India il dramma dei suicidi
di Cecilia Impera
Le statistiche dicono che ogni due ore un contadino indiano si toglie la vita. Accade nell'India delle grandi religioni, della spiritualità, l'India di Ghandi e Madre Teresa, della rivoluzione verde degli anni settanta e della new economy del nuovo millennio. L'India tecnologica, evoluta, potenza economica e militare...la stessa India che non lascia speranze a chi, giorno dopo giorno, cerca di sopravvivere nella stessa maniera dei suoi avi, coltivando la terra.
Nonostante l'inarrestabile boom economico del Paese, guidato dall'industria e dalla new economy, il settore agricolo occupa i due terzi della forza lavoro indiana e contribuisce alla ricchezza del paese con il 30% del PIL. Circa il 74% della popolazione indiana vive in zone rurali, che coltiva da più di 10.000 anni, ma negli ultimi decenni si è verificato un progressivo allontanamento della società rurale dalla terra, dal ciclo delle stagioni, dalla biodiversità, diventando sempre più dipendente dai mercati globali.
La generosità della terra è stata rimpiazzata dalla cupidigia delle multinazionali e la sostenibilità delle piccole aziende agricole è stata distrutta. I costi di produzione sono aumentati esponenzialmente, a causa dell'introduzione forzata di prodotti chimici e tecnologici non sostenibili, mentre i prezzi dei prodotti per i contadini sono scesi drammaticamente, a causa dell'aumento dell'offerta sul mercato globale e delle economie di scala a favore dei grandi produttori.
Tutto questo ha portato al suicidio più di 150.000 contadini indiani negli ultimi 10 anni, strozzati dai debiti e costretti in miseria.
Ambadas Morkar, Barbarao Motiram, Baliram Khadke, Khale Maguria Khed...nomi per noi quasi impronunciabili, esotici, che rimandano al fasciano di un paese mistico come l'India, nomi di giovani uomini che per disperazione hanno scelto di morire, di avvelenarsi con i pesticidi o di impiccarsi, di fronte all'ennesimo raccolto andato male, di fronte all'ennesima minaccia dell'usuraio o della banca, a cui si erano aggrappati come ultima ancora di salvezza.
Ma non è stato sempre così, in India. Le difficoltà ci sono sempre state, la natura, con i suoi cicli, i suoi amati e odiati monsoni, le sue siccità o le sue alluvioni, ha sempre messo a dura prova i contadini indiani, ma anno dopo anno, secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, l'uomo ha imparato a vivere in questo Paese, a coltivare la terra e ricavarne nutrimento, nonostante tutto. Grazie all'agricoltura l'India ha visto fiorire dinastie imponenti, ha costruito la sua storia, in un equilibrio quasi mistico il contadino indiano ha saputo andare avanti, gettando le basi per la costruzione di quella che oggi è una delle economie più promettenti del pianeta.
Dove non è riuscita la natura, con i suoi cicli e la sua forza, è riuscito l'uomo. "I suicidi sono avvenuti a partire dal 1997 nelle zone più ricche del Paese e sono l'indubbio sintomo di una crisi del settore agricolo. Tra i motivi che abbiamo individuato c'è il crollo degli investimenti pubblici nel settore, in linea con le direttive del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che hanno costretto l'India ad aprire le porte, dal 1998, a multinazionali come Monsanto, Cargill e Sygentas, i cui semi sono più cari e richiedono più fertilizzanti, pesticidi ed acqua. Fattori questi che oltretutto diminuiscono la fertilità dei terreni, aumentano i costi di produzione, mettono i contadini in balia degli usurai e del mercato internazionale. Il tutto mentre l'Organizzazione mondiale per il commercio impone di togliere le tariffe all'import e gli Stati Uniti continuano a finanziare il loro export". Queste testuali parole sono state scritte in un rapporto del Tata Institute of Social Science di Mumbai, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca appartenente al gruppo industriale privato Tata.
Non basta, quindi, dare la colpa alla natura, alle siccità, alle alluvioni, bisogna cercare le cause nel comportamento assurdo di un governo che, per dare spazio all'industria, ha tolto risorse all'agricoltura, che spinto dagli organismi internazionali ha siglato accordi, negli anni 90 e 2000, che concedono di fatto un oligopolio alle multinazionale statunitensi, che controllano il mercato imponendo i loro prodotti, come i semi geneticamente modificati, che sono in grado di dare frutto solo con i pesticidi, da loro prodotti, che impoveriscono la terra e che quindi impongono l'uso di fertilizzanti, da loro prodotti. Un ciclo perverso che ha fatto lievitare moltissimo i costi di produzione, in un periodo in cui, contemporaneamente, i costi dei prodotti agricoli indiani sul mercato mondiale sono crollati, a causa degli stessi accordi commerciali.
