Berlino, venti anni dopo
(ottobre 2009) - Dopo la caduta del muro, e proprio a partire dal 1989, Berlino è diventato un immenso cantiere a c0elo aperto ove hanno potuto confrontarsi i migliori architetti ed urbanisti del mondo. Sia per la varietà delle soluzione architettoniche proposte, sia per la notevole eterogeneità dei materiali impiegati nelle costruzioni, Berlino rappresenta sotto il profilo del paesaggio urbano, uno straordinario caleidoscopio visivo.
Questa immensa offerta di suggestioni e stimoli, inevitabilmente, si accompagna ad una complessità che, rende difficile un approccio strutturato alla ricerca fotografica.
Il fascino dell'architettura berlinese contemporanea, per chiunque arrivi nella capitale tedesca è senza scampo: dai policromi e cangianti edifici della GSW di Matthias Sauerbruch e Louisa Hutton alle lucenti stazioni della U-Bahn, agli edifici nell'area del Reichstag in cui le oniriche trasparenze delle strutture sembrano capaci di sovvertire le regole imposte dalla fisica, per giungere sino all'iperbole urbanistica di Renzo Piano e della sua futuristica Potsdamer Platz, Berlino affascina, suggestiona, tramortisce e fa innamorare di sé praticamente chiunque.
Una "contaminazione" che deriva anche dal rapporto dialettico che la città riesce ad intrattenere con sé stessa: i luoghi della ritrovata vitalità berlinese sviluppatisi dopo il 1989, si sovrappongono alle lacerazioni del passato e alle inquietudini del presente.
Un'incessante realtà dialettica che è ben raffigurata nel museo ebraico, dedicato all'olocausto, di Daniel Libeskind. Un capolavoro architettonico capace di coniugare genialità progettuale (attraverso la tipologia degli spazi ed il sistema dei "void" - vuoti) ad una compiuta esperienza psicologica trasmessa al visitatore che, attraverso questa inedita forma museale, viene incalzato da un progressivo "spaesamento" della propria coscienza: mirabile equivalente concettuale con chi, realmente, ha vissuto l'agghiacciante tragedia dell'olocausto (ricordiamo che lo stesso Libeskind è figlio di due sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti).
La topografia mentale e quella urbanistica, tuttavia, ancora non bastano per comprendere fotograficamente Berlino. Una delle cose più difficili, con la percezione dello spazio a cui siamo solitamente abituati in Trentino (racchiusi fra le montagne e con un senso psicologico di "chiusura" e "rassicurazione"), diviene quella di "ridefinire" le coordinate spaziali (e temporali) di questa straordinaria città.
In generale, la comprensione di una città (e di Berlino in particolare) può avvenire con due diverse ipotesi: attraverso uno studio articolato e preventivo del territorio e vivendo, intensamente, i luoghi ove pensiamo possa concentrarsi la nostra attenzione fotografica.
La precisa definizione dell'oggetto d'indagine diviene quindi prerogativa essenziale per un buon racconto fotografico. Le parole chiave di questo percorso, metodologico e mentale, ricomponibili in una sorta di slogan, sono due: "documentarsi e scegliere".
Per questa ricerca, si è deciso di fotografare, solo ed esclusivamente, l'architettura contemporanea sviluppata a Berlino a partire dal 1989. Gli edifici ed i luoghi ritenuti importanti per il percorso visivo sono stati "sovrapposti" ad una mappa della città e tutti i punti di interesse sono stati successivamente memorizzati in un navigatore satellitare al fine di conoscere, con la massima precisione possibile, quali fossero le migliori ore del giorno per riprenderli.
E posso assicurarlo: la sensazione che si prova giungendo alla Potsdamer Platz è assolutamente incredibile. Giungere in mezzo alle imponenti architetture di questo luogo è come sentirsi parte, quasi virtuale, di un plastico "complesso" o di un progetto di rendering architettonico in cui si analizzano gli elementi di raffronto dimensionale fra le figure, le macchine e gli edifici.
Luca Chistè
(9 ottobre 2009)