Maurizio Nichetti, architetto mancato
di Corona Perer
Soddisfatto, cordiale e alla mano. Maurizio Nichetti è come te lo vorresti immaginare. Un ragazzo di 60 anni pieno di energia e senza alcun compiacimento verso se stesso. Un discreto e un simpatico.
Il Film Festival della Montagna ha chiuso da poco. Lui, regista celebre per alcune pellicole (in Italia) e per molte altre pluripremiate (nel mondo), continua a ricevere soddisfazioni da questa creatura che dirige da 5 anni. "E questo renderà più difficile il distacco" dichiara pochi minuti dopo l'inizio dell'intervista. Sì perchè lui, che di cinema continua a farne, vorrebbe tornare anche alle cose che gli sono familiari, ovvero: il cinema.
"Di anno in anno prorogo il distacco" confida "ma continua a stimolarmi questa avventura e così accetto di restare. A Trento c'è una curiosità che altrove non c'è ed è bello lavorare in questo contesto" afferma. E con soddisfazione cita il mastodontico sito pieno zeppo di informazioni sul Film Festival, e le serate che fanno sempre il pienone. "Sei anni fa avevamo una sola serata, ora sette volte su sette giorni, portiamo al Santa Chiara ottocento persone al colpo mi pare una bel risultato".
Posso farle una domanda trita e ritrita?
Certo
Ma Nichetti come artista centra davvero con la montagna?
Me lo chiedevano anche all'inizio e se lo chiedono ancora, evidentemente. In realtà come tutti gli uomini di cinema, ad esempio come un Montaldo che abbiamo invitato, siamo pienamente coinvolti dal cinema in quanto tale, che parli di montagna o d'altro non è fondamentale.
Questa edizione è andata molto bene. Un successo che deriva dall'evento in sè o dalla macchina organizzativa?
Guardi siamo in una decina a fare questo festival, che ha cinquant'anni di vita e coinvolge molte tipologie di pubblico. Il segreto è che intercetta non una nicchia, ma il largo pubblico e il grande risultato è stato farlo uscire dall'evento di nicchia per trasformarlo in qualcosa che riguarda tutti e una città intera, molti ci raggiungono da ogni parte d'Italia. E la sorpresa è che ci sono tanti giovani. Funziona anche il coinvolgimento istituzionale e la sinergia che si è creata.
Cosa la stupisce di Trento?
Qui c'è una curiosità che altrove non è facile trovare. I pienoni al Santa Chiara ne sono la prova. Gli ospiti vengono volentieri quest'anno abbiamo avuto anche Odifreddi, un nostro grande amico è anche Erri De Luca e tutto questo intercetta segmenti di società diversa. Se nel passato l'evento di nicchia muoveva 3000/4000 alpinisti (che è sempre un buon numero) oggi ci sono 50.000 presenze e non siamo più una nicchia.
La serata con la Haydn e la Sat?
Un successone e una conferma del legame tra Festival e territorio. Ma le sezioni come quella del cinema etnografico, muovono specialisti da ogni parte, anche dall'estero.
Parliamo di lei: 8 maggio 1948 nasceva un architetto che avrebbe fatto il mimo. Nessun rimpianto per la professione di progettista?
E' una delle vite che avrei fatto volentieri. In realtà ho portato quei saperi anche nel cinema. E ho fatto gavetta subito su altri settori lavorando con Bozzetto nel 1975 in "Allego ma non troppo"
Nichetti persona come è: allegro non troppo, o allegro vivace?
Allegro ottimista, perchè ci vuole ottimismo per continuare ad essere allegri, oggi che ci sono molto motivi per non esserlo...
Torniamo a Nichetti architetto: con che tesi si è laureato?
Con una tesi sulle avanguardie artistiche e sul Futurismo in particolare. Quindi direi che in fondo poi sono cose che ho portato nel cinema. In fondo non c'è stata discontinuità nella mia vita.
Anche nella sua attività di mimo?
Eccome.
Quale è il complimento più bello che ha ricevuto?
