A colloquio con la nipote del fondatore del Futurismo. Ora è mancata sua madre Luce Marinetti - In questa pagina l'intervista realizzata a marzo in cui narrava il genio fondatore del movimento, proprio grazie ai ricordi e alle parole della madre (ultimo aggiornamento: luglio 2009)

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Francesca Barbi Marinetti: " Mio nonno, che genio"

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Due donne speciali:Luce e Francesca Marinetti.
Il legame tra madre e figlia era molto forte.
Luce Marinetti è mancata proprio in questo anno
del centenario in cui il fondatore del Futurismo,
Filippo T.Marinetti (suo padre) è stato oggetto di
importanti riletture e riscoperte

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"Lo dico sempre: il nostro petrolio è proprio la cultura. E bisogna che chi ha la sensibilità per coglierla o produrla sia messo nelle condizioni di trasmetterla. Questo non sempre accade".

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Sylos Labini: marinettiano

Francesca Barbi Marinetti racconta suo nonno: un genio

di Corona Perer 

(Rovereto, 21 marzo 2009) - Nel suo Dna ha quello di un uomo che seppe immaginare Internet e pc portatili in un'epoca in cui si era appena appreso dell'esistenza del telefono. Un uomo che cantò la radio, anzi "la radia" perché all'epoca non si sapeva bene quale sesso le avrebbe attribuito il vocabolario.
Francesca Barbi Marinetti non l'ha dunque potuto conoscere: lui era morto nel '44, mentre lei nasce nel 1961. La madre Luce, figlia del grande artista, era poco più che una bambina quando Filippo Tomaso Marinetti mancò. Ma l'eredità è stata tale - e così grande - che l'avo ha comunque dominato la vita di entrambe: figlia e nipote.
"I ricordi non sono diretti - ci racconta Francesca Barbi che nella vita è storica dell'arte ed è divenuta a sua volta promotrice di eventi futuristi. "Fin da piccola ho respirato il clima famigliare del periodo Futurista dalle memorie di mamma e delle zie, nonché della nonna morta nel 1977".
A Rovereto per partecipare al week-end futurista promosso dal Mart con uno spettacolo di Edoardo Sylos Labini di chiara impostazione marinettiana, Francesca Barbi Marinetti ha parlato di futurismo e del suo rapporto con il teatro. Lo ha fatto in modo garbato, parlando sempre con distacco di quel genio che fu suo nonno. Di formazione letteraria, anche lei è stata fatalmente attratta al mondo dell'arte osservando la madre Luce costantemente impegnata a promuovere l'opera del padre. "Questo lavorare a fianco degli artisti è divenuto un habitat naturale. Osservo con piacere quanta creatività diffusa esiste in Italia: è un bisogno di emergere, c'è un grande bisogno di esprimere".

Vivere in famiglia con un antenato così importante cosa le ha dato?
Entusiasmo e la possibilità di coltivare questa sensibilità.

Cosa ha fatto grande il futurismo?
Il fatto che si sia costituito in modo così diffuso, una vera e propria rete feconda, genio che funzionava sia a livello cosmopolita che locale. Ce n'erano a Padova come in Sicilia o a Napoli. Ma questi artisti non abbandonarono il legame con la cultura d'origine: internazionali ma anche profondamente italiani.

Che legame c'è tra futurismo e teatro?
Un legame costitutivo direi. Gli artisti erano molto teatrali. Lo stesso Manifesto veniva declamato, la gestualità, le parole sono di fatto ‘teatro puro'.

Due parole per il teatro di Sylos Labini?
Con Donne Velocità Pericolo fa un'operazione molto interessante, è uno spettacolo che permette di capire le atmosfere futuriste e i pensieri di Marinetti, lirico in certi momenti e persino commovente laddove si vede un Marinetti che medita anche sulla morte e sulla guerra che l'ha prodotta.

