futurista, farlo dentro un palazzo del ‘600 era una sfida ardita. Ho motivo di ritenere che anche Depero ne sarebbe contento, ma purtroppo non lo saprò mai. Ma essermi posto la domanda era un atto dovuto e un segno di rispetto.

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