GILLO DORFLES, 102 meravigliosi anni. Intervista a tutto campo: i critici, i musei e soprattutto Melotti. "Il Mart? Lo porto sempre ad esempio quando intervengo" - "L'arte contemporanea? Vedremo domani"

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TESTI E FOTO: RIPRODUZIONE RISERVATA

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"Dovevo fare il medico, ho fatto il critico e il docente"
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"Era un uomo delizioso, è la parola più indicata per definire Melotti"
ricorda Gillo Dorfles che fu il primo a proprorre una mostra
internazionale su Melotti: a Dortmund

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Gillo Dorfles, 101 anni il 12 aprile 2011 (foto di Corona Perer)

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Gillo Dorfles:102 anni di cultura

di Corona Perer

(Rovereto-Milano, 11 aprile 2012) - "Preferirei che non me lo avesse ricordato, o che si fosse sbagliata di un anno" dice la voce elegante all'altro capo del filo. Gillo Dorfles guarda i suoi 102 anni (domani) con la saggezza di chi ha avuto tanta vita tra le mani. Fu grande festa per i 100 anni, il 12 aprile 2010: ma domani saranno 102. E la festa non è certo minore per chi guarda a lui come a un faro e ad un gentiluomo un po' a disagio nel declino del terzo millennio.

Risponde al telefono dalla casa milanese e in sottofondo con la sua voce arrivano anche alcune note di musica classica. In famiglia violino e pianoforte hanno sempre suonato (Maurizio Pollini è uno dei suoi affetti più cari).

"Come festeggerà, Professore?" Glissa la domanda, preferisce non capirla. E domanda se la sua ultima mostra a Rovereto  al Mart è piaciuta e cosa ne ha detto la stampa. Approfondendo il dialogo le sue parole mantengono una forza strana: hanno la gioventù di chi ancora ama giocare con l'arte e la saggezza di un anziano signore della cultura. Un raffinato signore dell'altro secolo un po' a disagio a trovarsi immerso - suo malgrado - nel degrado del terzo millennio. Capace di assencondare con pazienza anche i ritmi delle parole vuote di ogni incontro istituzionale.

A Rovereto lo abbiamo incontrato più volte. Lo avevamo visto fremere quando il gallerista lo portò alla Campana dei Caduti. Voleva vederla, voleva sentirla, ma il reggente gli disse che questo piacere non era stato concesso neanche a D'annunzio (qualche mese dopo venne però concessa l'eccezione a Ennio Morricone). Lui fremeva mentre le parole ufficiali continuavano copiose e rindondanti. Emergeva solo un'elegante, ma controllatissima stizza che mai cedeva alla scompostezza. Sgarbi avrebbe subito preso la via dell'invettiva.

Ma Gillo Dorfles (all'epoca 99enne) ha pazientemente atteso i 10 minuti trasformatisi in 50 sotto la valanga sussiegosa delle parole. Lui del resto ha visto ben di peggio e molto di più.

Ha attraversato (da protagonista) un secolo pieno di stimoli artistici come fu il Novecento. E' artista anche lui ma ne parla poco, sembra avere pudore. Lui che per mestiere - sia come storico che come critico - ha sempre dovuto ricorrere alle parole per raccontare quanto avveniva in campo estetico, scivola su ogni domanda e non definisce alcunché. "Le parole del critico sono una cosa che non ha a che fare con la mia pittura che è sempre rimasta clandestina" mi aveva detto qualche anno fa.

Ancor oggi, nonostante le numerose mostre omaggio (l'ultima al Mart di Rovereto), non ama spiegare il discorso che c'è dietro le sue opere. "Non ho niente da dire sulla mia pittura, oltretutto non credo che la pittura debba dire qualcosa se non forme colorate" aveva aggiunto in quella occasione. Un dialogo non facile anche perchè telefonico.

Per capirci qualcosa del Dorfles artista non mi restò che puntare gli occhi sulle tele e cercare di farle parlare al cuore. Le opere che aveva portato da Transarte dicevano 'vita': del tutto simili a cellule colte nel loro divenire da un incredibile e potentissimo microscopio che assiste al miracolo della vita. "Fare spazio al tempo" era il titolo della collezione e le opere sembrano parlare proprio del tempo della vita. 

L'uomo che ha attraversato un secolo e che nel dopoguerra fondò il Mac (Movimento Arte Concreta) con Munari, Soldati e Monnet sembra divertirsi con la sua arte "inconcreta".  Sorvola sul fatto di essere "quasi centenario": è storia, acqua passata. Come la laurea in medicina, con specializzazione in psichiatria, rimasta nel cassetto: era troppo forte il richiamo per l'arte. Il suo destino era diventare ordinario di Estetica nelle università di Milano, Trieste,Cagliari.

Gli chiesi quale aggettivo o quale frase gli sarebbe piaciuto leggere sulla sua arte. Mi rispose senza superbia, ma mostrando la non opportunità della mia domanda "Spererei che cogliesse che sono uno dei più importanti pittori di questo secolo". Come dire con elegante non chalance: ma che domande mi fa...