Parliamo di nonno Filippo Marinetti: che idea se ne è fatta?
Di un uomo che amava giocare. Lui fu certo perno e punto focale di tutto. Ebbe grande capacità intuitiva e pre-figurativa, scrisse pagine straordinarie. Parlò ad esempio di un mondo coperto da una rete con telefoni senza fili: oggi sappiamo che si chiamerà internet. Questo percepire l'epoca, riuscì a dargli la spinta per prefigurare quello che sarebbe stato effettivamente il mondo.

C'è ancora questo fermento cosmopolita?
E' stata una stagione unica direi ma non è detto che non possa verificarsi. La sensibilità per l'arte va coltivata e trasferita. Un paese non cresce  se non c'è arte e cultura.

Quindi quali politiche culturali si devono fare?
Si deve produrre cultura, non basta fare i musei altrimenti ci ritroviamo con strutture importanti, ma guardi Firenze: tanto bella, tanto cara, ma non produce. Conserva, ed è un peccato perchè rivisitare i luoghi del passato e la nostra cultura è dargli vita altrimenti tutto rimane impolverato e si riduce a paccottiglia da souvenir.

Molto futurista come visione. Ma com'era Marinetti in famiglia?
Era un padre molto presente e affettuoso, che aveva una grande capacità di comunicazione e di entrare con l'anima delle persone. Molto ludico, poi.

Che giochi faceva papà Marinetti?
Mia madre dice sempre: ‘non ho vissuto il primo futurismo ma la storia l'ho percepita da questi incontri e dai quadri' perché alla fine erano coinvolte. Lui mostrava loro le tavole tattili, le faceva sperimentare e   percepire la molteplicità delle espressioni.

E questa è stata un'esperienza formativa...
Proprio così: lui passò la sensibilità alle sue figlie. Questo bisogna fare. Quando è morto lasciò un grande vuoto. Vittoria, Ala e Luce (mia madre) lo amarono molto ma erano ancora piccole: mia madre aveva 12 anni.

E con la moglie Benedetta che rapporto aveva?
Fu una grande storia d'amore. Mia nonna, era pittrice e prendeva lezioni da Balla quando si conobbero. Era molto bella ed avvenente, fu un colpo di fulmine. Deve avere avuto una forza di carattere straordinaria, era di origine piemontese, e fu anche scrittrice: Benedetta Cappa.

Come era ‘casa Marinetti'?
Un'officina di creatività. I ricordi che mi hanno trasferito dicono di un gran e continuo divertimento. Di sera la casa si apriva agli intellettuali, ma loro furono educate secondo i dettami dell'epoca e così, pur mandate a letto, si nascondevano dietro le tende e spiavano gli incontri. Li vivevano come un grande gioco teatrale, comprensibile anche a loro.

Sua madre Luce parte dall'America per promuovere il nonno. Perché?
Furono i casi della vita: mio padre era Ufficiale di Marina, eravamo negli Stati Uniti, così ebbe modo di conoscere personalità influenti e ciò le permise di far pubblicare mio nonno fuori dall'Italia.

Siamo ancora un popolo di artisti?
Sì, il problema è distinguere ciò che è vera espressione artistica e che incide nella realtà da ciò che è dozzinale. Le nuove tecnologie entrate con prepotenza nel mondo dell'arte (pensi a quante video installazioni vediamo) dicono che c'è maggiore possibilità di far arte, ma non sempre con risultati positivi...

Tuttavia la cultura non sembra tra le priorità di questo paese, non le pare?
Lo dico sempre: il nostro petrolio è proprio la cultura. E bisogna che chi ha la sensibilità per coglierla o produrla sia messo nelle condizioni di trasmetterla. Questo non sempre accade.

Al Mart ci era venuta ancora?
Oh sì, quando posso non manco e poi dico sempre che è uno dei fiori all'occhiello della nostra Italia. Dovete andarne fieri di questo museo. Non ho ancora visto Casa Depero, ma tornerò molto presto.

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