Mart: design e guerra fredda
(Rovereto 15 luglio 2009) - Sta per volare a Vilnius, COLD WAR allestita al Mart in omaggio ai 40 anni dallo sbarco sulla Luna.
Una mostra, due mondi: Est e Ovest. Cortine di ferro, dialoghi e disgelo, impovvise azioni di forza, competizione a mille su due visioni del mondo. A rappresentare lo spirito dell'epoca è la mostra del Mart "COLD WAR" dove due oggetti meccanici dicono che la guerra dell'epoca era soprattutto tecnologica come lo è tuttora.
E così il metallo argentato e l'argento della "Messerschmitt Kabinenroller KR 200", progettata nel 1955 da Fritz Fend e prodotta da Fahrzeugund Maschinenbau GmbH di Regensburg nel 1959 contende l'attenzione del pubblico con l'altro oggetto dell'epoca: la Vespa 125 metallo laccato, grigio scuro, di Corradino D'Ascanio prodotta dalla Piaggio nel 1951.
I due 'oggetti' dicono due visioni di design ma anche con una estrema sintesi il progetto del Victoria e Albert Museum di Londra. "Cold War, Arte e Design nel mondo diviso 1945 - 1970" presenta due mondi, due visioni, due estetiche. Da un lato il design libero dell'occidente, dall'altro la visione del partito regimentata e schematica che tuttavia prende corpo in oggetti di assoluto interesse e novità come lo sputnik di vetro che avrebbero potuto fare con altrettanta maestria i vetrai di Murano. E non mancano esiti di grande modernità e attualità come gli abiti di Paco Rabanne assolutamente deliziosi e da copiare ancora oggi, nella loro grazia femminile e nel loro stile cyborg.
"Cold War è una mostra trasversale e politica, ma senza fare politica" ha dichiarato la direttrice del Mart Gabriella Belli che ha spiegato la complessità del progetto e la sua assoluta unicità. Ma anche il suo potenziale. "Una mostra di ricerca che fa riflettere ed offre scorci di grande novità" ha aggiunto segnalando il pregio dei reperti giunti a Rovereto, dopo il debutto londinese e prima che la mostra riprenda il suo volo verso Vilnius in Lituania (a Rovereto resterà fino al 21 luglio).
Non sono mancate parole di elogio (e non di circostanza) dalla curatrice Jane Pavitt che nel ricordare i quattro anni di lavoro necessari per realizzare il progetto a Londra, si complimenta per come il Mart ha allestito i reperti dando atto al nostro museo del suo ruolo internazionale di assoluto primo piano e della collaborazione di questi mesi. "Lavoro superlativo" dice la Pavitt. "In questa mostra restituiamo lo spirito di un'epoca piena di promesse. Sia ad Est che ad Ovest erano le stesse, ma il modo di realizzare era opposto. In America è il libero mercato la via seguita per raggiungere la ricchezza, ad Est è lo Stato a rivendicare il suo ruolo nel creare economia e beni attraverso strutture centralizzate".
Così gli oggetti esposti non sono solo prodotti di un tempo ma anche agenti di propaganda. Era quella l'era delle tre esse: spie, sesso e segreti. Due blocchi contrapposti che si controllavano e si spiavano. James Bond ha il suo posto come emblema di un tempo dove tutto poteva essere compromettente e dove la posta in gioco era altissima: il possibile controllo del mondo, la conquista dello spazio. Ma è bello vedere come il tutto incrocia l'arte e il pensiero con visioni di assoluta avanguardia. Le tute spaziali e i progetti degli abitacoli, compreso l'antenna dello sputnik che accoglie il visitatore nella hall del Mart, dicono sì la corsa dell'epoca, ma è l'arte ad offrire la visione del mondo.
"L'Uomo deve liberarsi completamente dalla Terra, solo allora la direzione del Futuro sarà chiara" sentenzia Lucio Fontana del quale il Mart propone "Concetto Spaziale, la Fine di Dio" del 1963, in deposito nel nostro museo. La mostra è dunque un contrappunto tra opere d'arte e opere di scienza: l'architettura come il design, i manifesti come la stoviglieria in uso ad est e ad ovest. La curatrice Jane Pavitt sottolinea come sia stato complesso recuperare i pezzi ad Est. "E' stato tre volte più difficile che per i reperti dell'Ovest, ma la loro importanza e novità è evidente".
Arredi che oggi starebbero bene nei salotti minimal, fanno da contrappeso alle ceramiche piene di passione di Picasso. Passeggiando in mostra ci si imbatte in autentiche sorprese, come il primo tentativo di Cyborg del 1960 quando viene ideata una macchina ibrida: l'uomo-macchina. I suoi problemi meccanici di trasferimento sono risolti automaticamente lasciando libero l'uomo di esplorare, creare, pensare e provare emozioni. Oggi la chiamiamo realtà virtuale e sappiamo bene che è possibile con un paio di occhiali o con un computer muoversi in altri mondi. Irreali, questo è ovvio, ma nel 1960 non era così scontato. Jane Pavitt ha raccontato anche di una reazione recente: la ‘ostalgie' un neologismo coniato dai tedeschi per dire il rimpianto verso la vecchia Germania dell'Est così minimal e così tornata di moda anche tra i nostri arredi contemporanei.
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