L'ho incontrato a Rovereto per Fausto Melotti e mi ha confermato le sensazioni avute: gioventù e saggezza sono i tratti di Gillo Dorfles, artista-intellettuale. Alla mostra che galleria Transarte ha dedicato a Melotti portato una delle opere che l'artista gli donò: lastre di ottone lisce e punzonate, accostate a griglie e catene.  "Era originariamente composta di 8 elementi, un'opera complessa, e quando fu esposta a Milano,ognuno degli otto elementi venne venduto perché andava interpretato come singola scultura" ci racconta nel suo splendido secolo di vita.

Professor Dorfles, lei ha una laurea in medicina, ha insegnato molti anni, ha fatto il critico d'arte è a sua volta artista e ha quasi 100 anni. Dipinge ancora?
Certo, ogni giorno. E' fondamentale per me.

Come vede l'arte contemporanea?
Glielo saprò dire domani

Le pare quindi che ce ne sia poca?
Direi che ci sono tante idee ...

Quali artisti si muovono meglio oggi sullo scenario internazionale?
Difficile dirlo.

Non le viene in mente nessuno?
C
e ne sono in realtà tanti, ma nessuno è energia.

Tento qualche nome: il tanto celebrato Cattelan?
E' un artista intelligente e vivace anche se a volte esagera per ragioni opportunistiche.

E a livello internazionale cosa esprime l'Italia?
Di bravi artisti ce ne sono ovunque: in Italia come in Giappone.

E cosa ci dice della critica d'arte, così...criptica nei suoi linguaggi?
G
uardi, quando un linguaggio è criptico vuole dire che mancano le idee chiare, manca la chiarezza.

Come critico d'arte quale è il primo strumento del mestiere?
La sensibilità: un critico deve essere anzitutto sensibile, porsi di fronte all'opera, mediarla con parole chiare e tre quarti dei critici fanno discorsi inutili. Avranno anche cultura, ma non stanno di fronte all'arte.

C'è qualcuno che si distingue?
Si contano sulla punta delle dita. Bisogna evitare esibizioni linguistiche.

Parliamo di musei: come le pare si stia muovendo Rovereto?
Benissimo direi. Io la cito sempre ad esempio ovunque mi capita di parlarne. Molto meglio di Milano che un museo di arte contemporanea non è ancora stata capace di farlo. A Rovereto mi legano poi i ricordi con il mio grande e indimenticato amico Fausto Melotti che della città mi parlava.

Lei e Melotti: eravate molto amici, non è così?
Sì, molto. Con lui ho collaborato. Ci vedevamo spesso a Milano. Io frequentavo gli artisti e spesso andavo da lui.

Che persona era Melotti?

Un uomo delizioso. E' la parola più adatta. Molto affabile, gentile e disponibile. Mai presuntuoso, senza atteggiamenti, privo di retorica. Non era il solito artista ignorante, era invece molto colto.

Perchè, gli artisti sono spesso ignoranti?
Oh sì...! Almeno tre quarti di loro sono degli ignoranti: si occupano di sé e ignorano il resto.

Sta parlando degli artisti di oggi?
No: di quelli oggi e di quelli di ieri. Sono in genere persone concentrate su se stesse. Ignorano letteratura e musica e quanto avviene intorno a loro. Melotti no. Lui coltivava un grande amore per la cultura, la musica colta, era un artista completo.

Ne ha conosciuti altri come lui?
Paragoni è difficile farne. Lui era unico e inimitabile, molto caratteristico dal punto di vista umano.

Ci parli della Milano di quegli anni...
Era una Milano piena di fermenti. Eravamo nell'immediato dopoguerra, anni cinquanta, arrivai anch'io a Milano da Trieste. Frequentavo Fontana e Melotti che erano già allora i due più importanti artisti di quell'epoca.

Le cose però sono andate meglio per Fontana, no?
Sì, in effetti, Fontana ha avuto subito un ampio riconoscimento. Melotti non subito, e questo resta per me inspiegabile, ma probabilmente era dovuto al suo carattere molto riservato e schivo.

E dopo la sua morte?

Dopo la sua morte nessun grande gallerista ha fatto una vera campagna a suo favore. Ma quando lui era ancora vivo io sono stato il primo ad organizzare una grande mostra in Germania a Dortmund. La gente ancora non sapeva ancora chi fosse Melotti.

Quale era la grandezza di Melotti?
Era un genio. Come ho detto la grandezza sta sua cultura, la sua straordinaria inventiva, era fantasia allo stato puro. Nella sua scultura la prima protagonista è la fantasia, quella stessa fantasia che lo porta a fare anche piastrelle, non è curioso?

Lei lo ha ricordato proprio qui a Rovereto: aveva scelto come mestiere di fare piastrelle, non l'artista...
Proprio così, è curioso direi. Dice qualcosa della sua umiltà. Era già scultore ma apre una fornace per cuocere le sue piastrelle da pavimenti. Ed era già noto. Ha dato dunque il suo tempo anche per un lavoro commerciale, forse voleva solo essere libero di creare quando voleva senza costrizioni economiche. Facendo piastrelle cammina sempre nell'eccellenza. Collabora con Giò Ponti.

Tempo fa fu data notizia a Rovereto del "ritrovamento" di una Madonna attribuibile a Melotti...
In tutta franchezza io non la conoscevo. E' curiosa e strana come statuina. Consta di Melotti, a quanto ho sentito. Io in verità non ne ho mai sentito parlare. Però conferma un fatto...

..ovvero?
Che c'è sempre qualcosa da scoprire e molto da esplorare. Anche a 100 anni.

LEGGI
> La mostra omaggio

 

 

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