Franco Marzatico, il piacere della storia
(10 aprile 2011) - Franco Marzatico, direttore del Castello del Buonconsiglio di Trento, è prima di tutto un archeologo. Lo dicono i numeri: 79 campagne di scavo sulle spalle, 31 delle quali sotto sua direzione. Ha curato almeno una trentina di mostre a tema archeologico, non si contano saggi, articoli scientifici, conferenze.
Nei giorni scorsi ha presentato al Museo Civico di Storia Naturale di Verona il volume "I bronzi del Garda" che lo ha visto tra gli autori assieme alla curatrice Alessandra Aspes, e ai colleghi archeologi Paola Salzani, Ernst Pernicka, Franco Bressani e Caterina Ottomano.
Il volume tratta dell'immenso patrimonio archeologico portato alla luce durante gli scavi condotti nella seconda metà dell'800 nelle palafitte veronesi. Come osservato dal Soprintendente per i Beni Archeologici del Veneto Vicenzo Tinè, l'opera si "propone come approccio sistematico alla rivalutazione dei contesti museali storici".
La sintesi di Franco Marzatico fa il punto su di una serie di interrogativi che saranno affrontati anche nella mostra "Le grandi vie delle civiltà" prevista al Castello del Buonconsiglio dal 1 luglio al 13 novembre: quando e come si è sviluppata la produzione dei primi oggetti in metallo?
Ed ancora: quando e come furono sfruttati i giacimenti di rame delle Alpi e quale fu l'impatto dal punto di vista socio economico e delle relazioni a largo e lungo raggio dell'utilizzo di questa nuova materia, destinata nel tempo a cambiare radicalmente i modi di vivere ? Con lo sviluppo della metallurgia si affermò infatti la figura dell'artigiano altamente specializzato il cui ruolo nella società antica è materia di dibattito.
Annaluisa Pedrotti, docente di Paletnologia all'Università di Trento, rileva come il volume rappresenti un testo fondamentale in ordine alle problematiche della metallurgia a sud delle Alpi. Le analisi condotte su campioni prelevati da 176 oggetti in metallo provenienti dall'area gardesana, analizzati nel laboratorio Ceza a Mannheim, forniscono dati imprescindibili per lo studio dell'evoluzione della metallurgia preistorica nell'area alpina meridionale nel cui quadro il Trentino ha occupato un ruolo fondamentale.
Laureato in lettere e specializzato in archeologia a Bologna, con master alla Bocconi in management culturale, Franco Marzatico, ha infilato negli ultimi anni un successo dietro l'altro. Dagli ori delle steppe all'antico Egitto, passando per Rembrandt, i vetri veneziani (mai visti persino a Murano), l'exploit di Castel Thun. Il patrimonio del Castello è stato rivalutato e al tempo stesso è cresciuto il pubblico.
La sua grande passione: le immersioni e la ricerca archeologica subacquea. In possesso di un brevetto internazionale di sommozzatore, ha infatti partecipato, come libero professionista, a campagne finalizzate a scandagliare i laghi di Ginevra e Neuchatel, chiamato dall'Università di Ginevra. Al Castello è direttore dal 1995, ma la sua attività scientifica non si è mai fermata: per la Treccani ha compilato la voce relativa ai "Reti" e lo ha poi fatto anche per la Zanichelli. La sua specialità è la preistoria ed è proprio su questo segmento che è attualmente impegnato.
Cosa vedremo nella mostra di luglio 2011?
E' una ricerca interessante sugli scambi, le relazioni e le influenze che diverse civiltà produssero tra loro nel bacino del Mediterraneo. L'arco di tempo della mostra va dalla preistoria al periodo romano, con oggetti che portano con sé un'idea di mondo. E anche una iconografia: dalla Dea Madre all'Albero della Vita.
La scoperta più curiosa?
Vedere che in modi diversi facciamo le stesse cose. La globalizzazione ad esempio: a tentarla per primi furono i Romani con relazioni che avevano il duplice interesse di veicolare non solo commerci ma anche una ideologia.
Vengono ricostruite le strutture delle società preistoriche?
Anche. Interessante il ruolo della donna nella civiltà Etrusca e dei Celti. È veicolo di relazione e strumento di diplomazia. Un matrimonio serviva a gettare ponti e alleanze e le sepolture dicono poi cosa la donna avesse portato in dote alla civiltà che l'aveva accolta come sposa. Ne emerge l'identità di un popolo e le contaminazioni subìte o esercitate.
Egitto mai visto è stato un grande successo. Quale era il pezzo forte di quella mostra a parer di archeologo?
Al di là delle mummie sempre molto appaganti per il pubblico, direi gli arredi funerari di conforto al defunto. Stupefacenti i sandali in materiale vegetale intrecciato che tra l'altro erano citati anche nelle lamentazioni del popolo come segno di ricchezza.
Ma che tipo di disagio viveva quella civiltà?
Nel periodo intermedio (2100 e 1900 a.C.) ci fu una forte crisi del potere faraonico con l'avanzare di centri periferici di potere locale. Gli oggetti di ricchezza erano individuati anche nei sandali. Lo si vede dai sarcofagi di esponenti della società di grado più elevato: le decorazioni riportano oltre gli occhi del defunto, utili a vedere anche nell'aldilà, anche i calzari, utili a proseguire il cammino.
Che conoscenze abbiamo oggi degli Egizi?
Ancora poco corrette. Tendiamo a vederli come un popolo chiuso entro i suoi confini e pensiamo che le uniche relazioni siano quelle che Cleopatra ebbe con alcuni romani illustri. In realtà era un popolo che si rapportò con i micenei, i ciprioti e anche i sardi. Certamente con un'organizzazione sociale centralizzata con risorse e manodopera funzionali a celebrare la dinastia.
Direttore, molte mostre di successo: ma le manca la professione di archeologo?
Mi manca il rapporto con la terra e l'emozione della sorpresa che ti regala quando trovi qualcosa. Individuare un reperto, ricollocarlo nel tempo e metterlo in relazione con il contesto è una grande emozione. Se dovessi prendere una pausa mi ritufferei nell'archeologia subacquea, ma non posso proprio, per il momento.
(Corona Perer)
Leggi
> Torna agli altri articoli sul Castello del Buonconsiglio (Trento)