Quello di Tati, poco tempo prima della sua morte. Mi disse "Hai un bel gioco di gambe". Poi mi spiegò che quando guardava un comico non lo ascoltava ma ne osservava i piedi. "Se sta fermo è televisivo, se è in continuo movimento è da cinema"
E come vede i comici di oggi?
Con i piedi molto fermi. Gli ultimi esempi di vera comicità da cinema si trovano in Aldo Giovanni e Giacomo che hanno proprio una comicità fisica.
Sono passati 30 anni da Ratataplan. Poi cosa è stato?
Un continuo fare cinema, ho fatto almeno 43 film senza contare corti e lunghi, opere liriche, cartoni. A volte mi fermano per strada e mi dicono: perchè non fa più cinema? Sorrido e mi cascano le braccia. All'estero ci sono pellicole mie che sono state premiate... che in Italia non hanno ottenuto neanche una riga di recensione. Spesso più uno si espone e più ha amarezze. Io resto contento di quel che ho fatto anche quando non ne parlano.
Nessuna frustrazione quindi.
Certo..vedere che andare al Grande Fratello produce molto più che 30 anni di cinema, fa pensare. Se avessi un carattere debole sarei frustrato. Invece mi diverto.
A proposito di clichè e di etichette. Quando le dicono che lei è il Woody Allen italiano che pensa?O non avrebbe preferito il "piccolo Einstein" che un po'... le assomiglia?
Vede, quando andavo in America, mi sperticavo a lodare Woody Allen visto che mi associavano a lui. Perciò quando leggo ancora questa etichetta penso alle mani che in America durante i miei incontri si alzavano per dirmi "guardi che i suoi film sono molto meglio e più divertenti!". Per questo ci dice che noi abbiamo un certo modo di guardare all'America che gli americani non hanno. Ma ci sono altre etichette più fastidiose.
Quali ad esempio...?
Hanno detto spesso di me: autore anomalo, come se io non fossi italiano perchè in Italia si può solo fare neorealismo per avere la patente di intellettuali. O la commedia all'italiana, per essere registi italiani. In realtà all'estero vedono nei miei film un neo-realismo che in Italia gli italiani non vedono più.
Come se lo spiega?
Con il fatto che noi italiani siamo bravissimi ad autoghettizzarci. Il limite italiano è che non si riconosce l'originalità dei prodotti di cinema, ma li si deve sempre inquadrare in un filone. "Ladri di saponette" ha vinto 17 festival, in Italia nessuno. Io rischio quando faccio un'operazione diversa dai filoni all'italiana ma ovviamente sarò sempre perdente se i filoni restano solo due in Italia.
Cosa vale la pena di essere filmato oggi?
L'unica cosa che veramente vale oggi, è dire le storie che parlano della mutirazzialità, il razzismo nasce nell'ignoranza, nella paura del diverso, in ciò che non si riconosce. Perciò bisogna fare conoscenza di culture diverse. Forse è per questo che mi sono fermato qui a Trento, qui c'è curiosità per il mondo e rimarrò finchè questo mi stimola.
Due paroline per il concerto dei Bastards. Lei è andato sul palco con loro. Cosa vede in questo fenomeno?
Vedo dei ragazzi che comunque non hanno perso la testa e restano con i piedi per terra, sono contenti e interessati a fare musica. Sul palco ci sono andato perchè un evento del genere era comunque un qualcosa che ha arricchito Trento nei giorni del Festival e perchè sono convinto di una cosa, che ho detto anche in un incontro con 800 studenti proprio stamattina. Non è importante il codice con cui si dice una cosa - se con un gesto o salendo su un palco - ma "quello che si dice". Il contenuto! A proposito... dove esce questa intervista?
Esce su SENTIRE prima dell'8 maggio e avrà come titolo "Ho fatto 61". Sottotitolo "Buon Compleanno".
Guardi che io ne ho ancora 60 in questo momento. Attenta... potrei diffidarla!
(Trento, 30 aprile 2009)