Secondo uno studio condotto dal National Sample Survey, istituto governativo indiano, nel 2003 il 48.6% delle famiglie contadine era indebitato, in moltissimi casi da usurai senza scrupoli, mentre nel '91 il dato era fermo al 26%.
Il governo del primo ministro Mohamed Singh sta affrontando da tempo questa situazione di estremo bisogno, con provvedimenti i cui proclami, molto spesso, superano di molto gli interventi effettivi. Anche nel 2006, con un nuovo provvedimento, il governo Indiano ha stanziato circa 400 milioni di dollari, per la gran parte destinati a contributi un a tantum ai contadini indebitati. Ma si tratta nella maggior parte di provvedimenti palliativi, che risolvono il problema temporaneamente ma che non ne eliminano le cause, lasciando i contadini in balia di regole che non hanno scelto.
Recentemente un gruppo composto da dozzine di coltivatori di cotone indiani ha scritto al presidente del Paese "Preferiamo morire - scrivono i 35 contadini di Dhamangaon, nello Stato occidentale del Maharashtra al presidente Kalam - piuttosto che raccogliere perdite anno dopo anno". Buona parte dei suicidi degli ultimi anni proviene da questo Stato, insieme all'Andhra Prasesh, il Karnataka ed il Kerala, comunemente considerati gli stati più ricchi del Paese, grazie alla fortissima presenza industriale, che spesso ha agito a discapito dei contadini, cacciandoli addirittura dalle proprie terre per lasciare spazio a complessi industriali e centrali nucleari.
Anche la Chiesa Cattolica ha deciso di impegnarsi per i contadini indiani: "Il provvedimento del primo ministro Manmohan Singh non ha risolto la situazione dei contadini in difficoltà del Paese. L'incremento dei suicidi è diventato una piaga nazionale. Abbiamo quindi deciso di lanciare una campagna per cercare di salvarli" queste le parole dell' Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della conferenza dei vescovi cattolici dell'India "I suicidi dei poveri e sfortunati contadini, ha aggiunto, non dovrebbero diventare fredde statistiche nazionali. Faremo pressioni sul governo centrale - ha concluso - e lavoreremo per catalizzare e mobilitare risorse da dare alle famiglie dei contadini che si sono suicidati".
Chi ha chiesto prestiti alle banche ora si trova nell'impossibilità di ripagarli. Afflitti dalla povertà e dalla disperazione trovano nel suicidio l'unica via d'uscita. Secondo i dati disponibili, negli ultimi sei anni 1.864 contadini si sono suicidati nella regione di Vidarbha. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questa situazione che colpisce le intere famiglie. Non avendo più un guadagno, mangiano meno, si indeboliscono e si ammalano. I bambini abbandonano la scuola e con essa l'unica possibilità di una vita migliore. Non possiamo essere insensibili davanti all'angoscia delle donne che senza dubbio vengono più duramente colpite da questa situazione. Una moglie che perde il marito rimane senza reddito e con tante bocche da sfamare a casa. E, dal momento che è l'intera comunità di contadini a trovarsi in questa situazione di indigenza, non può ricevere alcun aiuto dai vicini o dai parenti: se la sua famiglia le dà del cibo sarà questa a trovarsi in difficoltà e affamata.
Con uno sforzo congiunto ed un approccio integrato al problema è possibile salvare queste famiglie, promovendo un'agricoltura sostenibile e più conveniente, la creazione di comunità di base organizzate, forme alternative di reddito ed aumentando formazione e conoscenza dei contadini, offrendo inoltre supporto psicologico e legale.
Il progetto di Caritas India, realizzato dalle 16 Caritas Diocesane coinvolte, si propone di ridurre il numero dei suicidi tra le 70 comunità di contadini dell'area di Vidarbha in Maharashtra, Telengana in Andhra Pradesh e Wayanad in Kerala offrendo assistenza materiale e supporto psico-sociale alle comunità colpite, in particolare alle famiglie delle vittime e alle famiglie a più alto livello di indebitamento, sensibilizzando inoltre e formando i contadini sulle fonti di reddito alternativo, creando modelli replicabili di agricoltura integrata sostenibile, creando una banca dati che, su base scientifica, possa portare alla luce le vere cause del problema, denunciando se necessario i colpevoli.