Miroslav Rostropovich, Berlino 1989

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Miroslav Rostropovich: "Non fu un atto politico
suonavo per farmi sentire da Dio"

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Claudio Ambrosini, compositore
autore di questo articolo che è stato
pubblicato su SENTIRE 08
trimestrale uscito il 10 ottobre 2009

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La prima breccia tra est e ovest

Rostropovich, l'uomo che suonò sotto il muro

di Claudio Ambrosini*
Compositore

Cosa può fare un anziano signore che siede, composto e concentrato, con un violoncello tra le gambe davanti ad uno sparuto gruppo di persone? Quale efficacia può avere, quali masse può spostare il suo rito sonoro, il gesto di amore/guerra di questo ‘Davide' fermo davanti ad un immenso ‘Golia' di mattoni? Sulla testa, come fosse urlata da un Mickey Mouse disneyano,  ha una scritta tetra: "Willkommen", un benvenuto particolarmante amaro per chi - come questo musicista - è dovuto partire per l'esilio. E che musica starà suonando? Prende così tanto gli ascoltatori da render fisso lo sguardo della coppia di giovani sulla sinistra, fa sorridere di grata intesa due tizi un po' più indietro e fa stare attenti perfino i bambini in prima fila.

Il violoncello non è strumento che incute timore, non ha lo squillo battagliero della tromba né il richiamo guerresco del corno o della tuba, capaci di riportarci subito al mitico Olifante usato da Orlando a Roncisvalle. Il suo è invece un canto sinuoso e caldo, il più simile forse alla voce umana.
Non ero lì, ma son quasi certo che Miroslav Rostropovich stesse suonando una mite melodia, qualcosa di noto a tutti, forse un classico come la Suite di Bach o forse un altro canto, appassionato e struggente e in cui tutti potessero identificarsi, tanto radicato nella coscienza individuale da diventare simbolo di una collettività: il canto di chi riacquista la libertà. Deve essere stata una grande emozione: un fatto così privato che diventa universale e sposta montagne.

E quante cose sembra quel violoncello, nelle mani di un "combattente" com'era Rostropovich: non pare una strana balestra puntata verso il muro? o una croce, segnata tra corde e archetto che, tra le sue dita, ci si aspetta possa trasformarsi in una spada?

Perché, davanti agli strumenti a corda, siamo tutti portati a concentrare lo sguardo sui movimenti delle dita della mano sinistra che trova, con precisione millimetrica, le note sulla tastiera. Ma in realtà è la destra la mano fondamentale, quella che davvero produce il suono, che crea istante per istante l'insieme di sfumature che identificano il "tocco" di un musicista. E, per farlo, l'archetto è fondamentale.

E' un oggetto curioso, l'archetto, un miracolo della fantasia e della tecnologia medievali: crini di cavallo, da strofinare sulla pece prima di suonare, tesi da un'asticella di legno - l'arco -  reso più o meno curvo da un'invisibile "anima" a vite nascosta nell'impugnatura metallica che il suonatore tiene tra le dita. Quando accordate, le corde sviluppano una trazione pari a dei quintali, appoggiandosi sul ponticello ed è muovendo l'archetto in equilibrio su tutto ciò che il violoncellista produce il suo suono. Un magico suono, come quello di Miroslav Rostropovich, non solo "bello" ma trascinante ed appassionato, un suono che lo "fotografava": pressioni infinitamente leggere per il pianissimo, pressioni contenute per il mezzoforte e pressioni incontenibili per il fortissimo.

Ma nessuna pressione è pari a quella, simbolica,  sprigionata da quell'archetto mentre suona davanti al muro di Berlino. Archimede aveva detto: "datemi un punto di appoggio". L'archetto di Rostropovich, mentre dondola su quelle corde incantate, sembra la leva che ha saputo abbattere un muro sordo. Che ritrova la voce di due popoli.
novembre 2009

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